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Pasolini, Roma / Pt. 3

Il processo a Ragazzi di vita, i testimoni eccellenti a difendere PPP (poi assolto), gli amori, Ninetto, il viaggio a Stoccolma per il Nobel di Montale, Roma Sud. Continua il racconto di Pasolini e Roma, da una mostra al Palazzo delle Esposizioni.

La seconda parte di un racconto del rapporto del poeta, regista e scrittore con la sua città. La prima è qui, la seconda qui.

*

In quegli anni, a Roma: una società letteraria e giudiziaria; a cena alla trattoria Romana in via Frattina o da Cesaretto a via della Croce, con Parise e Gadda, e inaugurazioni di Guttuso con presente Togliatti; una lettera di PPP alla mamma datata 29 gennaio ’55, per sapere se si può invitare a mangiare a casa Elsa Morante con Moravia e forse anche i Bassani, e “saremo nello stesso numero di quando son venuti i Longhi”, e vediamo  se mamma ha voglia di cucinare ancora.

Ma poi: lettere disperate di PPP all’editore Garzanti, cercando di mettere insieme i testimoni per il processo Ragazzi di vita, che però si tiene il 4 luglio ’56, data pessima: Gianfranco Contini si scusa ma è in sessione di laurea, Ungaretti forse non può, c’è la finale del premio Strega. Poi però, in tribunale, parterre sempre più importanti: Moravia Morante Betti Maraini nel ’63 a testimoniare per la querela al film La ricotta; qui, condanna in primo grado a quattro mesi con condizionale, e addirittura un moviolone gigante in mostra, sembra una falciatrice da trattore o un vogatore, il pubblico ministero Di Gennaro sta seduto dietro, in toga, pare in consolle, al Palazzaccio di piazza Cavour, commenta le accuse scena per scena. Mentre PPP, invece, scrive un memoriale di difesa: là le corna hanno significato apotropaico, lì la bestemmia ha valore artistico, qua l’attore quando rutta in croce non è che rutti proprio, «è in realtà un singhiozzo».

Cento tra denunce querele e udienze: per corruzione di minore, omosessualità, vilipendio alla religione, oscenità, turpiloquio.

Comunque, una parete di processi, qui esposti e ricordati da un muro di articoli d’epoca o tazebao; al 1949 al 1977, fin oltre la morte del poeta. Cento tra denunce querele e udienze: per corruzione di minore, omosessualità, vilipendio alla religione, oscenità, turpiloquio. Una vera e propria persecuzione, e con poca agibilità politica, e niente servizi sociali. Accuse anche postume, e mitomaniache: il processo per Salò va avanti per due anni dopo la morte dell’imputato; mentre nel 1961, addirittura accusa di rapina a una stazione di servizio al Circeo, armato di pistola «con proiettili d’oro».

Nel 1956 per Ragazzi di vita addirittura la denuncia arrivava dalla Presidenza del Consiglio, come se Renzi o il sottosegretario Del Rio oggi andassero in procura a denunciare Walter Siti (o perfino Mazzantini per Splendore o Mazzucco per libri già vituperati in licei romani, forse pasoliniani, e però con know how evidentemente inadeguati, come da scene di sesso basate su informazioni palesemente di seconda mano). Mentre altre presidenze del Consiglio più allegre non vituperavano e non denunciavano: il famoso ex premier molto europeista da poco scomparso, ardente per un cameriere veneto del ristorante Toulà, a cui diceva leggendariamente «penso sempre a te», e quello, in tempi pre-casta: «Pensi all’Itaglia, eccellensa, pensi all’Itaglia».

Anche il Poeta si innamora. Lettera non spedita, 1963: «Caro Flaiano, è la prima lettera del genere che scrivo, forse perché in questi giorni mi sono innamorato, o soffro di gastrite nervosa». Conosce Ninetto. Errori madornali, però, subito: vacanze a tre a Venezia, loro due e Laura Betti gelosa che fa le scenate (che idea, portarla). Lettera di richiamo del poeta, all’amica: ti ho messo giù il telefono e lo rifarò anche, se lo tratterai di nuovo male come a Venezia. Ninetto, in un’intervista a Gianni Borgna: «La prima volta che ho visto una vasca da bagno è stato a casa della Betti, a via del Babuino. Io non avevo mai visto una vasca, me pareva na bara». Gli piace molto il bagnoschiuma Badedas. Ninetto fa il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966) e Il fiore delle mille e una notte (1974). Nel 1975 con Pier Paolo vanno a Stoccolma, alla consegna del Nobel a Montale; Pasolini ha un vestito blu, elegantissimo, col quale pochi giorni dopo Ninetto lo seppellirà. Ninetto nel frattempo si sposa, e chiama i suoi figli Pier Paolo e Guidalberto, come il fratello del poeta ucciso in guerra. Intanto Pasolini ha preso la sua ultima casa romana, all’Eur, «la casa della mia sepoltura», e a Roma Sud naturalmente aumentano le smanie e le inquietudini.

 

(III-continua)

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