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Non si è mai abbastanza femministe

Ovvero sulla contraddizione (e la frustrazione) di definirsi femminista oggi, da un punto di vista assolutamente personale.

Questo è il quarto di una serie di articoli intorno ai temi del nuovo femminismo, attraverso i quali diverse autrici e autori cercheranno di rispondere alla domanda: che direzione può o deve prendere la battaglia sui diritti delle donne deflagrata nel 2017? Il primo, di Teresa Bellemo, potete leggerlo qui, il secondo, di Anna Momigliano, qui, il terzo è un longform di Guia Soncini.

Se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita da adulta, tanto più da quando le frasi di Chimamanda Ngozi Adichie sono comparse nei testi di Beyoncé e sulle magliette di Dior da 500 euro, è che vivere da femminista non è affatto semplice. I motivi sono quelli che una si potrebbe immaginare e non si tratta solo di spaventare qualche ragazzo un po’ deboluccio o di litigare in infiniti thread sui social, quanto piuttosto di dare forma e sostanza a un percorso di studi, politico e professionale, di costruirsi rispetto agli spazi e al tempo che attraversiamo come individui. Senza voler essere in questa sede la voce di nessun altro se non la mia, posso affermare di sentirmi parte di una generazione cui scuola e università hanno insegnato che il periodo dei grandi “ismi” era superato, una spensierata e precaria generazione Erasmus cresciuta contestando – in maniera piuttosto morbida dopo Genova 2001, va detto, io avevo quattordici anni – l’eterno governo di Silvio Berlusconi, una generazione che ha assistito al progressivo sfaldamento delle sinistre occidentali e si è laureata con il macchinoso tre più due uguale disoccupazione, attraversando riforme e cambi di pelle delle università pubbliche che fortunatamente non sapevamo ancora raccontare sui social, che in quegli anni erano ancora fermi all’astrazione della terza persona e non al solipsismo da opinione di oggi.

Quando clicco sulla funzione “Accadde oggi” su Facebook, mi capita di ritrovare post e condivisioni che vanno dal 2009 al 2011 e che riguardano Se non ora quando e più in generale la mia “opposizione” all’Italia di quel periodo, compresi i dubbi mal formulati su quel “moralismo” che siamo soliti rimproverare al movimento, e finisco per chiedermi come quella spinta si sia modulata fino a oggi, che sono una lavoratrice autonoma, e come si sia mescolata alla mia personale formazione “femminista”, dove le virgolette stanno a indicare la totale estemporaneità di quest’ultima, instillatami prima di ogni cosa da una madre convinta che l’indipendenza economica sia il primo (se non unico) fattore di emancipazione di una donna. Non sembri strana o pedissequa come precisazione, perché vengo da un posto dove le famiglie possono rappresentare – ancora nel 2018 – un freno potentissimo alla crescita personale di una donna e lo sono state per molte delle donne che mi hanno cresciuto. In mezzo ci sono state esperienze, libri, film e serie tv, un “consumo” culturale che in qualche modo mi ha resa quella che oggi chiamerei una cattiva femminista, appropriandomi (superficialmente, meglio specificarlo) di una definizione che nel 2014 Roxane Gay ha formulato nella sua raccolta di saggi uscita per Harper Perennial (intitolata appunto Bad Feminist), che spazia dall’analisi politica e sociale a episodi molto personali, come lo stupro e l’obesità, rivendicando un’applicazione “quotidiana” delle pratiche femministe. In tutt’altra accezione, anche Margaret Atwood è incappata nel topos della “cattiva femminista” quando ha scritto un pezzo di opinione per il The Globe and Mail, intitolato proprio Am I a Bad Feminist?, a suo modo confermando quel non detto per cui non si è mai abbastanza femministe (lascerò la discussione legata a questo articolo volutamente fuori per necessità di spazio).

A questo proposito, c’è una scena bellissima di un film che ho visto recentemente – è My Happy Family di Nana Ekvtimishvili e Simon Groß, lo trovate su Netflix – e che racconta la storia di un’insegnante georgiana che, a cinquant’anni, decide di lasciare la sua famiglia allargata. Manana, la protagonista, non parla molto per tutta la durata del film e, soprattutto, non spiega mai perché ha deciso di andarsene di casa, eppure allo spettatore i suoi motivi sono chiarissimi, ancor di più quando il fratello convoca la famiglia al gran completo per convincerla a rivedere la sua decisione. Manana è accerchiata dalle loro preoccupazioni e richieste fino a che non se ne va, anche questa volta, senza dire niente. Torna quindi al balcone privato della sua casa in affitto, conquistato al prezzo della semi esclusione sociale, sicura ormai che mangiare una fetta di torta guardando un giardino incolto di Tbilisi valga molto di più della quiete familiare.

