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Dal nostro inviato dall’ultimo di Özpetek

Notti insonni, ricordi personali, la curiosità per Francesco Arca e un amico a cui chiedere aiuto: cosa vi serve per affrontare Allacciate le cinture, l'ultimo film del regista turco.

Certo che la vita è proprio imprevedibile. Vi siete mai soffermati a pensare a quali strane circostanze regolino gli eventi più significativi della vostra esistenza? Siete mai andati a ritroso nella vostra storia per scoprire quale accadimento ha fatto in modo che voi siate qui oggi? La mia ragazza fa l’architetto. Esattamente non so cosa voglia dire fare l’architetto, ma da quello che ho visto e provato sulla mia pelle significa lavorare almeno una o due volta alla settimana fino alle cinque del mattino. Poi il giorno successivo ti svegli come sempre alle otto, dopo tre corroboranti ore di sonno, e ricominci con le tue solite cose. Mi capita spesso di stare con la mia ragazza quando lei fa questa cosa dell’essere architetto e anche questo lunedì sono rimasto con lei in studio fino alle 5,40 del mattino. Il giorno dopo non ero esattamente un fresco fiore di montagna, ma dovevo comunque mandare le proposte per questo articolo ai ragazzi di Studio. Ed è stato in un momento di scarsa lucidità, dovuta molto probabilmente alla mancanza di un adeguato riposo, che ho scritto le mie solite suggestioni e poi, come in uno stato di trance, ho aggiunto: «Oppure potrei andare a vedere l’ultimo film di Ferzan Özpetek».

Correva il 2007 e un allora più giovane Pietro Minto faceva lo studente a Venezia. Non sapeva che un giorno sarebbe diventato un redattore di Studio e che avrebbe gestito gli articoli di cinema di tale Federico Bernocchi. Pietro studiava e si vedeva con una ragazza. Un giorno questa ragazza lo convinse ad andare al cinema. La ragazza in questione aveva una particolare predilezione per il cinema italiano e, supportata da una lunga serie di commenti e recensioni positive di amici e stimati critici, portò il nostro Pietro a vedere Saturno Contro di Ferzan Özpetek. Pietro quella sera si annoiò terribilmente e trovò il film piuttosto brutto. Finse però con la ragazza di averlo apprezzato per motivi di convenienza e anche perché lei sembrava genuinamente entusiasta.Tempo dopo però, durante un futile litigio, si trovò a rinfacciare a quella stessa ragazza le sue opinabili scelte cinematografiche. La discussione si accese, raggiunse un culmine e poi si placò. Ma ormai qualcosa si era rotto e Pietro non poteva fare a meno di pensare che la colpa fosse anche un po’ di quel tal critico che aveva elogiato le doti attoriali di Ambra Angiolini e aveva speso buone parole per quel film che a lui era sembrato di così poco conto. Decise che un giorno avrebbe avuto la sua vendetta.

Subito dopo aver spedito la mail con le mie proposte a Studio mi sono ritrovato a pensare di aver fatto un madornale errore. Ero molto stanco, avevo molte cose da fare e da organizzare per il giorno dopo. Perdere tre ore del mio tempo per andare a vedere un film che non volevo vedere era uno sbaglio evidente. Avrei dovuto insistere di più su quell’altra proposta, quella sulla serie di documentari sulle formiche rosse dell’Asia vista sulla Pbs. Ma ormai la mail era partita e non ci potevo fare niente. Mentre mi rammaricavo per la mia scarsa lucidità, ricevo la celere risposta del Minto. Quando uno se le cerca poi non può lamentarsi.

Una volta realizzato che sarei dovuto andare da solo a vedere Allacciate Le Cinture di Ferzan Özpetek fui preso dalla sconforto.

