Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Per un pugno di lettere

I due creatori dei font più popolari della nostra epoca si fanno la guerra in tribunale. Una storia di design, vecchia New York e amicizie finite male.

Il marchio di fabbrica «Hope» che portò Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008. Il logo del Saturday Night Live. Le pubblicità di Coca-Cola. I titoli del magazine GQ. La livrea degli aerei di Delta Airlines. Le avvertenze su sfondo verde che precedono i trailer dei film negli Stati Uniti, e tantissime locandine di quelle stesse pellicole. E poi manifesti, copertine di libri, opuscoli di eventi. Esiste un filo conduttore che accomuna gli elementi di questo elenco; un dettaglio un tempo considerato di nicchia, poco influente, e ora più che mai discusso, ambìto, centrale: il carattere tipografico. In questo caso particolare si chiama Gotham, ed è un font sviluppato nel 2000 da Tobias Frere-Jones, ex ragazzo prodigio del design.

Il successo del Gotham è il simbolo più luminoso dei traguardi che Frere-Jones ha raggiunto in una carriera dedicata a disegnare lettere, contribuendo come forse nessun altro a rendere la sua professione – quella di designer di font – celebrata e indispensabile. Per modellare le “h” e le “o” con cui anni dopo Obama si sarebbe preso l’America, Frere-Jones passò lunghe giornate da flâneur a New York, la sua città natale, in cerca d’ispirazione. Lo fece perché GQ gli aveva commissionato un carattere «virile, nuovo e fresco» per il suo giornale. E il designer lo trovò all’improvviso, folgorato da un’insegna risalente alla grande depressione, sulla facciata del deposito di autobus della Port Authority, all’indirizzo 625 Eight Avenue. Si trattava di un sans serif semplice, con maiuscole robuste e squadrate e “o” molto rotonde, ma anche molto affascinante. Nostalgico, eppure in qualche modo adatto ai tempi. Intervistato da The Morning News, Frere-Jones disse in seguito: «Credo che nel mio design ci sia una volontà personale nascosta di preservare quelle vecchie parti di New York che potrebbero venire rimosse prima di essere apprezzate».

Il Gotham fu un successo quasi senza precedenti. La critica, entusiasta, lo definì «squisitamente contemporaneo» (nonostante le sue fondamenta risalissero al periodo di Al Capone), blue collar, chiaro e rappresentante la filigrana delle strade newyorkesi dell’età d’oro del Greenwich Village, rimasta pressoché immutata dagli anni Trenta fino ai Sessanta. Per Newsweek nel 2008 il Gotham era il vero font americano. Per Frere-Jones, invece, era innanzitutto corredato del «tipo di lettere che», più che di un designer, «sembrano opera di un ingegnere».

Quando Tobias Frere-Jones disegnò il Gotham lavorava da un anno in una società, Hoefler&Frere-Jones

Quando Tobias Frere-Jones disegnò il Gotham lavorava da circa un anno in una società chiamata Hoefler&Frere-Jones, che operava in un piccolo ufficio a downtown Manhattan. Il suo partner, Jonathan Hoefler, era un altro wonder boy del design. Se lo scenario del font design dei primi anni Novanta fosse la Parigi anni Venti, sarebbe ragionevole paragonare Hoefler e Frere-Jones ai coniugi Fitzgerald. Erano ovunque, e si parlava soltanto di loro. Sentita da Businessweek, il presidente emerito dell’American Institute of Graphic Arts, Debbie Millman, li ha istintivamente accostati a John Lennon e Paul McCartney.

Anche questi Beatles, però, si sono separati. A gennaio di quest’anno Frere-Jones ha abbandonato la società e denunciato Hoefler, sostenendo di essere stato raggirato e portato a credere a una partnership 50/50 che in realtà non è mai esistita. Dopo quindici anni passati insieme, il verbale depositato presso la Corte dello Stato di New York recita: «Con la più profonda slealtà e sfruttando in maniera prolungata l’amicizia e la fiducia, Hoefler ha accolto tutti i vantaggi di Frere-Jones mentre gli prometteva ripetutamente che gli avrebbe dato i proventi accordati, per poi rifiutarsi di farlo quando richiesto».

