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Obama ringrazia

Corrispondenza dal Colorado dove i Repubblicani confermano di non avere ancora idee chiare, a vantaggio di Obama

Denver - La Lake Middle School di Denver, in Colorado, è sommersa dalla neve. Un cartello piantato in terra indica che all’interno si tiene il caucus repubblicano. A votare nella mensa della scuola, la notte del 7 febbraio, sono 37 distretti e circa 250 elettori. I tavoli sono disposti in tre file da dieci, ognuno è riservato a un distretto. Ad alcuni siedono appena tre o quattro persone, i più numerosi hanno una ventina di elettori. Sotto le volte gotiche della mensa risuona il brusio delle discussioni.
Qua in Colorado il grande favorito è Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts è in vantaggio di dieci punti nei sondaggi e sembra avere in pugno una vittoria certa. Diversa la situazione in Minnesota e in Missouri, dove in vantaggio è l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, la cui campagna elettorale era andata in apnea dopo il rocambolesco trionfo in Iowa di inizio gennaio, quando sconfisse Romney di appena 34 voti.
Il Missouri però conta solo a livello psicologico, non assegnando delegati.

Parlando con le persone ai tavoli però i conti non tornano. “Qua vince Santorum con quattro voti”, spiega Judy, un’ex insegnante di italiano settantenne con dei grandi occhiali di plastica e i capelli corti, che della nostra lingua non parla una parola. “Seguono Paul e Romney con un voto a testa”. Il principale sfidante Newt Gingrich, che però qua non ha fatto campagna elettorale, non viene neanche nominato. Al tavolo a fianco una donna dice di non fidarsi dei giornalisti. A gestire le operazioni di voto è un uomo di circa quarant’anni, che indossa la kippah ebraica in testa. Al suo fianco la figlia di dodici anni legge la Torah da dietro un paio di occhiali neri e ovali, mentre i suoi due zii discutono di politica.
“Non abbiamo ancora votato”, dice l’uomo, “ma a questo tavolo c’è una forte preponderanza per Santorum”.
Di voti per Romney non c’è traccia e ai tavoli seguenti i risultati cambiano di poco. In un paio a vincere è l’outisider Ron Paul, nella maggior parte Rick Santorum, mentre Mitt Romney ottiene al massimo un pareggio.
Alla Lake Middle School il cattolico Santorum si guadagna un voto demograficamente trasversale. Un risultato sorprendente, “ma nel resto del Colorado le cose andranno diversamente”, afferma Michael, responsabile del seggio e decimo italoamericano incontrato in un paio di giorni. “Con i soldi guadagnati facendo i minatori nello Utah, molti italiani arrivarono a Denver per comprare negozi e ristoranti a inizio novecento”, spiega, “è per questo che c’è una comunità italiana così grande”.
A spingere la vittoria di Santorum, che alla fine ha raggiunto il 40% dei voti in Colorado contro il 35% di Romney, non è stata però la comunità italoamericana, ma il duro lavoro sul campo del senatore. La sera prima del voto, al Cable Center di Denver, un centinaio di sostenitori lo ha ascoltato in silenzio assoluto declamare alcuni passi della dichiarazione d’indipendenza, per poi coprirlo di applausi. Lui ha stretto mani, scattato fotografie e firmato autografi a tutti i sostenitori, dal primo all’ultimo.
In mezzo all’America Santorum piace per questo: è considerato un conservatore puro che si rimbocca le maniche, ma soprattutto un americano vero che ha a cuore il paese, la sua costituzione i suoi valori. Nella notte del 7 febbraio nessuno poteva però aspettarsi una tripletta di Santorum, che in Colorado aveva speso appena 31.790 dollari per la campagna elettorale. Le sue vittorie nascondono il grande problema del partito repubblicano in queste primarie: l’oscillazione.

La base del partito repubblicano non ha ancora scelto il proprio candidato e questo ha finora avvantaggiato Romney, ma se il voto conservatore è compatto su un candidato per l’ex governatore del Massachusetts cominciano i problemi. Come già accaduto dopo la sconfitta in South Carolina, Romney ha dovuto nuovamente rivedere la propria strategia e in Maine, dove si è votato sabato notte, l’ex governatore è tornato subito al successo, seppure di appena 3 punti e circa 200 voti su Ron Paul, ottenendo il 39% dei consensi.

In attesa delle primarie di Michigan e Arizona, dove si voterà il 28 marzo, Romney ha ora 123 delegati, contro i 72 di Santorum, i 32 di Gingrich e i 19 di Paul. La strada verso i 1.144 delegati necessari a ottenere la nomination è ancora lunga e a beneficiare di questa oscillazione repubblicana è per ora il presidente Barack Obama, che può prepararsi con tutta calma alle elezioni del prossimo 6 novembre.

 

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