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Partito o non partito?

Il punto vero, al di là di Epifani, é cosa il Pd deciderà di essere in vista del congresso di ottobre. Protagonista principale: Matteo Renzi.

Roma – Chiunque abbia avuto la possibilità di fare due passi tra i padiglioni della Fiera di Roma che sabato scorso hanno ospitato la scampagnata dei settecento delegati del Pd – che per un giorno intero si sono incontrati a pochi chilometri da Fiumicino per votare più o meno all’unanimità Guglielmo Epifani nuovo reggente pro tempore del Pd – si è reso conto in un attimo che il vero tema politico di questa complicata fase della vita del Partito democratico non è certo il nome che oggi ha sostituito Pier Luigi Bersani alla guida del Pd, ma è invece il nome che dal prossimo ottobre verrà schierato in campo dai vertici come nuovo leader del primo partito italiano.
I nomi in ballo oggi sono pochi e sono quelli di Gianni Pittella, Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Ma dietro questi volti si nasconde il vero nome che a lungo è stato evocato sabato scorso alla Fiera di Roma nei conciliaboli al margine degli interventi dei delegati. E quel nome, come forse avrete capito, è quello del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Renzi, già. Perché poi in fondo la questione è semplice: perché Renzi non dovrebbe guidare il Pd? Perché il più forte tra i leader del Pd dovrebbe stare lontano dalla guida del Pd? E perché il più forte tra i leader del Pd potrebbe trarre un beneficio dal rimanere lontano dalla segreteria del Pd? La questione forse l’avrete sentita accennata in questi giorni ma per mettere le cose in ordine può essere utile fare il punto e spiegare la ragione per cui nel Pd oggi è davvero difficile trovare qualcuno che sia convinto che a Renzi possa convenire non scendere in campo per la guida del partito.
Andiamo con ordine, e partiamo dai problemi. Problema numero uno, la tempistica. Renzi è sindaco di Firenze e il suo mandato scade a giugno 2014. Il Rottamatore ha già promesso di volersi ricandidare a Palazzo Vecchio ma la scelta presenta alcuni punti di fragilità. Uno su tutti: che figura ci fa Renzi se una volta riconquistata Firenze dovesse mollare dopo appena pochi mesi per candidarsi improvvisamente alla guida del paese? L’ultima volta che nel Pd un sindaco dopo essere stato rieletto alla guida della sua città ha lasciato per tentare un’altra avventura le cose non sono andate molto bene (ricordate Walter Veltroni nel 2007?); Renzi è consapevole del rischio che corre ma ai suoi interlocutori dice di essere pronto a correre il pericolo pur di non dover fare i conti con tutte le rogne che comporterebbe prendere la plancia di comando del partito.
Problema numero due, gli avversari. Renzi crede che per sé il percorso giusto sia quello del candidato che cresce politicamente lontano dall’apparato e lontano dalle beghe romane e non è detto che la lontananza del Rottamatore da Roma non sia in effetti un punto di forza per il sindaco fiorentino. Finora le cose sono andate così ma nel futuro la situazione potrebbe cambiare qualora nel Pd dovesse maturare una nuova leadership più orientata verso sinistra in grado di andare a costituire un’alternativa quasi naturale al centrismo del Presidente del consiglio. Detto in altre parole: e se alle prossime primarie per la premiership Renzi si dovesse nuovamente scontrare con un candidato sponsorizzato dall’apparato del partito siamo sicuri che il sindaco di Firenze avrebbe la forza di non ritrovarsi di fronte a una sconfitta simile a quella registrata nel 2012 con Bersani? Problema numero tre, il partito. Renzi, come abbiamo detto, considera importante marcare la sua distanza dal Pd, e non sembra essere preoccupato dal fatto che il Pd con una guida debole e magari molto orientata a sinistra possa diventare qualcosa di diverso dal Pd. Il ragionamento di Renzi è questo: quando io sarò in campo, il valore aggiunto che offrirò al centrosinistra metterà al riparo il Pd dagli eventuali consensi persi, quindi il problema non si pone. Il calcolo del sindaco però potrebbe essere rischioso e, considerando che i consensi del Pd continuano a scendere vorticosamente verso il basso, potrebbe rivelarsi un grave errore lasciare il Pd al suo destino e poi provarlo a salvare in campagna elettorale. Un errore per il Pd, che nelle condizioni in cui si trova oggi rischia di diventare qualcosa di diverso dal Pd, e un errore per Renzi, che si ritroverebbe in dote un pacchetto di elettori inferiore forse rispetto anche alle ultime elezioni.
“Il Pd ha bisogno di Renzi e Renzi ha bisogno del Pd”, spiegava qualche giorno fa ai cronisti l’ex vice di Renzi a Palazzo Vecchio Dario Nardella. Il tema dei prossimi giorni sarà questo ed è facile immaginare che nel centrosinistra, chi ama il Pd, chi ama il vecchio modo di intendere il Pd, chi è ancora affezionato all’idea della vocazione maggioritaria con cui nacque il Pd, spingerà verso questa direzione. La strada è complicata e Renzi non sembra avere voglia di cambiare idea. Ma il ragionamento fila, e se il sindaco di Firenze sogna ancora di diventare il Tony Blair italiano, la strada per lui è quella: prendere il Pd, rivoltarlo come un calzino, trasformalo in un partito moderno e poi provare a vincere le elezioni.
Perché ormai la storia è chiara: senza un partito alle spalle forte, la sinistra non vince le elezioni. Renzi lo sa, ed è pronto a correre il pericolo. Ma seguire questo percorso, come avete visto, presenta molti ostacoli, e chissà che da qui a luglio, quando il Pd dovrà presentare l’elenco dei candidati alla segreteria, non ci sia qualche sorpresa da Firenze. Converrebbe al Pd, di sicuro. Ma probabilmente converrebbe anche allo stesso Rottamatore. Renzi lo capirà?

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