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One Direction

Se non puoi dire «ti amo», puoi sempre dire «ho le prove». La grande fanfiction del (presunto) amore gay tra due membri della boy band.

Gli One Direction sono nati durante l’edizione di X Factor del 2010, i cinque componenti hanno partecipato ai provini senza conoscersi, sono stati accorpati in un gruppo durante il programma, sono arrivati terzi e subito sono stati messi sotto contratto dalla Syco, la casa discografica che appartiene al creatore dello show Simon Cowell. Segue successo globale, segue il singolo What Makes You Beautiful, seguono loro che vanno a Sanremo e al Saturday Night Live. Piacciono a tutti perché sono giovani, e graziosi, e sorridono un sacco; a differenza delle boy band anni ’90, limitano le facce drammatiche al minimo. Che bello. E poi, oh, la sapete la cosa fondamentale? Due di questi ragazzi, Harry Styles e Louis Tomlinson, hanno trovato l’amore. Tra di loro.

La teoria potrebbe essere nata dalla grande disinvoltura con cui Harry e Louis – all’epoca 16 e 18 anni – si abbracciavano e coccolavano davanti alle telecamere, quando ancora vivevano nella grande casa di X Factor. (Sono poi andati ad abitare insieme.) Secondo la tradizione, comunque, la coppia ha ricevuto un fan nickname che fonde i nomi dei protagonisti, “Larry Stylinson“, abbreviato in “Larry”. Volendo generalizzare, possiamo dire che di questi fan molte sono donne, e molte sono giovani o adolescenti; difficile capire per quante di loro la coppia sia una fantasia divertente, per quante invece sia un dato di fatto, e fino a quale punto si possa davvero tirare una linea tra i due gruppi. Per usare le parole del blogger Dan Howell, «gli One Direction hanno milioni di follower su Twitter; l’80% di loro credono a “Larry” più di quanto crederebbero a Gesù Cristo».

Sarebbe bello se tutto questo fosse la logica eredità dei sei mesi che Andrew Garfield e Jesse Eisenberg hanno passato a mangiarsi la faccia mentre stavano promuovendo The Social Network. In realtà non è così semplice.

Per quanto controllata e al limite manipolata possa essere la loro immagine, gli One Direction vivono connessi ai loro ammiratori; non solo vengono intervistati in continuazione da giornali, portali, radio e TV, ma hanno tutti un profilo sui social network, fanno lunghe chiacchierate su Ustream, rispondono alle domande dirette dei fan. E i fan vivono connessi con loro, e tra loro. L’equivoco riguardo Harry e Louis, se di equivoco si tratta, potrebbe essere stato alimentato da un’idea di fanservice un po’ malinteso. I due protagonisti erano buoni amici, ci hanno scherzato sopra, per reale spontaneità o perché credevano di poter controllare il gioco. Perciò hanno passato mesi flirtando o fingendo di, mandandosi messaggi ambigui o affettuosi, toccandosi il culo durante i concerti e dicendosi «a San Valentino io sto con te». Nel frattempo ci si sono buttati anche amici e parenti, compresa la madre di Louis che ha retwittato un fan video dedicato alla coppia dicendo «che video carino!». (Quindi la madre ha espresso il suo consenso alla rielaborazione gay del figlio, o ha proprio detto «come sono felice, finalmente quello scapestrato di Louis s’è trovato un bravo ragazzo»?) Tutto questo io l’ho scoperto in una serata, però nei primi 15 minuti avevo già trovato i pezzi forti, tra cui il filmato dove sembra che si baciano e quello dove Harry dice «Louis è la mia prima grande cotta».

Naturalmente, se adesso uno dei due dice «siamo solo amici», la frase non ha alcun impatto sulla percezione della realtà online; anzi, viene vissuta come l’obbligatorio, svogliato tentativo di arginare la verità di un amore, magari perché la casa discografica ha minacciato ritorsioni inimmaginabili, e ogni fidanzata entri in campo viene vissuta come un falso, o peggio, una nemica. Di recente il portale The Daily Dot ha pubblicato un articolo sulla questione, collegando il fenomeno “Larry” a quelli che sono venuti prima, e dicendo, in breve, che sostituire un innocuo wishful thinking con la convinzione del “ci stanno nascondendo la verità!” potrebbe non essere troppo salutare; risultato, nel momento in cui scrivo, 120 commenti, di cui 115 accusano l’autrice di omofobia e di bullismo nei confronti delle fan più giovani.

Non è questo il posto per lezioncine sulla storia della slash fiction; esistono ricche tesi di laurea, esistono i saggi, anche se poco tradotti, c’è il blog di Henry Jenkins, e tutti quanti testimoniano che il genere andava già forte nell’era del pre-Internet. Ma i social network hanno accelerato e modificato il processo in corso, trasformandolo in un esempio di mega-storia collettiva, dove si piange e si ride tutti insieme per le stesse ragioni.

