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Note sul massacro di Isla Vista

Appunti e riflessioni sull'uccisione di sette persone da parte di Elliot Rodger, nella città-campus di Alta Vista, California.

«Ciao, sono Elliot Rodger. Beh, questo è il mio ultimo video. Siamo arrivati a questo. Domani sarà il giorno della vendetta. Il giorno in cui mi vendicherò, contro l’umanità, contro tutti voi. Negli ultimi otto anni, da quando sono entrato in pubertà, ho dovuto soffrire un’esistenza di solitudine, rifiuto e desideri mai corrisposti, tutto perché le ragazze non erano attratte da me. Hanno dato il loro affetto, e il sesso, e l’amore, ad altri uomini, ma mai a me. Ho ventidue anni e sono ancora vergine. Non ho mai nemmeno baciato una ragazza». (trascrizione di “The Day of Retribution” di Elliot Rodger)

Esattamente una settimana fa, uno studente di 22 anni di nome Elliot Rodger ha ucciso sei persone e si è poi tolto la vita a Isla Vista, un sobborgo di Santa Barbara, vicino al campus locale della University of California. Isla Vista è nota come una “college party-town” dove gli studenti, che contano più del 60% dei 23,000 residenti, festeggiano molto, a voltetroppo. Rodger ha accoltellato le sue prime tre vittime a casa sua, per poi mettersi al volante della sua macchina e proseguire il massacro intorno alla cittadina-campus. È entrato e uscito da locali e bar, armato di diverse armi da fuoco, tutte registrate e acquistate legalmente, e ha sparato ad altre tre persone, uccidendole, proseguendo poi per svariati isolati, sparando dai finestrini, e inseguendo persone con la sua vettura, cercando di tirarle sotto, colpendone alcune e scontrandosi con almeno un ciclista e uno skateboarder. Attorno alle 9:30 di sera è stato raggiunto dalla polizia, con la quale ha iniziato uno scontro a fuoco dall’interno della sua Bmw 325i nera, per poi schiantarsi contro un’auto parcheggiata e perire a causa di una ferita da arma da fuoco alla testa, ferita che la polizia ha poi definito «auto-inflitta». A descriverla così, sembra una scena di Grand Theft Auto. Non lo è, e le 7 vittime, includendo Rodger, e i 7 feriti, due dei quali in condizioni critiche, lo possono attestare. Non che intenda associare atti di violenza a videogiochi violenti,anzi. Ma il rapporto tra il massacro di Isla Vista e la cultura popolare di massa non si può negare.

Come è ormai noto, Rodger aveva l’abitudine di postare svariati video sul suo canale YouTube, video in cui racconta se stesso, mostra tutti i suoi problemi, e annuncia le sue intenzioni violente. Nei video, Rodger recita (molto malamente) la parte del “cattivo” in un film pessimamente sceneggiato, proiettando un’immagine di se stesso totalmente plagiata dall’immaginario Hollywoodiano. Si mette nelle giuste condizioni di luce, alle sue spalle palme, o paesaggi californiani, e guarda in camera, seduto nella sua BMW e, strizzando gli occhi, guardandosi intorno, prendendosi pause a dir poco cinematografiche, dice cose come «massacrerò ogni singola puttana bionda viziata e altezzosa che vedo».

È anche noto che Rodger era attivo nella comunità PUA (cioè “Pick-Up Artists”), composta da uomini tristissimi che hanno creato uno stile di vita attorno al pessimo The Game, libro-manuale di Neil Strauss incentrato sull’arte del “rimorchio”. Non sto a elencare esattamente quanto sia maschilista: accontentatevi della mia parola quando vi dico che è uno dei libri più stupidi e sessisti che siano mai stati pubblicati. Rodger, però, come molti membri più o meno affiliati al PUA, era poi rimasto deluso dall’esperienza, e si era unito a un gruppo chiamato PUAHate, in cui amarissimi uomini si ritrovano online per parlare malissimo sia del PUA che delle donne in generale. La definizione di Rodger, in questi circuiti, era di incel, cioè “involuntary celibate”.

«Volevo una ragazza. Volevo il sesso, volevo l’amore, l’affetto, l’adorazione. Ma voi pensavate che io non me lo meritassi. E questo è un crimine imperdonabile. Se non posso avervi, ragazze, allora vi distruggerò. [ride come il cattivo in un film] Mi avete negato la possibilità di una vita felice. E, in cambio, io negherò tutte le vostre vite. È giusto così. Vi odio tutte». (trascrizione di “The Day of Retribution” di Elliot Rodger)

Personalmente, ho visto tutti i video di Rodger. Sono macabramente affascinanti, il più trasparente affresco della mente di uno psicopatico che io abbia mai visto, e sono tutti disponibili online, il che li rende sia estremamente accessibili che immensamente popolari. Il solo Retribution conta quasi tre milioni di visualizzazioni.

