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Nostalgia ’80

Sembrava ci fosse ancora la Prima repubblica alla presentazione del nuovo libro di Claudio Martelli, e tutti (anche gli insospettabili) a rimpiangere Roma, l'Italia e il Psi che furono.

radical

«L’anno moriva, assai dolcemente». Ai bullismi amorosi d’Andrea Sperelli su e giù per via Veneto e il tridente non ancora ztl nel Piacere dannunziano, a Roma si preferiscono in questa fine di stagione le presentazioni di libri, preferibilmente politici: sono uscite o stanno uscendo in questi giorni le memorie, apocrife o private o pubbliche o sincere o elegiache di Fini, D’Alema, Bersani, Occhetto. Perfino Bassolino.

Ieri sera però all’Hotel Majestic di via Veneto si presentava il libro molto dannunziano di Claudio Martelli, Ricordati di vivere (Bompiani), e sembrava giusto sfidare la pioggia, anche, per vedere soprattutto com’è invecchiato il nostro politico più fico Psi. Certo non sarà come nella copertina di Ricordati di vivere, tra un Luigi Tenco e uno Scamarcio magro; però non ci si fa contagiare dalle proteste d’Umberto Pizzi, che fuori dall’hotel è scontento: «ci sono solo socialisti, Craxi, Di Donato, roba così, niente de che»; è deluso e se ne va in scooter.

Il male di vivere l’hanno visto in tanti, questi socialisti, ma alcuni sono sopravvissuti

Subito dentro, invece, in queste architetture umbertine del Majestic, anno di fondazione 1890, primo hotel della strada non ancora Dolce Vita. Lussi un po’ esquilini: pavimenti a marmette, porte di mogano, stucchi da stazione. Affreschi vaporosi di un Domenico Bruschi, Tiepolo ottocentesco da prefettura e sala d’attesa, già decoratore della Consulta e di Montecitorio; qui di allegorie spumose di trionfi italici dall’Impero a casa Savoia (e siamo del resto di fronte al palazzo Margherita, poi venduto all’ambasciata americana che oggi forse ci spia); dunque scudi sabaudi, ma anche un grande ingranaggio dentato, poi ripreso nello stemma repubblicano, a significare che saremmo popolo operaio o industriale. Mah. Mondoperaio si chiama comunque la rivista di cui era direttore Martelli (secondo una celebre battuta, da lui considerata una bestemmia, col punto esclamativo).

Appena dentro questa Sala Verdi coi suoi affreschi e parquet gloriosi si capisce subito di aver fatto bene: è gremita, come si dice, e non per il libro e non per la politica: c’è piuttosto un senso di festosa nostalgia nell’aria, di malinconia di estati irripetibili – di grande Freddo. Il male di vivere l’hanno visto in tanti, questi socialisti, ma alcuni sono sopravvissuti. Molti sono belli e eleganti: tante signore alte, molto dritte; i bambini Martelli, in velluti e blazer blu, da ritratto del Bronzino o pubblicità Tommy Hilfiger, con una nonna distintissima tipo Borletti Buitoni, con collana etnica. Tutto un «ti trovo bbene», un «come sta Patrizia», però assolutamente non coatto, molto raro a Roma; nasi araldici anche impegnativi portati con destrezza; oppure rifatti da certi chirurghi romanordisti molto sobri; usi di botox sorvegliatissimi; capelli molto a posto e non gonfi. Molte borse Chanel antiche, pochissima grassezza. Per gli uomini, doppiopetti Caraceni e cravatte strette. Abbronzature forse finte ma credibili.

