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Che brutto spettacolo

Lo show business in Parlamento: qui non è mai andata bene come altrove. Da Reagan a Gerry Scotti, passando per Montesano e Orson Welles.

Naturalmente “politics is show business for ugly people”, come intimava il mai abbastanza rimpianto Gore Vidal, che pure aveva frequentato con un certo successo entrambi gli ambienti, politica e spettacolo, riuscendo sia come sceneggiatore di Ben Hur che come nipote e zio di senatori anche se mai senatore in proprio, nonostante la campagna nel 1960 in cui con il claim di “You’ll get more with Gore” prese più voti del rivale Jack Kennedy nella cui ombra rimase poi per sempre. Nella stessa ombra, con stature letterarie differenti, si inserì poi Arnold Schwarzenegger, pregevole austro-americano nobilitato con le nozze con una Shriver, ramo cadetto dei Kennedy, tipo i Nasi per gli Agnelli, e poi governatore californiano neanche così male. Il caso più eclatante di politico preso in prestito dallo spettacolo (e mai più restituito) resta però quello di Ronald Reagan, che si chiedeva “come si possa fare politica senza aver fatto cinema” e ha prodotto una meravigliosa iconografia non ancora sfruttata come sul fronte anglico coi vari film dedicati regine e re balbuzienti tra prequel e sequel anche in campagna.

A proposito, Orson Welles fu a lungo tentato dalla politica. Scriveva i discorsi per Franklin Delano Roosevelt, non ancora versione hipster e bunga bunga come quello di Royal Weekend, con macchine modificate per handicap come quelle dell’Avvocato Agnelli in mostra in questi giorni al Lingotto (lui in politica non ci volle andare mai, mandandoci piuttosto i fratelli. Mentre in molte famiglie padane produttive da generazioni lo schema è: il figlio intelligente in azienda, quello medio in Confindustria, quello scemo in Parlamento). FDR considerava Welles un “politico nato”, ma questi fu vivamente sconsigliato dal candidarsi in quanto “attore e per di più  divorziato”. Poi infatti se la prese molto con Reagan, che era entrambe le cose. Lo racconta Gore Vidal in Navigando a vista, la seconda parte delle sue memorie.

Welles era convinto che “tutti gli italiani sanno recitare, tranne gli attori”, e questa è forse la spiegazione del perché l’ibridazione spettacolo-politica da noi non ha mai attecchito

Notoriamente Welles era convinto che “tutti gli italiani sanno recitare, tranne gli attori”, e questa è forse la spiegazione del perché l’ibridazione spettacolo-politica da noi non ha mai attecchito (al netto del caso berlusconiano, che merita studi a parte), restando più che altro un fattore americano, inteso come continente, o al limite vaticano. Torna in mente Evita Peron, infatti, in questi giorni di riconciliazioni di presidentesse argentine carismatiche in nero e mantiglia con papi pauperisti e grillini: e il pluricelebrato e per niente sobrio viaggio di Stato nel 1947. E qui naturalmente Arbasino, Pensieri selvaggi a Buenos Aires – «solenne e sontuoso ricevimento in Vaticano della allora prestigiosissima Evita Peron in perfetta toilette nera e soltanto l’Ordine di Isabella la Cattolica (il più alto in Spagna accanto alla figura impeccabilmente ieratica di Pio XII con nobiltà pontificia in costumi di gran gala e nugoli di flabelli, e quella indimenticabile benda nera all’occhio del principe cerimoniere», mentre bianco è il colore del ministro degli Esteri: «Panama bianco, pizzetto berensoniano, abiti chiari da mezza stagione, il conte Sforza le additava il tramonto romano dorato dalla Fiat scoperta, fatta opportunamente passare da Ciampino per le magie dell’Appia antica, non certo Nuova».