Altri assassini, in passato, hanno avuto rapporti simili con la celebrità: Cho Seung-Hui, il “Virginia Tech Shooter”, aveva mandato alla rete americana Nbc un pacchetto contenente foto, video e un manifesto in cui “spiegava le ragioni del massacro”, nelle due ore tra le sue prime due vittime e le successive trenta. Lo psicopatico vorrebbe essere famoso, celebrato: fino a qualche anno fa, questo voleva dire lettere ai giornali, confessioni in video, foto dei paparazzi. Rodger, di canto suo, ha di fatto tagliato fuori l’intermediario: è stato il regista della sua stessa storia, e i suoi video sono tutti disponibili allo scrutinio, l’analisi e il giudizio del pubblico, come lo è, d’altronde, il suo Manifesto, intitolato “Il mio mondo contorto” (nell’originale, My Twisted World).

Tutto questo accesso a tutto questo materiale ha permesso il fiorire di una quantità mai vista prima di articoli che mirano ad analizzare le cause del massacro, e le conclusioni che hanno tratto sono le più svariate. È stato visto come un problema della legislazione sulle armi da fuoco in America – e, ovviamente, in parte lo è. È stato visto come unproblema di razzismo, dato che la famiglia di Rodger, turbata dai suoi video, aveva chiesto l’intervento della polizia giorni prima del massacro: alcuni poliziotti si sono presentati a casa di Rodger, ma l’hanno trovato «cortese e timido», il che ha spinto vari opinionisti a chiedersi se avrebbero reagito allo stesso modo se Rodger fosse stato, per dire, un immigrato arabo. Si è detto che il privilegio dei maschi bianchi americani uccide. Si è scritto, e bene, dell’insicurezza identitaria di Rodger, che era mezzo bianco e mezzo asiatico, fatto che è stato a volte sorvolato in altri articoli. Non è un fatto da poco: Rodger era ossessionato dal suo non essere accettato dalla comunità dei bianchi di Santa Barbara, voleva solo donne bionde, e il suo manifesto è zeppo di riferimenti razzisti a «razze inferiori», come ispanici e neri, che non «si meritano» donne bianche. Non è un caso se nel massacro Rodger abbia ucciso solo asiatici e bianchi.

Quanto successo a Isla Vista è stato poi isolato come un problema di salute mentale, e dello stigma che essa si porta dietro ancora oggi, stigma che porta, ad esempio, la metà dei malati di depressione (o almeno, la metà di coloro che ammettono di soffrirne) a non chiedere aiuto medico, anche in Italia. È stato, poi, infine, connesso alla misoginia dilagante nella società occidentale, misoginia che ci vede, nel 2014, a dibattere del “male del femminismo”, o a chiederci se il femminicidio esista. Ha scatenato una campagna su Twitter attorno all’hashtag #YesAllWomen, campagna che è riuscita nell’intento di sensibilizzare una gran parte del discorso pubblico, perlomeno quello americano, sull’argomento della misoginia.

«Se non è un troll, scommetto che scopriremo che questo tizio è un serial killer. Mi dà tutte le vibrazioni di Patrick Bateman». (commento di crazydave333, un utente di Reddit, risalente a nove giorni fa, due giorni prima del massacro, sotto a un video di Elliot Rodger, ora rimosso dal thread “cringe”, in cui Rodger si definisce “magnifico” e non si spiega perché le donne non si gettino ai suoi piedi).

E poi c’è il fatto che l’assassino viveva in California, a pochi chilometri da Hollywood, ed era figlio di un regista, Peter Rodger. Manco a farlo apposta, il padre aveva recentemente lavorato sul set di Hunger Games, film in cui – e lo dico solo per illustrarne l’atroce coincidenza, non un rapporto causa-effetto – dei teenager ammazzano altri teenager. Alcuni opinionisti americani di estrema destra, quindi anti-Hollywoodiani, non hanno esitato a unire i puntini, riducendo il massacro di Isla Vista a un semplice “Hollywood tira fuori il peggio dai nostri ragazzi”.

Assenza di empatia, megalomania, egocentrismo, rimorso, inganno, emozioni nascoste, frustrazione: basta vedere anche un solo dei video di Rodger per poter elencare ogni sintomo tradizionale della psicopatia. E molti di noi, vedendo questi video, l’hanno fatto, osservando i tic e analizzando la scelta delle frasi di Rodger come se stessimo tutti diagnosticando la sua follia. Ma cimentarci nell’analisi psichiatrica di un assassino non è lavoro da persone inesperte, come ha spiegato Park Dietz, psichiatra forense, a Jay Caspian Kang, in un pezzo uscito per l’edizione online del New Yorker. «Queste autopsie psichiatriche immediate e popolari presentano due gravi problemi», ha detto Dietz. «Primo: nessuno, nel mezzo della valanga di notizie, possiede una visione totale dei dati. E secondo, la maggior parte delle persone che portano avanti queste analisi sono assolutamente non qualificate per farlo». Dietz ha ragione, chiaramente. Io stesso non sono qualificato: una laurea in filosofia non mi dovrebbe permettere di esprimere giudizi in casi come questo ma, per quanto possano essere sommarie e superficiali le conclusioni che io possa trarre, nel caso specifico mi è tremendamente lampante che il massacro di Isla Vista non è solo la storia di uno psicopatico isolato. La psicosi di Rodger può attrarci ai suoi video, per cercare di guardarla da vicino, di capirne i sintomi, attratti da questi documenti della pazzia come se stessimo, in parte, fissando un incidente stradale, e in parte scongiurando che una follia del genere possa mai entrare a far parte del nostro cervello. Ma quest’attrazione, mista a paura, mista a repulsione verso la follia di Rodger non dovrebbe limitarci.