Due estati fa il mio amico Matteo Bordone fu costretto a passare un lungo periodo delle vacanze estive qui a Milano. In città c’erano ormai pochissime persone, faceva molto caldo e c’era ben poco da fare. Matteo tra le varie cose lavora per Wired Magazine per cui spesso recensisce gadget tecnologici. Qualche mese prima gli venne dato da testare un ventilatore senza pale. Matteo lo trovò estremamente funzionale e non avendo l’aria condizionata in casa lo usò spessissimo quell’estate. A causa di una discussione avuta qualche tempo prima con un amico particolarmente affascinato dal cinema italiano, e nello specifico dal lavoro di Ozpetek, decise che avrebbe occupato così quel mese di nulla che aveva davanti: avrebbe piazzato il ventilatore senza pale in salotto, di fianco alla televisione e si sarebbe visto tutti i Dvd di Özpetek per poi recensirli sistematicamente sul suo blog.

Una volta realizzato che sarei dovuto andare da solo a vedere Allacciate Le Cinture di Ferzan Özpetek fui preso dalla sconforto. Un tempo mi piaceva molto di più andare a vedere i film in sala da solo, poi però il meccanismo s’è inceppato. Oggi mi annoio e, anche se poi sono un forte sostenitore del silenzio più assoluto in sala, godo della vicinanza di qualcuno con cui condividere gioie e dolori di celluloide. Fortunatamente mi sovviene che il mio amico Matteo tempo fa recensì tutti i film di Özpetek: “Sicuro che viene a vedere anche questo!”. Lo chiamo e glielo chiedo. Mi dice che ha anche lui molto altri impegni, ma se riesce a incastrare bene tutto ci si vede lì davanti al cinema quindici minuti prima dell’inizio del film. Dipende tutto dal meccanico.

Ieri il meccanico di Matteo Bordone non aveva assolutamente voglia di lavorare. Era di cattivo umore, come gli aveva fatto notare sua moglie quella mattina. Forse la colpa era di quel repentino cambio di temperature e di clima che aveva investito Milano da qualche giorno. Il meccanico era soggetto a eventi del genere ed evidentemente il suo malessere poteva essere imputato anche a quello. La giornata lavorativa stava quasi per finire e lui era decisamente stanco e affaticato. In più doveva ancora passare a fare la spesa, visto sua moglie non ne avrebbe avuto la possibilità materiale. Anche se non l’aveva mai fatto in ormai dodici anni di onorata carriera, chiuse due ore prima e si concesse un piccolo strappo alla regola. Questo portò il mio amico Matteo ad avere ancora quel pezzo della predellina del suo motorino rotto, ma anche il tempo necessario per andare a vedere al cinema l’ultimo film di Ferzan Özpetek.

Mi torna alla memoria il caso di Luca Argentero, nato se non ricordo male al Grande Fratello e poi diventato tra gli attori più apprezzati in Italia proprio grazie alla sua partecipazione al già citato Saturno Contro. Insomma, Allacciate le Cinture comincia veramente a incuriosirmi.

Per ammortizzare l’impegno di uscire a metà pomeriggio e andare al cinema quando in realtà dovrei risolvere una questione legata a un bollettino sbagliato della Tarsu, decido di passare dall’Esselunga dietro casa mia per sfruttare i Punti Fragola che da tempo salvo sulla mia Carta Fidaty. Con solo 450 punti sui più di 3000 accumulati, mi accaparro un biglietto omaggio e finalmente vado al cinema. Mi rendo conto durante il tragitto dall’Esselunga alla sala di non sapere nulla di nulla sul film in questione, per cui decido di leggermi qualche stralcio di recensione sul mio smartphone. Scopro che la critica ufficiale non è particolarmente contenta. Il pubblico sembra aver gradito di più stando ai commenti alle recensioni che leggo e soprattutto guardando gli incassi del primo weekend di programmazione. Ma soprattutto scopro che il protagonista della pellicola, l’elemento di cui tutti parlano, è tale Francesco Arca che ha fatto tanta televisione tra reality e trasmissione condotte da Maria De Filippi. In molto si stupiscono della scelta fatta dal regista, come se ci fosse una distanza incolmabile tra quello che rappresenta la televisione generalista e popolare a cui Arca è legato e il cinema autoriale di Özpetek. Mi torna alla memoria il caso di Luca Argentero, nato se non ricordo male al Grande Fratello e poi diventato tra gli attori più apprezzati in Italia proprio grazie alla sua partecipazione al già citato Saturno Contro. Insomma, Allacciate le Cinture comincia veramente a incuriosirmi. Poco tempo fa mi è capitato di partecipare in qualità di redattore a una conferenza sullo stato della critica cinematografica sul web a Bologna, organizzata dai professori Roy Menarini e Giacomo Manzoli. Il bravissimo Alberto Pezzotta durante il suo intervento ha fatto notare che chi scrive di cinema sul web in Italia si occupa molto poco dei film italiani. Si trova quasi di tutto, ma in pochi parlano di quei film che poi incassano bene ai nostri botteghini. C’è un  po’ di snobismo, di prevenzione, forse poca voglia di parlare del nostro cinema. Forse, se non avessi sentito il discorso di Pezzotta, non mi sarebbe venuto in mente di proporre un pezzo su Allacciate le Cinture. O forse è stata veramente la mancanza di sonno. Non lo so, ma ormai sono convinto di essere in missione per conto di Dio e raggiante raggiungo il mio amico Matteo. Ci sediamo in sala, si spengono le luci.