Intanto. Anche oggi, quasi tutte queste “storie vere” vengono arrangiate in chiave Giulietta e Romeo. Al manager o all’addetto stampa di turno si assegna il ruolo del cattivo, che deve tenere lontani due amanti già divisi dal destino, da un mondo che non capirebbe, da uno show business che nel 2012 “non è ancora pronto” per attori o cantanti omosessuali. (Un’altra star del filone è Kristen Stewart. infatti.) E queste storie sono gay, tutte, non perché manchino buoni modelli e personaggi in opere di finzione per il grande pubblico – andavo al liceo quando l’unico gay non morto nel mondo di massa era Matt di Melrose Place, quindi lo so, che una volta stavamo tutti molto peggio, grazie – ma perché una storia, per essere vera, deve contenere ostacoli e angoscia. E non c’è nulla di angoscioso in un uomo e una donna che si mettono insieme. Nulla. Può esserci, nella realtà, ma nella rappresentazione gli ostacoli risulteranno sempre goffi, i passaggi obbligati; i prodotti romantici per donne seguono il copione del «lui è arrogante e misogino, ma a 5′ dalla fine diventa buono e sposa lei» (e la fortuna di Cinquanta sfumature di grigio sta nell’aderenza suicida alla formula), tanto quanto chi dice «ecco un inedito sguardo sulla sessualità femminile!» tende sempre a incasellare le donne in uno/due ruoli rigidi. (Si veda la tendenza del lesbian kiss episode e le sue conseguenze squalliducce per tutte noi.)

Torniamo a Harry e Louis, e vediamo come sta messa la fanfiction popolare – quella che risulta più letta e più segnalata in due contesti differenti; quella che la base tende a premiare, insomma. Il risultato è abbastanza prevedibile: abbiamo un 50% di dramma a lieto fine, dove il sesso può essere esplicito o meno ma i valori stanno tutti al posto giusto (l’amicizia, la tolleranza, il sostegno incrollabile degli altri One Direction, pronti a difendere il legame tra i due eroi), e un 50% del classico la profanazione del ragazzino, dove i personaggi fanno una serie di cose in aperto contrasto con la semi-innocenza della loro versione pubblica. (Quindi… è una specie di Klaine con persone vere?) Per cui: da un lato si possono scrivere racconti, rimontare video e fare disegni senza credere di stare scrivendo e filmando la realtà. Dall’altro, e in contemporanea, possono nascere i blog come Stop One Direction’s Management, che si presentano come organi di contro-informazione rispetto alla storia ufficiale, qualunque essa sia. Possono nascere gli archivi come Reasons Why Larry Stylinson is Real, dedicati non tanto a celebrare la speculazione, o l’eventualità della coppia, ma a raccogliere le prove che è tutto vero e va tutto preso sul serio; fotografie, brani tratti da interviste, GIF animate, eccetera.

Ora, io vi sfido a visitare uno dei siti qui sopra e a restarci per tre minuti d’orologio senza dire «beh, sì, quei due scopano». Volete resistere, ma non potete. Non potete non crederci, perché siete immersi in una marea di immagini che testimoniano una realtà. Anche se quella realtà non è del tutto reale.

E’ troppo difficile, detta così? Oppure: vi suona plausibile, ma non volete toccare con mano quello di cui sto parlando? Ok. Vi propongo un piccolo esperimento. Potete farlo nella vostra cucina senza problemi. Dai, che poi vi piace.

Andate su YouTube, cercate Undisclosed Desires dei Muse e ascoltatela dieci volte di seguito. La prima volta la ascoltate e basta, dopo tre volte la state canticchiando, dopo cinque volte la cantate facendo le facce intense (questa faccia? questa faccia? vi prego: questa faccia?), dopo otto volte state cantando e facendo le facce intense mentre saltate sul divano, e quando l’avete sentita per dieci volte uscite di casa, aprite il portone e vi accorgete che state buttando le braccia al collo del primo che passa sussurrando «per tutta la mia vita sei stato un miraggio, ora sei autentico». (E se siete veramente presi bene state sussurrando «portami via, portami via da tutta questa MORTE».) Questo accade non perché di colpo amate i Muse – anche se: potete amarli, è ok, ce li stiamo riprendendo - ma perché Undisclosed Desires non è stata scritta per essere ascoltata dieci volte di fila. Mentre voi, in quattro minuti di musica moltiplicati per dieci ascolti, avete stabilito una relazione sentimentale molto profonda con qualcosa che non potete esattamente toccare, quindi state, di base, vivendo una storia d’amore epica con voi stessi, e quindi state provando troppe cose e tutte insieme, e da qualche parte dovete buttarle fuori. Dovete rovesciarle addosso al primo che passa, altrimenti vi viene un aneurisma.

Si scrive moltissimo, ultimamente, di come Internet sta cambiando il nostro cervello, la nostra socialità. Non si scrive abbastanza di come stia cambiando il nostro attaccamento agli oggetti, e la velocità con cui proviamo emozioni. Quello che succede online è reale, tutto, proprio come quello che succede per strada; ed è tutto più brillante, più intenso. Più vero. Se non puoi dire «ti amo», puoi sempre dire «ho le prove».

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