La storia di Elliott Rodger è affascinante – e uso questo termine con tutto il rispetto possibile per le vittime del massacro – perché ci permette di osservare, in forma cristallizata, con materiali e dati accessibili, due problemi che la società occidentale fatica ad affrontare. Parlo di salute mentale, nello specifico, e del maschilismo intrinseco nella società occidentale, in senso lato. E, soprattutto, della connessione tra le due cose.

La copertina del New York Post che sembra dare la colpa del massacro a una ragazza bionda, pubblicandone le foto, (all’interno, in bikini) e dando il suo vero nome. La colpa della ragazza? Aver rifiutato Rodger all’età di 12 anni.

«Archiviare i misogini violenti come “pazzi” è un modo sempliciotto di dire che la misoginia violenta sia un problema individuale e non culturale». (dall’account Twitter di Melissa McEwan, proprietaria di Shakesville, blog femminista progressista):

Elliot Rodger non è l’unico giovane maschio psicopatico ad aver scelto la strada della “vendetta” contro dei presunti “crimini” commessi contro di lui dalla “società ingiusta”, e non è sicuramente l’unico ad esser stato motivato, almeno in parte, dalla misoginia. Cho Seung-Hui, sempre lui, dell’eccidio di Virginia Tech, nei suoi documenti parla di «vendicarsi contro una società di ciarlatani depravati». Pare che anche Cho fosse impazzito definitivamente dopo essere stato rifiutato da una ragazza. Parlo anche dei massacri di Sandy Hook o del centro commerciale di Columbia, Maryland – tutti crimini commessi da giovani ragazzi eterosessuali. Si è detto che il 98% dei casi di massacri di questo tipo siano perpetrati da maschi. Un dato che dovrebbe farci pensare. Ma il criminale, lo psicopatico che commette queste atrocità non è soprattutto questo: uno psicopatico? Nei suoi video, Rodger si definisce «il supremo gentiluomo». Nei suoi documenti, Rodger dice di aver sofferto sempre e solo per una cosa: la mancanza d’amore, e di sesso. Rodger si autodefiniva «romantico», «meraviglioso», e non aver ricevuto affetto e amore l’ha spinto verso la rabbia, e poi verso l’odio irrazionale. In quanto completamente psicopatico, Rodger non si rendeva conto dell’ovvio: pensare che il sesso e l’amore siano “dovuti”, è una velenosissima misinterpretazione del romanticismo, e se le ragazze non lo volevano frequentare, è perché anche passare solo 5 minuti con lui su YouTube fa accapponare la pelle, non oso immaginare una cena. Ma questo non è solo un problema della psiche di Rodger. È un problema sociale, culturale, ampio: ignorare che il massacro di Isla Vista sia occorso in una società con delle convenzioni, regole e tendenze specifiche sarebbe un errore. Poche settimane fa, Maren Sanchez, studentessa sedicenne del Maryland, è stata accoltellata a morte dopo aver rifiutato l’invito al ballo di fine anno di un compagno di scuola. L’omicida aveva sedici anni, e si sentiva “rifiutato”.

Finchè non ci muovereremo attivamente per eliminare la misoginia culturale, diffusa e orrizontale che taglia la nostra società, in ogni suo aspetto, finchè le donne verranno viste dagli uomini come dei modi di ottenere un risultato (lo status sociale, o la felicità, che dir si voglia), e quindi come oggetti piuttosto che persone, tragedie come questa saranno tristemente ripetute. Ma il massacro di Isla Vista ci dice molto su come un certo tipo di società occidentale intepreta l’identità della donna, ma anche quella dell’uomo, e sulle pressioni assurde che vengono piazzate, all’interno del nostro sistema patriarcale, tanto sui giovani uomini che sulle donne. D’altronde, la misoginia non è semplicemente l’odio per le donne-in-quanto-donne: è l’odio per la femminilità, che sia essa incarnata nella donna o nell’uomo, sia etero che omosessuale. È disumana, in generale. E finchè l’umanità della singola persona verrà negata e non considerata, sarà sempre più facile vederle come degli oggetti. Oggetti la cui distruzione non implica conseguenze. Che siano essi uomini, o, come purtroppo è nella maggior parte dei casi, donne.

Nell’immagine, alcune pistole Glock34, simili a quelle utilizzate da Rodger, mostrate dallo sceriffo della Contea di Santa Barbara il 24 maggio
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