Ma non c’è tempo per rifletterci troppo sopra. C’è l’Amore e quindi ci si fa il bagno nudi. Al rallentì.

La storia é questa: Siamo nel 2000. Elena (la bellissima Kasia Smutniak) è una giovane barista di Lecce. Lavora al Caffè Tarantola, è una brava ragazza di sinistra e ha due amici: Fabio (Filippo Scicchitano), un suo collega gay e Silvia (Carolina Crescentini), coinquilina di Fabio. Ha un uomo con cui si vede, una madre (Carla Signoris) che dopo un divorzio s’è fidanzata con una donna un po’ pazza e tanto teatrale (Elena Sofia Ricci). Un giorno rimane bloccata a causa di un temporale estivo improvviso sotto la tettoia di una fermata dell’autobus insieme ad altre persone. Quando due ragazze africane si intrufolano spingendo tra la folla, Elena si trova a litigare con un uomo razzista, sessista e scontroso (Arca). L’uomo arriva addirittura a minacciarla fisicamente poi, dopo l’intervento di un astante, se ne va per la sua strada. Elena rimane sconvolta dall’evento: non capisce come al mondo possano esistere esseri così gretti e cattivi. Ma Lecce è piccola e si scopre che l’uomo in questione, Antonio, altro non è che il nuovo fidanzato della migliore amica di Elena, la Crescentini. I due sono dunque costretti a vedersi in continuazione e Antonio non perde occasione per far vedere quanto sia ignorante e razzista. Insulta qualsiasi minoranza gli capiti a tiro, è arrogante e presuntuoso. Pensa solo al sesso, alla sua moto e alla sua officina da meccanico. Ma l’amore è così, una forza che va al di là dei ragionamenti e delle prese di posizioni personali. Elena non riesce a non pensare ad Antonio che è bello come un Dio greco, anche se è il suo esatto opposto. Ma come le suggerisce Antonio: «Lo sai cosa si dice degli opposti, no?». I due si amano. Punto. Un giorno Antonio porta Elena in moto al mare, su una spiaggia deserta. Appena prima di parcheggiare rischiano un incidente con un Suv nero. Antonio ovviamente insulta l’anonimo pirata per ore mentre Elena è visibilmente sconvolta. Ma non c’è tempo per rifletterci troppo sopra. C’è l’Amore e quindi ci si fa il bagno nudi. Al rallentì.

In ospedale conosce Egle, un’altra ragazza nelle sue stesse condizioni di salute che, vuoi perché ha un tumore, vuoi perché è buona e simpatica e buffamente brutta, è come se avesse degli avvoltoi che le girano sopra la testa fin da quando entra in scena.