Ed era poi lo stesso tragitto di Fantozzi e Filini fustigati dopo aver tamponato la Flaminia decapottabile di Stato con a bordo le Ministre du Pétrole. E lo stesso, panoramico ed elicotteristico, del Papa emerito, l’indimenticabile 28 febbraio, quando alle otto della sera si levava in volo in favore di telecamera Sky, con lunghe deviazioni sull’ansa del Tevere, con effetti sulla memoria collettiva e sui bilanci dell’Aeronautica militare italiana, forse per l’ultima volta in tempi di papi francescani. Però, che emozione (e giusto in tempo per i Tg).

I trascorsi attoriali aiutarono anche naturalmente il ganzo Papa Wojtyła, mentre il solito Pio XII era aiutato nel gesto dal fotografo dell’epoca Arturo Ghergo; papà poi dell’autrice di Boncompagni e di Markette (tutto torna?) mentre il bresciano e sobrio Paolo VI si diceva in fervide conversazioni con l’attore Paolo Carlini. Fuori delle mura leonine, invece, solo ruoli di co-protagonisti, e finali malinconici, carriere confuse: Gerry Scotti, nato Virginio Scotti da Miradolo terme (Pavia), eletto con il Psi nel 1987, in tempi pre-porcellum, prese 9.286 preferenze. Nello stesso anno saliva – o scendeva – in politica anche Sandra Milo, e Rino Formica coniava la famosa espressione Nani e ballerine; mentre solo qualche mese prima Grillo era stato epurato per l’ormai celeberrima battuta sui socialisti in Cina, con un Pippo Baudo forse complice in quanto responsabile del mandamento Dc di Rai 1 – e  sempre dalla Dc molto corteggiato, fino all’estate scorsa in cui ammise di “aver sempre votato a sinistra” e di amare il Pd. Dopodiché non fu più corteggiato da chicchessia.

Sempre l’estate scorsa Berlusconi ripensò proprio a Scotti (Gerry) come capo “di una lista grillina di centrodestra”, che poi non si fece anche perché il presentatore annunciò di “avere già dato”, mentre Milo non risulta essere stata pregata. Così come assente rimane Enrico Montesano, consigliere comunale a Roma per un breve periodo (1993-1995) e poi eurodeputato (1994-1996) sempre per il Pds, poi dimessosi con tempistiche pre-vitalizio da Strasburgo, poi accusato di simpatie fascistoidi, nel 2009 inopinatamente sostenitore di un Movimento Libertario (molto di nicchia), dunque con curriculum grillinamente appetibile.

Altri, di primo piano, nessuno. Nelle foto della mostra romana a lui dedicata, Alberto Sordi rivelava disagio nella giornata più truman show della storia repubblicana, ovvero il suo essere Sindaco per un Giorno, ad opera di Francesco Rutelli, mentre nelle foto anche la sorella Aurelia oggi forse circonvenuta e demente non è per niente contenta. Non era contento neanche il famoso cameriere a cinque stelle veneto del Toulà, raccontato in Fratelli d’Italia (il libro, non il movimento), che dalle profferte di un senatore a vita con fisico da attore nei giorni scorsi bistrattato dai grillini si difendeva sospirando “pensi piutosto all’Itaglia, ecelensa, pensi piutosto all’Itaglia”.

Per trovare fruttuose commistioni occorre scendere un poco più in basso: una  parvenza della famosa e reaganiana Funzione Che Crea l’Organo – in cui tutti confidiamo, a questo punto – è stata forse Iva Zanicchi, che, eletta, ebbe a protestarsi berlusconiana adulta, in televisione. Attorno, però, il deserto: solo le disperate Porsche in doppia fila delle sorelle Carlucci. E qualche eccezione: come i fratelli Nando e Rita Dalla Chiesa, figli di antimafie serie, protagonista lui della primavera siciliana (di sinistra) e lei di quella televisiva di destra (a proposito, lei conservatrice ma aperta alle istanze del popolo, esperta di giustizia di Forum, sarebbe l’unica forse adatta a risolvere la Questione berlusconiana e insieme a garantire una riforma della magistratura bipartisan. Sarà stata sondata per il Quirinale?).

 

Foto: Ronald Reagan in California, 1960. Hulton Archive/Getty Images

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