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Parare

Breve storia di quello con la maglietta di un altro colore. Significato e radici del ruolo del portiere, dai riti di fertilità del Medioevo fino al Maracanã.

Il calcio non è sempre stato così come lo conosciamo oggi. È cambiato, in questi primi cento e più anni di vita, molto: nella tattica, nei ruoli, nelle regole, nel numero dei giocatori. L’ultima rivoluzione risale al 1992, quando fu vietato al portiere di raccogliere con le mani il retropassaggio della difesa amica. Prima ancora c’era stata l’introduzione del fuorigioco, una delle regole principe, oggi. Prima ancora, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, i cambiamenti erano stati anche più radicali. Si trattava, allora, di segnare nettamente un confine tra il rugby e quel nuovo sport giocato con un pallone rotondo da prendere a calci.

In alcuni riti di fertilità irlandesi due sfere rappresentanti il sole e la luna andavano collocate, dopo una “parata”, in appositi “goal”, alberi concavi o buche e solchi nei campi, per propiziare la crescita.

I confini storici del calcio non sono netti, anzi. La storiografia ufficiale è infarcita di formule come “la prima testimonianza scritta di”, che sta a significare, più o meno: “Prima c’era qualcosa, ma è soltanto una supposizione”. Ad ogni modo e per restare in tema, la prima testimonianza scritta del moderno gioco risale al 1519, ed è contenuta nel Vulgariadi William Horman, preside di Eton e autore di uno strano libro di grammatica – il Vulgaria, appunto. Qui, tra molte, si trova la frase «We wyll playe with a ball full of wynde», in cui “wynde” sta per aria. Di antenati, però, ne esistono decine, forse centinaia, e sparsi in tutto il mondo: i nativi americani stanziati nell’odierna zona dell’Oklahoma, secondo un articolo della Contemporary Review del 1929 firmato W. B. Johnson, praticavano un non meglio precisato gioco con una palla per celebrare il raccolto, in un campo disposto da est a ovest, i punti in cui il sole sorge e tramonta, così come in alcuni riti di fertilità irlandesi due sfere rappresentanti il sole e la luna andavano collocate, dopo una “parata”, in appositi “goal”, alberi concavi o buche e solchi nei campi, per propiziare la crescita. Stesso discorso per quanto riguarda il Mob Football, tradizionale gioco inglese del Martedì Grasso (Shrove Tuesday), simile a un rugby senza limiti di giocatori e molto diffuso nel Medio Evo: in alcune contee si credeva che la prestazione di un contadino potesse influire sul suo successivo raccolto.

In seguito, i secoli hanno sì introdotto importanti modifiche strutturali, ma non ne hanno snaturato lo scopo ultimo: il goal. Hanno, però, aggiunto al rito un elemento che nell’antichità non esisteva – o almeno, non esisteva in forma fisica e tangibile: il ruolo del portiere. Postulando che l’uso di portare una palla in una luogo appositamente destinato sia la cifra fondamentale del moderno gioco del calcio, il portiere rappresenta, naturalmente, un’aberrazione: è l’unico partecipante il cui scopo è quello di impedire il raggiungimento dell’obiettivo finale e unico. È, simbolicamente, il distruttore di raccolti, il portatore di carestia, la nemesi del gioco all’interno del gioco stesso. Anche per questo Jonathan Wilson, scrittore, giornalista, ex football correspondent del Financial Times nonché fondatore e direttore del trimestrale calcistico The Blizzard, ha scelto di scrivere un libro interamente dedicato al ruolo del portiere (cui si è molto attinto per questo articolo).

Si chiama The Outsider, e il titolo è un filo rosso che percorre tutte le trecento e più pagine a partire dall’epigrafe iniziale, un sonetto shakespeariano (il IXXX): «…in disgrace with fortune and men’s eyes, / I all alone beweep my outcast state… ». È “outcast”, più che “outsider”, il termine più utilizzato per descrivere il ruolo: la storia del portiere attraverso l’analisi di Wilson, che spazia dalla storiografia all’indagine psicologica, è quella di una costante tensione alla redenzione. Dal peccato originale, quello di essere, in senso figurato, l’ostacolo ultimo alla realizzazione della fertilità; ma, più pragmaticamente, anche dalla singolarità delle sue caratteristiche, che hanno impedito per lungo tempo una definizione chiara (in termini di regolamento, ma anche di tattica) di cosa possa o non possa fare un portiere.