Sono passati tredici anni ed Elena e Antonio si sono sposati. Lei ha aperto un bar di successo con il suo amico Fabio, mentre lui è rimasto la solita bestia di un tempo. Non fa nulla per aiutare nella vita di coppia, sporca, non mette in ordine, pensa solo alla sua officina da meccanico e ad altre donne. Litigano spesso, forse troppo, e hanno due bambini che evidentemente non sono felici. Un giorno però, forse proprio per uscire da questa asfissiante routine, Elena va a farsi un bel massaggio rilassante con la donna di sua madre, la quale poi suggerisce di coronare la bella mattinata andando a farsi un controllo al seno. Elena scopre così di avere un tumore maligno in stato decisamente avanzato. Comincia dunque una nuova vita per la povera ragazza che dovrà rivedere tutte quelle che sono le sue priorità e fare i conti con quello che è stato fino ad oggi. I continui tradimenti di suo marito, il fatto che forse non si sono mai capiti, il rischio di aver vissuto un’esistenza priva di significato. In ospedale conosce Egle (Paola Minaccioni) un’altra ragazza nelle sue stesse condizioni di salute che, vuoi perché ha un tumore, vuoi perché è buona e simpatica e buffamente brutta, è come se avesse degli avvoltoi che le girano sopra la testa fin da quando entra in scena. Durante il suo calvario Elena capisce però molte cose: è circondata da una lunga serie di persone che le vogliono bene e che tengono molto a lei. Anche se le cose poi non sono andate come immaginavamo, è così, c’è poco da fare. La vita è un susseguirsi di scelte casuali, di svicoli e curve improvvisi, di colpi di scena, di casualità. Non possiamo essere completamenti padroni del nostro proprio destino, perché il destino delle nostre sicurezze se ne fa un baffo. Tanto vale allora godersi quello che ci capita, senza stare a preoccuparsi troppo. Ed è con questo spirito che Antonio, che sì è un po’ un buzzurro ma ha sempre amato veramente sua moglie, la prende e invece di portarla in ospedale come dovrebbe, la porta sul suo Suv nero su quella piccola spiaggia deserta dove era nato il loro amore. Ma proprio prima di andarsene, rischiano di fare un incidente con una giovane coppia di ragazzi in moto.

Kasia Smutniak e la Minaccioni se la cavano piuttosto bene. Peccato per Elena Sofia Ricci e la Signoris, mortificate da dei ruoli macchiettistici e dialoghi che nessuna persona al mondo avrebbe mai nella vita reale. Il meglio forse è proprio Arca.

Allacciate le Cinture è un melodramma dal sapore piuttosto televisivo. Dopo la delusione del suo Magnifica Presenza, Özpetek ha rinunciato al suo ormai duraturo rapporto con la Fandango di Procacci ed è tornato a collaborare con il suo vecchio produttore Gianni Romoli. Questo ritorno alle origini è leggibile anche in controluce in questo suo film che ricorda quelle atmosfere un po’ naïf e magiche dei suoi esordi. I tempi però sono cambiati e il tutto ha perso decisamente di mordente. Anche se si esordisce con due insistiti piani sequenza (a dire il vero piuttosto inutili all’interno dell’economia del film), registicamente non c’è nessun guizzo, ma soprattutto è la sceneggiatura a deludere. Allacciate le Cinture è macchinoso, scontato, poco spontaneo e molto forzato in certi passaggi. L’idea di un fato muto e immobile inserito in una circolarità del Tempo è obbiettivamente interessante, ma è un elemento che non riesce ad emergere come probabilmente dovrebbe. Kasia Smutniak e la Minaccioni se la cavano piuttosto bene, mentre Scicchitano e la Crescentini fanno troppo poco per rimanere impressi. Peccato per Elena Sofia Ricci e la Signoris, mortificate da dei ruoli estremamente macchiettistici e da dialoghi che nessuna persona al mondo avrebbe mai nella vita reale. Il meglio forse è proprio Arca. Personalmente, quando all’inizio del film fa lo sguardo magnetico e intrigante che fa palpitare la Smutniak, ho riso e mi sono anche un po’ imbarazzato. In realtà, quando il film procede, il suo essere fondamentalmente mono espressivo e statico, caratterizzato solo dai suoi muscoli o dagli orrendi tatuaggi  assume un suo preciso significato. Certo, se solo avessi dormito di più…

 

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