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Per Apatow

In occasione dell'arrivo nelle sale italiane di This is 40, elogio di uno sceneggiatore, produttore e filmaker meravigliosamente privo di vergogna.

Metà in piedi, metà seduti sulle panche della palestra, come impone la coreografia delle riunioni scolastiche. Nella vita, siamo tentati e insieme orripilati all’idea. Nella fiction tutto funziona meglio. Un decennio e poco più dopo lo show che fu per tutti una scuola (nella vita e nella fiction), Vanity Fair riunisce il cast di Freaks and Geeks: irripetibile serie scritta da Paul Feig e prodotta da Judd Apatow presto scomparsa dai palinsesti, quindi ancora più di culto. La prima puntata andò in onda il 25 settembre 1999 sulla NBC, in tutto ne furono girate diciotto. Dopo tredici episodi, dati i bassi indici di ascolto dovuti anche a una programmazione poco regolare, tentarono di chiuderla. «L’ultima puntata l’abbiamo girata a metà stagione», ricorda Jason Segel che nella serie era il ragazzo che voleva suonare la batteria, senza troppo talento. Judd Apatow commentò: «È un modo molto ebraico di fare le cose». Non ci fu una seconda stagione, scattò il passaparola: moltissimi fan sono arrivati quando la serie non era più in onda, grazie ai DVD. Su Amazon è in vendita la sceneggiatura di tutti gli episodi. E ora fa notizia che, dallo scorso settembre, la serie sia disponibile su Netflix.

Li guardiamo – su Vanity Fair di gennaio, dedicato alla commedia con Judd Apatow in veste di guest editor – e per ognuno possiamo calcolare la strada fatta fin qui. James Franco è diventato l’attore più colto di Hollywood, iscritto a Yale per un Ph.D. e laureato honoris causa per aver letto quasi integralmente Urlo, nonché recitato la parte di Allen Ginsberg nel film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. I colleghi dicono che già allora andasse in giro con un libro di Albert Camus molto cincischiato. Seth Rogen è una presenza fissa nei film di Apatow, e non abbiamo in mente un altro attore che senza scandalo possa tirare un bastoncino ai bambini che corrono sul prato. Ha infatti l’intenzione di giocare al riporto: poco pratico di figli, pur avendone uno in arrivo (dopo una scopata casuale), decide di trattarli come cagnolini, ricordando ai cinici come noi la meravigliosa battuta di W. C. Fields: «Uno che odia così tanto i cani e i bambini non può essere completamente malvagio».

La scena fa parte della crociata che Judd Apatow da tempo combatte: «Gli americani hanno il terrore del pisello, sto cercando di farglielo superare».

Jason Segel vanta il più lungo full frontal del cinema americano non pornografico, in Forgetting Sarah Marshall (titolo italiano: Non mi scaricare). D’altra parte se la fidanzata di tanti anniti molla mentre esci dalla doccia con l’asciugamano addosso, può capitare che l’asciugamano caschi per terra. La scena fa parte della crociata che Judd Apatow da tempo combatte: «Gli americani hanno il terrore del pisello, sto cercando di farglielo superare». Abbiamo rivisto Lizzy Caplan, che nella serie era la fidanzatina di Jason Segel, in Bachelorette di Leslye Headland. Non una brutta copia di Le amiche della sposa (né potrebbe esserlo, il copione era già scritto prima che uscisse il film diretto da Paul Feig e scritto da Kristen Wiig con Annie Mumolo). Un perfido teatrino su quel che le femmine sono capaci di fare alle altre femmine.

Due sono le famiglie – di parenti e affini, estese ad amici e collaboratori di lunga data –  che nel cinema americano funzionano come la factory di Andy Warhol. La prima ruota attorno a Sofia Coppola, l’altra si organizza attorno a Judd Apatow, che nell’ultimo film This is 40 scrittura l’intera famiglia: la moglie Leslie Mann, già vista in Knocked Up (da noi Molto incinta), dove era la sorella sposata di Katheine Heigl, e le figliole Iris e Maude (in Italia esce a febbraio). Il suo nome compare in quasi tutte le commedie che negli ultimi dieci anni ci hanno fatto ridere – e anche rabbrividire di volgarità, che è sempre una gioia. Fanno parte del clan Will Ferrell, Jonah Hill, Kristen Wiig, Steve Carell. Russell Brand era già abbastanza famigerato in Gran Bretagna: entrato nell’orbita con Non mi scaricare, riappare in Get Him to Greek (titolo italiano: In viaggio con una rock star) a capo della band “Infant Sorrow”, in calzoni di pelle scivolati sui fianchi e collane etniche da “Cristo africano bianco venuto dallo spazio”. Imparentati sono anche i film. This is 40 è uno spin-off di Molto incinta, che a sua volta era nella sua testa un episodio un po’ sfasato della serie tv.

Imparentato è metodo di lavoro: con Paul Feig passavano i pomeriggi rievocando le umiliazioni subìte a scuola, per ricavarne materiale. «Mi prendevo in giro da solo per evitare che lo facessero gli altri», ricorda il mingherlino Apatow, non troppo diverso dal geek Sam, sorella della freak Lindsay. Lei ha sedici anni, a scuola se la cava bene, ma ha deciso di frequentare gli sbandati. Il fratello, di due anni più piccolo, appartiene alla categoria dei disadattati: occhialuto, vittima dei bulli, ma capace di imparare l’arte del ventriloquo per dire finalmente a papà quel che pensa di lui (una delle nostre scene preferite, assieme alla nonna moribonda che risponde un secco «no» a chi le chiede «vedi la luce bianca in fondo al tunnel?»).

Anche in This is 40 c’è una scena da ventriloquo: la figlia tredicenne Sadie parla da dietro un iPhone che le fa il muso di scimmia, a un pranzo dove i genitori sono particolarmente molesti. Pete e Debbie catalizzano le paure che accompagnano lo scoccare dei 40 anni, assieme agli esorcismi messi in atto: lui smetterà di mangiare patatine e dolciumi, lei (che sostiene di averne 38), smetterà di fumare. Andranno a farsi gli esami comprensivi di spettacolare colonoscopia, cercheranno di fare i conti con i rispettivi genitori (uno così ricattatorio da dire: «Tua madre ti voleva abortire, lo sai?»). Metteranno le figlie a stecchetto, per quanto riguarda il computer, ché ormai la tv non la guarda più nessuno. l copione è stato scritto raccontando senza pudore tutto quel che veniva in mente al regista e agli attori. Si presume, anche la differenza tra erezione analogica e erezione digitale (con l’aiuto del Viagra), che fa dire alla consorte «Ti preferivo moscio come prima». «Ma come, non hai letto le avvertenze? C’è scritto di negare sempre», si stupisce l’amico più scafato.

Visti i precedenti, è naturale che Judd Apatow abbia deciso di produrre Girls, la serie della HBO scritta, recitata e in parte diretta da Lena Dunham: condividono la stessa spinta a mostrare il peggio di sé, a mettersi in piazza senza vergogna, a trasformare ogni dettaglio, anche umiliante, della propria vita in una storia che conquista per la sfacciata sincerità. Imitarli è possibile, ma sconsigliabile. Di solito escono scenette che non divertono neanche i parenti stretti ma la genialità di Judd Apatow e della sua factory, sta nel miracoloso equilibrio con cui i fatti privati diventano faccende — se non universali – di pubblica, a volte amarognola, risata. Non vale solo per la commedia, vale per qualsiasi narrazione: basta contare le volte che abbiamo detto «quel certo romanzo è tratto da una storia vera», o «quella biografia si legge come un romanzo».

Film che non puntano su un comico solitario alla Woody Allen, uguale da un film all’altro fin quando l’età glielo ha consentito (e anche un po’ dopo), ma sulla forza di un gruppo.

Judd Apatow a undici anni trascriveva le puntate del Saturday Night Live, per studiarle e imparare i segreti del mestiere (esercizio di umiltà che vorremmo veder fare a tanti poeti, adolescenti e anche maturi). Aveva cominciato con un programma radio, ottimo modo per conoscere i suoi comici prediletti: allungare un copione mette subito di malumore, meglio l’intervista. A vent’anni aveva preso casa con Adam Sandler: li vediamo all’inizio di Funny People, che saccheggia i ricordi di famiglia anche quando serve una ragazzina che storpi un brano del musical Cats. A diciassette anni se ne era concessi una decina per sfondare. Da solo: non immaginava che sarebbe diventato il punto di riferimento della commedia americana negli anni 00. Film che non puntano su un comico solitario alla Woody Allen, uguale da un film all’altro fin quando l’età glielo ha consentito (e anche un po’ dopo). Piuttosto, sulla forza di un gruppo capace di sfornare Talledega Nights, con Sacha Baron Cohen nella parte di un pilota francese di formula 1 e Anchorman – The Legend of Ron Burgundy. Titolo italiano questa volta fedele: Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy, protagonista un cotonatissimo e maschilista presentatore tv, siamo a San Diego negli anni ’70, minacciato da una fanciulla che intende soffiargli telecamere e scrivania. Il film era diretto da Adam McKay, che probabilmente girerà anche il seguito ancora senza titolo, e la Apatow Production di nuovo produrrà.

Per il debutto nella regia dobbiamo aspettare il 2005 e 40 anni vergine: Judd Apatow aveva due anni meno del protagonista Steve Carell, commesso in un negozio dove si parla solo di sesso. Anche questo è figlio di Freaks and Geeks: «Mostrare i ragazzini come sono veramente, non come appaiono nella serie Dawson Creek», comportava un bel po’ di goffaggine sessuale, oltre che sentimentale. Fino a scordarsi l’argomento ragazze, come capita al timido Steve Carell che finalmente incontra Kathleen Keener, e gira con lei alla ricerca disperata di un preservativo. Fu il primo impatto con la comicità di Apatow allo stato puro (Freeks and Geeks, mai trasmesso in Italia, era un dramedy).

Agli spettatore italiani non piacque granché, e piacerà ancora meno Funny People, dove le gag si mescolano a una infausta diagnosi, facendo venire il sospetto che il comico al terzo film cominciasse a convincersi che l’introspezione fosse meglio della battuta (non lo è, se non siete Cartesio). Invece no: era un altro modo per saccheggiare la propria vita. Non piacque neanche tanto Molto incinta, uscito nel 2007, quando Hollywood sembrava sfornare solo donne e ragazze con il pancione, da Juno di Ivan Reitman con Ellen Page, alla camerierina di Waitress, nel film della povera Adrienne Shelley, assassinata a 40 anni da un immigrato che stava lavorando nel palazzo e aveva deciso di arrotondare.

Apatow ha preso molto sul serio la frase di Guy de Maupassant: «Il matrimonio è un misto di cattivi umori di giorno e cattivi odori la notte»

Volgarità. La parola, o qualche suo sinonimo, incombe sulle recensioni americane di This is 40, con varie sfumature di sdegno e anche di approvazione: da «divertente nonostante le scene grevi» a «il suo film più spassoso». In effetti vedere Raul Rudd a gambe spalancate (e piedi ancora nei calzini), mentre con un gioco di specchi cerca di sbirciarsi una protuberanza comparsa tra le chiappe, a raccontarlo non è un gran spettacolo. Ma bisogna sapere che Apatow ha preso molto sul serio la frase di Guy de Maupassant: «Il matrimonio è un misto di cattivi umori di giorno e cattivi odori la notte». Nel film la scena funziona benissimo, accompagnata dalla ripicca: «Ti ho visto partorire due figlie, questo controllino me lo devi». Gran parte del fastidio dipende dal fatto che Apatow spoglia più volentieri gli uomini delle donne, e i maschi dopo un po’ ne risentono. La bella commessa Megan Fox in cima alla scala, sbirciata sempre da Paul Rudd-Pete «non porta mutande, o se le porta hanno la fica stampata sopra».

Alla risata non si comanda, perfino il cuore è più malleabile e corruttibile. Se non avete amato finora i film di Apatow, This is 40 non vi farà cambiare idea. Se non avete riso alle battute riportate, dategli però un’altra possibilità: lo stile della Apatow factory non è fatto solo di botta e risposta da dialoghisti come W. C. Fields, citabili fuori contesto. Servono le facce degli attori, mentre i film procedono per accumulo, battendo e ribattendo sulle stesse situazioni: fa da tormentone Paul Rudd seduto sulla tazza del cesso con l’iPad. Una sola cosa non rende giustizia, ad Apatow e a qualsiasi comico: ridere al momento e poi pentirsi. Vizio già deplorato in una vecchia vignetta di Claire Brétécher: un gruppetto di spettatori durante la proiezione sghignazzano, e all’uscita commentano: «Deboluccio, senza spessore».

Found This Funny: My Favorite Pieces of Humor and Some That May Not Be Funny At All è il titolo dell’antologia che Judd Apatow ha curato per McSweeney’s, con brani scelti da Francis Scott Fitzgerald, Conan O’Brien, Lorrie Moore, Paul Feig, Jonathan Franzen, Alice Munro, Raymond Carver, Flannery O’Connor, Philip Roth, David Sedaris, Steve Martin, Nora Ephron, Jonathan Ames. Abbiamo cercato invano di mettere le mani sulla sua conversazione con Emmanuel Burdeau, ex redattore dei Cahiers du Cinéma, uscita da Capricci con il titolo Comédie mode d’emploi. Ci siamo consolati leggendo cosa potrebbe accadere durante la seconda stagione di Freaks and Geeks, così come Paul Feig l’ha immaginata (sul Vanity Fair cartaceo, sul sito c’è invece una bella galleria di foto scattate durante le riprese della serie). «Drugs! Pregnancies! Republicanism!», annuncia il titolo. Ed è chiaro che lo scandalo non sta nella droga.

 

Leggi anche: Contro Apatow, di Francesco Pacifico.

 

Dal numero 12 di Studio

Illustrazione di Stefano Monfeli

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