Il football definibile come moderno, vale a dire quello delineatosi nella seconda metà del diciannovesimo secolo era, ancorché confuso in certi punti, già ben distinto dal cugino rugby. Eccezion fatta per il ruolo del portiere: fino al 1887 poteva giocare la palla con le mani ovunque, e fino al 1892 poteva essere senza problemi placcato dagli avversari, in quanto era, ancora, in potere di utilizzare le mani fino alla metà campo. Questo spiega il successo di giocatori come William “Fatty” Foulke, nato nel 1874, diventato professionista nel 1894 e ritiratosi nel 1907. Foulke, che giocò anche una stagione con il Chelsea nel 1905, arrivò a pesare, a fine carriera, circa 170 kg (per 1,93 metri). Anche per via della sua stazza William Foulke divenne un personaggio molto celebre al di fuori del mondo sportivo, ispirando una figura teatrale, Stiffy the Goalkeeper, interpretata da Harry Weldon: una sorta di caricatura che faceva poco altro se non mangiare, bere e subire goal a valanga, il che certamente non rendeva giustizia al valore reale di Fatty, ma illustra bene il complesso rapporto che il ruolo del portiere ebbe, da sempre (soprattutto nella prima metà del Novecento), in terra britannica.

Spagna, Italia e Russia veneravano i loro portieri come veri e propri oggetti di culto. «Rivaleggia con il matador e l’asso dei cieli in quanto oggetto di entusiastica adulazione», scriveva Nabokov.

È emblematica, in questo senso, una frase che Harry Rennie, nei primi anni del secolo uno dei più forti portieri d’oltremanica, pronunciò a un giornalista del Daily Record che chiedeva la sua opinione sulla superiorità della scuola di “numeri uno” continentale rispetto a quella britannica. «Se è vero» disse Rennie «è solo perché il temperamento latino è più adatto a un modo di giocare che necessita di esibizioni acrobatiche. In quanto scozzese purosangue, non potrei mai accettare una tale perdita di dignità come quella rappresentata dall’acrobatismo… Ho sempre pensato che sia una discesa nella pura bestialità». In senso opposto – e pur in modi differenti – Spagna, Italia e Russia veneravano i loro portieri come veri e propri oggetti di culto. «Rivaleggia con il matador e l’asso dei cieli in quanto oggetto di entusiastica adulazione», scriveva Nabokov nella sua autobiografia Speak, memory del 1966. Ancora, nel 1977, quando il Nottingham Forest allenato da Brian Clough pagò 270.000 sterline per Peter Shilton, si racconta di un anonimo dirigente della squadra che chiese perché spendere una tale somma per un giocatore che per 85 minuti di gioco non sarebbe stato coinvolto nel gioco.

Per quanto riguarda la Russia, anzi, l’Unione Sovietica, il portiere – solitario, eroico – è sì in un certo modo antitetico all’ideale collettivo tipico dell’ideologia dominante (e questo, Wilson suggerisce, potrebbe essere una delle cause dell’estrema popolarità del ruolo), ma la sua figura è assimilabile a un certo superomismo non assente dall’immaginario bolscevico. Nel 1937 un musical chiamato Vratar godette di un vastissimo successo nell’Urss. Raccontava la storia di Anton Kandidov, un ragazzo che per guadagnarsi da vivere stipava angurie sui carri. Notato da uno scout durante una serie di “prese”, venne ingaggiato da una squadra e andò incontro a una carriera di prevedibili successi. Anche in Zavist di Yuri Olesha, romanzo pubblicato nel 1927 in Unione Sovietica e 1936 in Inghilterra, compare la figura di un eroico portiere, Volodya Makarov, che salva la squadra dagli attacchi dell’individualista attaccante tedesco Getzke, concentrato solo sull’obiettivo personale del goal. In Spagna e Italia il fascino dell’estremo difensore non derivava da una sua raffigurazione eroica, ma piuttosto da ciò che Harry Rennie disprezzava: la showmanship, la stravaganza, l’istrionismo. Negli Anni ’30 il giornalista inglese John Macadam, assistendo a una partita della Nazionale azzurra con Aldo Olivieri tra i pali, notò come gli italiani si concentrassero nelle zone dietro la porta non, come gli inglesi, per assistere alle più pericolose azioni da goal, ma per poter vedere il portiere all’opera. «Il portiere continentale» scriveva «è più di un giocatore della squadra. È il supremo artista, la quintessenza dell’abilità atletica. Gli attaccanti, i mediani, i difensori possono giocare come vogliono e saranno giudicati secondo i loro meriti, ma se il portiere non riesce per qualsiasi ragione a mettere su uno show spettacolare, il pomeriggio è rovinato». L’eroe dei pali, nella penisola iberica, non può che rispondere al nome di Ricardo Zamora. Tale era la sua popolarità negli Anni ’20 e ’30 che un aneddoto racconta di quando, nel 1931, il suo omonimo Niceto Alcalá Zamora venne eletto presidente della Repubblica: pare che Stalin, informato della notizia, esclamò «Ah, quel portiere!».