A prima vista potrebbe sembrare una storia già sentita: c’è il creativo un po’ naive, c’è il socio più pragmatico e pronto a sporcarsi le mani col business, c’è soprattutto la fregatura ai danni del più ingenuo e talentuoso. Incasellare il rapporto tra Frere-Jones e Hoefler in questi termini sarebbe però quantomeno riduttivo. Nati entrambi a New York City nell’estate del 1970 – qualche mese dopo la conferenza stampa con cui Paul McCartney annunciò l’addio ai Fab Four – tutti e due sono arrivati a disegnare caratteri per vocazione, unendo passioni preesistenti (Frere-Jones, rampollo di scrittori, al college si era dilettato con la pittura astratta, mentre Hoefler si occupava di grafica e di programmazione). Hoefler nel 1991 diede il suo nome a uno dei primi font adattati per i sistemi Apple, che fino al 2010 è stato anche presente nel logo di Wikipedia, e fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta si costruì una reputazione elaborando caratteri per New York Times Magazine, Esquire, Sports Illustrated e Rolling Stone. Aveva anche un sito personale che permetteva ai clienti di ricevere font personalizzati per posta. Frere-Jones invece aveva trovato lavoro al Font Bureau, un influente centro specializzato con sede a Boston, e creato l’Interstate e molti altri typeface di grande successo.

Al tempo, però – prima della popolarizzazione del lettering, del mercato delle licenze sui font, della corsa al carattere di brand e organizzazioni – i due si trovarono a muoversi sullo stesso terreno, in uno spazio dai confini ristretti. «Se arrivava un catalogo per posta sapevo che dovevo lasciare tutto ciò che stavo facendo, perché in quel preciso istante Jonathan lo stava già sfogliando», ha dichiarato Tobias Frere-Jones in un recente documentario. Per questo una sera del 1999 Hoefler lo portò a cena al Gotham Bar and Grill (il nome dice niente?) di Manhattan, formalizzando la proposta del loro sodalizio affaristico e affettuoso. Parlò di uffici «coi loro due nomi scritti sulla porta», di una partnership divisa equamente, di un futuro brillante come i caratteri sulle insegne di Times Square. E Frere-Jones disse sì, ci sto.

«Abbiamo una divergenza di vecchia data sulla lettera “t” minuscola, è l’unico punto di discordia». (Jonathan Hoefler)

Il documentario, si diceva: si intitola Font Men, è diretto da Dan Covert per conto dello studio Dress Code. È stato girato in occasione del conferimento della medaglia al merito dell’American Institute of Graphic Arts ai due «partner», ed è uscito alla fine dello scorso anno – poco prima della mossa che ha scritto la parola fine sulla Hoefler&Frere-Jones. Paradossalmente, i due protagonisti nel cortometraggio sembrano più affiatati e complici che mai, ignari del detonatore che avrebbero innescato di lì a poco. In video Hoefler, seduto accanto al socio, scherza sul loro rapporto: «Abbiamo una divergenza di vecchia data riguardante la lettera “t” minuscola, è l’unico punto di discordia». Frere-Jones assicura che sono «sempre stati amici». Secondo Covert, il regista, «il rapporto tra i due sembrava ugualmente cordiale anche a telecamera spenta».

Adesso Tobias Frere-Jones vuole 20 milioni di dollari dal suo amico di sempre. A tanto ammonterebbe, a suo dire, il suo apporto creativo alla Hoefler Type Foundry, il nome che la società dove lavorava ha sempre mantenuto su tutti i documenti legali compilati dal suo fondatore. Nel 2003 il duo avrebbe dovuto pubblicare una nota stampa che annunciava al mondo l’avvento formale della partnership, ma non se ne fece nulla. L’anno dopo Frere-Jones firmò addirittura un contratto che lo definiva impiegato della società. Non “titolare”: impiegato. Quando Businessweek gli ha chiesto perché abbia lasciato passare quindici anni senza ultimatum, disegnando i font più diffusi del globo senza preoccuparsi dei suoi profitti, lui ha risposto mestamente: «Non ho nemmeno pensato che ci sarebbe stata qualche, sapete… non ho mai pensato che sarei stato raggirato».

Uno degli oggetti della contesa più mediaticamente esposta della storia del design è un font, Surveyor, anch’esso realizzato ai tempi del Gotham per un magazine, Martha Stewart Living. Sia Hoefler che Frere-Jones rivendicano la paternità del carattere, un altro dei fiori all’occhiello della società – che oggi conta 16 dipendenti ed è rimasta nella sede dove operava Hoefler decenni fa, ragionevolmente ingrandita. Jonathan Hoefler sostiene che le rivendicazioni dell’ex amico «non hanno valore legale», mentre la società si dice «delusa da Tobias».

La scorsa settimana Tobias Frere-Jones ha avviato un suo sito personale, per provare a lasciarsi alle spalle gli ultimi 15 anni della sua vita. Quando i Beatles annunciarono la loro separazione, nel 1970, per milioni di fan in tutto il mondo fu una tragedia. Nonostante questo i loro pezzi rimasero lì, pronti per essere ascoltati, amati e imitati ancora a lungo. È molto probabile che succederà lo stesso con i poster di Barack Obama, i titoli strillati in prima pagina da GQ e quella vecchia insegna del Port Authority Bus Terminal sull’Ottava, a New York City.

 

Nell’immagine in evidenza: la facciata del Port Authority Bus Terminal, al 625 Eight Avenue.
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg