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Paul Verhoeven

Ritratto del regista olandese, autore di Atto di Forza, Starship Troopers e l'incompreso Showgirls, che "torna" nelle sale con un remake.

Sulla pratica del remake ci siamo già espressi a lungo proprio qui in questa rubrica. Non intendiamo infierire oltre, ma ci sembra il caso di notare alcune strane coincidenze. In questo momento il nome su cui s’è deciso di puntare è quello di Paul Verhoeven. Total Recall, remake del suo clamoroso Atto di Forza, diretto dall’impersonale Len Wiseman, è nelle nostre sale da giovedì scorso. Da mesi circolano in rete fotografie e bozzetti (altamente deludenti, se vi fidate del parere del sottoscritto) del remake del suo RoboCop, la cui uscita, stando a una notizia di ieri, è stata posticipata al 2014, forse proprio per correre ai ripari e aggiustare il tiro in corsa. Da tempo si parla anche di una nuova versione di Starship Troopers, uno dei suoi film più discussi e più belli. Le uniche notizie che si hanno per ora sul progetto sono alcune dichiarazioni del produttore Neal Moritz (uno degli abbonati ai remake, date un occhio alla sua filmografia e rabbrividite insieme a me) che ha già messo le mani avanti, dicendo che renderà il film meno violento e, secondo la sua ottica, più fedele al romanzo di Robert Heinlein.

Perché il problema con i remake dei film di Verhoeven è più o meno tutto qui. Le pellicole originali erano di rara violenza. Perché? Perché la violenza, come il sesso, erano alla base della poetica di Verhoeven. Il regista olandese era fissato con questi due macrotemi e, fin dall’inizio della sua carriera, è riuscito a renderli centro della sua poetica. L’ha fatto con i suoi primi film, come con lo splendido Fiori di Carne (bellissimo anche il titolo) del 1973, e l’ha fatto successivamente, una volta arrivato a Hollywood. Anzi, lì l’ha fatto in maniera ancora più esplicita. La cosa incredibile della fase di Verhoeven negli Stati Uniti è come sia riuscito a gestire dei titoli di enorme successo commerciale, che hanno in qualche modo riscritto i generi dell’action e della sci-fi moderna, senza per questo rinunciare al suo gusto e alla sua poetica. Verhoeven è stato un rarissimo caso di indipendenza cinematografica applicata alla macchina da soldi americana per eccellenza.

Nel 1990 Verhoeven in Total Recall si è permesso di utilizzare i muscoli di Schwarzenegger per renderli funzionali alle paranoie esistenziali di un racconto di Philip K. Dick. Tre anni prima, praticamente prima di chiunque, ha parlato della commistione tra carne e metallo in un film come RoboCop. Con Starship Troopers, nel 1997, s’è superato utilizzando la sci-fi per un attacco frontale, parodico al militarismo statunitense e a un concetto di bellezza che sembrava arrivare dal lavaggio del cervello fatto dalle soap dell’America Latina. Totalmente incompreso all’epoca, rivisto oggi Starship Troopers risulta un vero e proprio capolavoro, capace di dirci molto sugli Stati Uniti di quel periodo, capace di usare le stesse armi di coloro che voleva criticare. Verhoven, come i registi dell’ondata New Horror (Carpenter, Hooper, Romero) utilizza il genere per parlare e criticare la società in cui è immerso. Come Cronenberg concentra le sue attenzioni sul sangue e sul sesso, ma lo fa con film che spaccano al botteghino. Quando c’era Verhoeven insomma, il cinema americano era un posto migliore. Ed è forse per questo che i remake dei suoi film sono oggetti particolarmente rischiosi. Il nuovo Total Recall non è neanche un brutto film, ma è la versione pulita e buona di quello che è stato l’originale. Come sarà il nuovo RoboCop e come sarà il nuovo Starship Troopers.

Ma quello che a noi qui interessa è capire che fine ha fatto Paul Verhoeven. Nel 1992, dopo il successo di Atto di Forza, dirige lo strano Basic Instinct, pellicola che tutti corrono a vedere per la famosa sequenza dell’accavallamento gambe di Sharon Stone, ma che in realtà in pochi apprezzano realmente. Riesce a lanciare la bruttissima moda dei thriller erotici (Boxing Helena, Sesso Bendato, Occhi di Serpente, Bound) ma sono in tanti a storcere il naso: i fan dei film action di Verhoeven si annoiano, quelli che vogliono leggerci rimandi hitchcokiani parlano da soli fuori dai cinema e cominciano ad arrivare le prime critiche forti all’operato di Verhoeven. Il quale, tre anni dopo, si suicida con uno dei film meno compresi della recente storia di Hollywood.

Nel 1995 esce Showgirls e succede il finimondo. Il film ottiene ben 13 nominations ai Razzie Awards, ne vince sette al primo giro e addirittura otto come peggior film del decennio 1990 – 2000. Costato ben 45 milioni di dollari (all’epoca tantissimi; oggi ci fanno due puntate di Revolution), ne guadagnò solamente 20 e mandò in frantumi la carriera del regista. Addirittura si coniò il termine Showgirls-bad, per descrivere un film incredibilmente brutto. Poi, con gli anni, il film ha conosciuto una seconda piccola giovinezza, diventando per molti un culto totale. Esiste per esempio una bellissima edizione del film in DVD in un cofanetto di raro cattivo gusto che comprende un set da bicchierini da shots, delle carte da gioco, una mascherina per dormire e degli adorabili copri capezzoli da ballerina. Oggi ci sono critici come Jacques Rivette o Jonathan Rosenbaum che ne tessono le lodi e anche registi come Tarantino o Jarmush ne parlano come di un film altamente sottovalutato. Eppure la carriera hollywoodiana di Verhoeven da allora fondamentalmente finì. Seguirono il già citato Starship Troopers e L’Uomo Senza Ombra, entrambi fallimentari al botteghino, e poi il nostro fu costretto a tornarsene  lavorare in Olanda dove, nel 2006, realizza il notevole Black Book. Al momento ha annunciato il titolo del suo prossimo film, previsto per il 2014, De Stille Kracht.

Ma perché Showgirls è un film sottovalutato? Perché il pubblico lo snobbò senza se e senza ma? Perché, al pari di Starship Troopers, Showgirls racconta in modo critico un mondo, appellandosi all’arma dell’esagerazione. L’obiettivo è quello di evidenziare come il mondo dello spettacolo sia una sorta di inferno dai colori fluo, dove non esiste alcune concetto di moralità e dove chiunque è pronto a uccidere il prossimo pur di potersi affermare. Ancora più che in Starship Troopers è difficile l’immedesimazione con i protagonisti. Se è normale sperare che i fanti dello spazio almeno non vengano mangiati da enormi scarafaggi giganti, qui non si può mai fare il tifo per questa insopportabile ragazzina che arriva dal nulla con il sogno di diventar una ballerina.

Nomi Malone (l’incredibile Elizabeth Berkley) non sembra avere il dono della danza; non la vediamo sudare da sola di fronte a uno specchio o allenarsi contro tutto e tutti portando avanti dei valori che altri non riconoscono. Si muove a scatti, come una povera pazza indemoniata, sperando che qualcuno la noti. Ed è qui che trova spazio la nudità. Si vedono più tette in Showgirls che in tutta l’annata di Playboy del 1995. Sono sempre tutti nudi. Tutti mostrano tutto solo per farsi vedere e il risultato è che il loro corpo non interessa più a nessuno. La nudità diventa un dato di fatto, una fredda esposizione di ciò che di meglio si ha, fatta apposta per abbindolare i bifolchi dei locali di strip-tease ubriachi di birra, come i produttori dei più ricchi spettacoli di danza dei faraonici hotel di Las Vegas. Il sesso in Showgirls fa impressione (più che eccitare) per la sua meccanicità, per come – anche quando è vissuto in privato – simuli l’esposizione pornografica. Dopo aver fatto una lapdance a un bellissimo Kyle MacLachlan in un sordido locale (solo per ottenere l’attenzione della sua rivale Gina Gershon), la Berkley finisce a casa dell’uomo. Qui i due, da soli, fanno l’amore in piscina. La piscina è illuminata da delle finte palme al neon. All’interno ci sono dei delfini di marmo che sputano acqua. mentre lui sembra più interessato a gettare litri di champagne Crystal in faccia alla ragazza, quest’ultima si muove e si agita come se fosse la protagonista di un film porno. Come quando balla di fronte al pubblico, si agita in modo inverosimile, finendo addirittura per tirare delle testate nell’acqua.

La piscina di MacLachlan ci offre la possibilità di parlare di un altro importante aspetto del film, ovvero i set. Anche in questo caso il tutto è ovviamente di rara esagerazione. Las Vegas è lo specchio deformante di Hollywood. Tutto è finto, evidentemente posticcio e di cattivissimo gusto. Tralasciamo gli esagerati set dei teatri in cui le ragazze si esibiscono, fatti di vulcani di cartapesta e finte colonne doriche in plastica. Tralasciamo anche i camper da puro white trash dove le ragazze vivono, con alle pareti poster di cantanti impotenti che nel tempo libero fanno stuprare dagli amici le ammiratrici. Concentriamoci su uno dei pochi spazi “normali” dove si svolge l’azione: lo shopping mall. Qui le due avversarie si lanciano sfida bevendo champagne ai tavolini di un fastfood, sotto un cielo azzurro talmente irreale da risultare più vero del vero. Verhoeven ha un occhio incredibile per gli spazi e riesce ad utilizzare gli interni più squallidi in maniera esemplare, avvicinando un grande magazzino alla finta Marte di Total Recall. Tutto questo all’epoca però risulto indigesto allo spettatore che rigettò in toto il film. Ma se le cose continuano così, fra qualche anno sarà messo un cantiere un remake di Showgirls. Magari senza scene di topless.

 

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