Di Moacir Barbosa, portiere del Brasile sconfitto dall’Uruguay nella finale del Mondiale 1950, si ricorda una frase: «In Brasile la massima sentenza è trent’anni, ma la mia prigionia è durata cinquanta».

In fatto di redenzioni, la più emblematica – e forse infinita e inconclusa – è quella del brasiliano Moacir Barbosa e, in parte, dell’intera categoria degli estremi difensori verdeoro. Barbosa nasce nel 1921, e ha 29 anni quando il Brasile gioca, al Maracanã di Rio De Janeiro, la finale di Coppa del Mondo del 1950 contro l’Uruguay. È il portiere titolare. Il Brasile si presenta alla finale con 21 goal fatti in 5 partite, compreso un 7-0 alla Svezia e un 6-1 alla Spagna. Il Paese nel 1946 aveva eletto un governo democratico, e il più grande stadio di sempre era stato costruito. Più di 200.000 persone, sugli spalti, aspettavano che la formalità della finale fosse conclusa. I quotidiani, nei giorni antecedenti, non si erano fatti scrupoli nel presentare la fotografia della formazione titolare con la dicitura “Sono questi i campioni del mondo” (senza punti interrogativi). Il Brasile, in vantaggio dal terzo minuto del secondo tempo, subiva prima il pareggio di Schiaffino e, a dieci minuti dal termine, il sorpasso di Ghiggia, un rasoterra da destra, diretto sul primo palo, su cui Barbosa si faceva trovare completamente fuori posizione. Jules Rimet, l’ideatore della Coppa del Mondo (al tempo ancora Coppa Rimet), aveva preparato un solo discorso per la premiazione: in portoghese. Il drammaturgo brasiliano Nélson Rodrigues definì l’evento «la nostra Hiroshima». Furono molti i suicidi nei giorni successivi. Barbosa fu “ucciso” dalla stampa e dal mondo del calcio; morì in povertà nel 2000. Di lui si ricorda una frase: «In Brasile la massima sentenza è trent’anni, ma la mia prigionia è durata cinquanta». Nel 1993 fu allontanato da un allenamento della nazionale al Maracanã da Mario Zagallo, assistente dell’allenatore Parreira, per paura della cattiva sorte che, si diceva, portava con sé. Ma l’episodio peggiore della sua vita, ha detto Barbosa, si verificò nel 1970, quando per strada una donna lo indicò a suo figlio: «Guarda. Quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile». Prima dell’esordio di Nelson Dida nel 1999, Barbosa rimase l’ultimo portiere brasiliano di colore ad aver giocato in nazionale.

Tra tutti i ruoli, quello del numero uno è il più affascinante e il meno intelligibile. È difficile capire il perché qualcuno possa scegliere una posizione in cui, per novanta minuti, si gioca da soli contro tutti. Contro gli avversari, è ovvio, ma in parte contro gli stessi compagni: è solo da un loro errore, una loro leggerezza o disattenzione che l’attaccante avversario può essere in condizione di ferire, rendendo così il portiere la personificazione dell’ “estremo rimedio”. E certo, questo spiega la fascinazione della letteratura per il ruolo. «È una cosa che funziona in entrambi i versi», ha raccontato Jonathan Wilson a Studio «ci sono stati molti poeti e scrittori che hanno giocato in porta, e quando qualcuno ha cercato di scrivere qualcosa sul calcio, è il portiere il ruolo che ha fornito più ispirazione. Credo che lo scrittore o l’intellettuale veda se stesso come un individuo con una prospettiva unica sulla società che lo circonda, come il portiere ha una prospettiva unica sulla partita, insomma, se vuoi scrivere di calcio in un certo modo letterario, come ad esempio ha fatto Julian Barnes, è abbastanza ovvio scegliere come soggetto il portiere: è quello che durante una partita ha più tempo per pensare, ed è il pensiero che rende l’uomo interessante».

Se da un lato esistono vere e proprie “scuole da portiere” (e non c’è traccia, ad esempio, di “scuole da terzino”, o “scuole da mediano”), dall’altro la tecnica insegnata non potrà mai fare a meno di una componente istintiva intimamente individuale, che si rende utile nel gioco ma non viene appresa dal gioco.

Dai molti profili contenuti in The Outsider, due considerazioni emergono. La prima è una sostanziale conferma del cliché che vede il portiere, rispetto agli altri compagni, dotato di una personalità eccentrica, istrionica, sopra le righe. Tra gli aneddoti, è divertente ed emblematico quello di Bruce Grobbelaar, sudafricano estremo difensore del Liverpool dal 1981 al 1994, che, in una giornata piovosa con i Reds in vantaggio, prese in prestito un ombrello per ripararsi. O, ancora, si racconta di Giuseppe Moro, ex Fiorentina e Roma negli Anni ’40 e ’50, che più di una volta lasciò deliberatamente segnare gli avversari, offeso per una parola di troppo di un compagno o un allenatore. Ma chi portò all’estrema popolarità una certa follia tipica dei portieri furono i los locos, ovvero il messicano Jorge Campos, il colombiano René Higuita, il paraguaiano José Luis Chilavert.

Furono innanzitutto tutti grandi portieri, al di là del lato spettacolare: Chilavert è stato votato nella speciale classifica della Iffhs il sesto migliore della storia, Higuita fu il protagonista di quella Colombia del 1994 ricordata come la più forte di sempre, Campos guidò il Messico per 130 partite ufficiali in tre campionati Mondiali. I tre locos si resero famosi anche per i goal segnati: Campos usava indossare la maglia numero nove, e capitava non di rado che giocasse da mezzapunta; in carriera segnò 35 goal, tutti con la maglia di club. Chilavert, tra punizioni e rigori, ne segnò 62, di cui nove con la maglia del Paraguay. Higuita, anche se più celebre per lo “scorpion kick” messo in scena contro l’Inghilterra nel 1995, l’amicizia con Pablo Escobar e i capelli lunghi fino e oltre le spalle, 41. L’altra considerazione riguarda più nello specifico cosa significa essere portiere. Rispetto agli altri ruoli, ha una caratteristica del tutto particolare: il portiere si deve buttare, lanciare in aria per poi atterrare. Non la cosa più naturale che ci sia. Per questo, se da un lato esistono vere e proprie “scuole da portiere” (e non c’è traccia, ad esempio, di “scuole da terzino”, o “scuole da mediano”), dall’altro la tecnica insegnata non potrà mai fare a meno di una componente istintiva intimamente individuale, che si rende utile nel gioco ma non viene appresa dal gioco. Giuseppe Moro, ad esempio, disse di aver imparato a tuffarsi sul fronte siciliano durante la Seconda Guerra Mondiale, per salvarsi dai bombardamenti aerei; Peter Schmeichel, uno dei migliori di sempre, affrontava i tiri più ravvicinati (spesso colpi di testa) con il cosiddetto star jump, un modo di saltare cercando di coprire il maggior spazio possibile, con braccia e gambe tese a formare, appunto, una specie di stella.

L’interrogativo di fondo rimane: Jonathan Wilson non risponde al perché, in fondo, qualcuno dovrebbe scegliere di indossare consciamente il costume, storicamente nel calcio, di capro espiatorio e antitesi del gioco stesso. Né tenta di spiegare cos’abbia il portiere di così magico da avere da sempre affascinato come solo, forse, il numero 10; o meglio, non tenta di definirlo: lo racconta attraverso uno tappeto di storie che prosegue per più di 350 pagine, un mosaico che illustra come, anche grazie alla “regola del retropassaggio”, si sia integrato sempre più nel sistema-gioco, e nel folklore, cessando di essere l’incomprensibile buffone dei primi anni del secolo. Miracoli come quelli di Helmut Ducadam, capace di parare quattro rigori su quattro al Barcellona nella finale di Coppa dei Campioni del 1986, rimarranno, così come rimarrà la fascinazione per un uomo la cui maggiore sfida, per tutta la carriera, è quella con l’arbitrarietà del destino (uno su tutti: Moacir Barbosa). La conclusione, se ce n’è una, è che l’esiliato, l’outcast, difficilmente arriverà a una redenzione. La parata, come ha scritto nel libro The Game il portiere di hockey (ma pur sempre portiere) Ken Dryden, resterà sempre un gesto effimero rispetto al goal che, anche in caso di sconfitta, viene innalzato nella memoria collettiva e universale dalla statistica. Una salvezza per il “distruttore di raccolti” è impossibile: e non importa se gli sponsor (ex portieri) sono nomi importanti come Camus, Nabokov, e perfino un santo come Giovanni Paolo II.

 

Dal numero 13 di Studio

L’articolo è originariamente apparso qui

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