Cito questa scena perché a mio parere racconta bene (molto meglio della mia descrizione) quel “sistema” di cui parliamo ossessivamente da quando, lo scorso ottobre, è scoppiato il caso Harvey Weinstein: quella di Manana ne è la versione, ugualmente insidiosa e difficile da estirpare tout court, che permea i nostri rapporti sociali, la sua incarnazione all’interno del nucleo familiare. Quando ho scelto di occuparmi di moda, d’altronde, per me significava avere la possibilità di raccontare un mondo di “cose” che lavoravano sul concetto di bellezza e su quello di donna “ideale”, soprattutto, guidato dall’estetica ma allo stesso tempo radicato nel momento storico, una sorta di osservatorio privilegiato, insomma, perfettamente in linea con le aspettative “choosy” frutto di un certo compiaciuto escapismo materialista che sono state più volte attribuite, in varie forme linguistiche, alla generazione di cui sopra. I paradossi rari che sono i corpi delle modelle, per dirla con Roland Barthes, sono stati sempre un mio pallino, ben conscia di quanto la moda stessa abbia funzionato da cassa di risonanza per le più disparate frustrazioni e direttive sul corpo femminile, fattore legato tanto al suo costituirsi come industria quanto all’intrinseco vincolo che la lega alla società che la produce, ma di come anche, allo stesso tempo, essa sia stata veicolo di espressione personale e ribellione in tutte le culture del mondo.

Il cambiamento subito dagli ideali di bellezza negli ultimi anni nel tentativo di aprirsi a una rappresentazione “democratica” e quindi, almeno parzialmente, difforme – alterazione che ha seguito l’entrata della finanza nella stessa industria alla soglia degli anni Duemila – è di per sé qualcosa di straordinario, perché se non altro dimostra la capacità di quel sistema di riadattarsi prima e meglio di quanto avremmo potuto immaginare allo spostamento del sentire comune. Nancy Fraser direbbe che, invece, è l’ennesima dimostrazione di come il neoliberismo abbia inglobato il femminismo rendendolo subordinato e nulla può, a fronte di questa visione, il nostro innamoramento per la confessione femminile che sembra caratterizzare l’epoca in cui viviamo, quello strabordare di storie ed espressioni delle donne che è poi culminato nel fiume del #MeToo su Twitter, quando al tradimento sbandierato sulla piazza pubblica e sublimato in merchandising da Beyoncé si sono sostituite migliaia e migliaia di storie di molestie, abusi e violenze sessuali. Da cattiva femminista, ho iniziato a farmi un sacco di domande. Come si poteva trasformare quel lungo confessionale in una riflessione composita prima e in azione politica poi?

I dati Istat usciti solo ieri, d’altronde, ce lo richiedono: se le molestie in Italia sono in sensibile diminuzione dal 1997-98 a oggi, la percentuale di donne che dichiara di subire ricatti sul lavoro rimane stabile. Come dare conto di un dibattito accademico che si muove, riassumendo grossolanamente, tra le riprese dell’anima anticapitalista dei movimenti femministi e l’ampissimo spettro delle teorie del gender ora che tutti i giornali, dalle riviste culturali ai quotidiani passando per i femminili, si sono aperti a queste tematiche? Potrà essere il femminismo quell’unico “ismo” che, alla faccia della storia e nella sua forma intersezionale, saprà raccogliere e portare avanti le istanze di tutte le comunità difformi da quell’etero-normatività che domina gli attuali rapporti di potere? Quanto conterà, poi, il “marchio” hollywoodiano in una battaglia che va ben oltre i tappeti rossi e la pur sacrosanta discussione sulla separazione tra opera e artista? In una puntata del podcast (Call Your Girlfriend) che conduce insieme ad Ann Friedman, ascolto consigliato a chiunque voglia farsi un’idea della discussione attualmente in corso in America al di là della trita accusa di maccartismo di ritorno, Aminatou Sow ha detto che la faccia pubblica del femminismo è ormai molto lontana dagli ideali femministi, mentre Jia Tolentino del New Yorker, intervistata da Isaac Chotiner nel podcast I Have To Ask di Slate, ha dato forma a un pensiero che, da giornalista, mi sono trovata a fare spesso anche io negli ultimi mesi. «Si possono scrivere dei pezzi solidi anche senza arrivare a nessuna conclusione. Ora come ora, non sono davvero sicura di niente», ha detto riferendosi a come l’impegno da femminista influenzasse il suo lavoro e alla difficoltà di individuare un percorso chiaro nel marasma dell’oggi.

È qualcosa di molto simile a quello di cui parla in un recente thread su Twitter anche Dayna Tortorici di n+1 magazine, quando scrive che «il livello di perfezione richiesto al movimento femminista è qualcosa che viene teorizzato poco» e ancora come «chiunque si avvicini al femminismo in maniera organica debba attraversare la fase della “cattiva femminista”, perché non riesce a concepire che, in realtà, lo sta facendo nel modo giusto». Intanto, le attiviste di Non una di meno hanno nuovamente annunciato lo sciopero dell’8 marzo e io molto probabilmente vi parteciperò con le stesse motivazioni dell’anno scorso e qualche rassicurazione in più sulla capacità di reagire di una parte d’Italia, come le manifestazioni dello scorso weekend hanno dimostrato. Allo stesso tempo, però, non riesco a non pensare a quel passaggio di Future Sex di Emily Witt in cui l’autrice, quasi incidentalmente, scrive che la nostra è pur sempre una «generazione di passaggio», probabilmente l’ultima concepire i rapporti tra i sessi sia in modo “analogico” che digitale, e come tali le nostre relazioni sono destinate ad arenarsi in una scomoda zona grigia fino al sopraggiungere di nuove forme di individui sessuali. Probabilmente (immagino) loro vivranno con naturalezza certe dinamiche che ci sembrano ancora inconcepibili, mentre a noi rimane il dilemma – grosso – di cosa fare della differenza sessuale, che è quello di cui dovremmo parlare se questo dibattito ci sta davvero a cuore.

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