«Perché, capisci, allora se dovevamo diventare democristiani tanto valeva farlo trent’anni fa»

Tra il pubblico, Barbara Palombelli, Marina Ripa di Meana, Peter Glidewell, signorilità inglese da Dagospia, Massimo Teodori, americanista e ballerino, con ombrello. Vito Gamberale, boiardo. Un sosia di Fassina. Diversi socialisti non più riconoscibili perché uguali a 30 anni fa, e non famosi allora. Turisti indiani, almeno tycoon dell’acciaio, che restano qualche minuto a ascoltare il dibattito, poi vanno a bere giustamente dei mojito. Una giornalista famosa commenta l’attuale temperie politica, «perché, capisci, allora se dovevamo diventare democristiani tanto valeva farlo trent’anni fa, almeno lì c’era il potere vero, uno faceva una  scelta, ma adesso proprio no, cara mia». C’è Matilde Bernabei, figlia di un centenario ex presidente della Rai molto cattolico e moglie di Gianni Minoli, padroni di casa a Malindi quando Martelli fu arrestato per una canna (1989), nel libro sono «pic­coli, delicati, biondi e occhi azzurri entrambi, vivacissimi, straordinariamente diversi eppure simili, indipendenti e uniti, erano nati nel potere e votati a conservarlo». Qui c’è solo lei dei due. Nascosto tra il pubblico, in penultima fila, c’è invece Ugo Intini. Coi capelli e la faccia e gli occhiali assolutamente del 1987, quando era portavoce del governo Craxi II. Sempre irrilevante e vilipeso, oggi forse addirittura hipster.

Ma soprattutto, nelle file centrali, dame bellissime ed ex bellissime, invecchiate giuste, sedute con placement e protocolli forse complessi a seconda di fasi e ruoli nella vita del politico più Bret Easton Ellis del Partito Socialista Italiano. In prima fila, davanti all’oratore, Rosi Greco, già erede di un impero della maglieria, e mean girl romana degli anni Ottanta, oggi queen bee proclamata della situazione. Le sono dedicate le pagine più ellisiane del libro, nel capitolo l’Appia dei Popoli; era poi il soprannome dato al bling ring di Martelli e soci negli anni Ottanta. Avevano preso sull’Appia Antica, regina viarum tra Valentino e Lollobrigida e Zeffirelli, una famosa villa scelta perchè «a un passo dall’aeroporto di Ciampino», dunque dai voli di Stato molto frequenti in tempi pre-spending review.  «Un risparmio di tempo per me che dovevo volare come minimo due volte la settimana. Per l’affitto e per le spese ci volevano molti soldi, ma anche noi eravamo molti e benestanti, pieni di fantasia e di amici»; qui sembra Lunar Park. (Il copyright Appia dei Popoli è di Ottaviano Del Turco. Le spese erano a carico di Rosi Greco, si apprende).

La storia d’amore Greco-Martelli è tra D’Annunzio e Andrea De Carlo:

L’aria da discola, l’andatura da cerbiatto in bilico sulle lunghe gambe, incedeva elegante, bellissima nel suo tubino nero, al braccio di un giovin signore. Vedendola scintillare tra i tavoli del ristorante e gli sguardi degli uomini, rimasi incantato col cucchiaio per aria finchè Sergio Restelli mi diede di gomito, ridendo: “Colpito e affondato?”

“Chi è?”

“Non lo so.”

“E come si fa a saperlo?”

“Si saprà.”
Per il resto della cena cercai il suo sguardo, che non in­dugiò mai. Impaziente, mi alzai fingendo un’urgenza solo per avvicinarmi al loro tavolo.

“Buonasera, come va?”

Sorpreso, incuriosito, il suo cavaliere si alzò:
 “Buona sera, onorevole…”

“Vi consiglio la vignarola: questa sera è una favola.”

E il cerbiatto, sorridendo: “lei è il nuovo chef?”

“Dilettante…”

A quel punto, costretto dall’etichetta, il cavaliere ci presentò:  “Rosi Greco… l’onorevole…”.

Rosi non capitola subito. La scena della conquista finale vira un po’ su Via Montenapoleone (1986):

La spensierata compagnia di single nella stagione degli accoppiamenti si scinde e si ricompone per le passeggia­te in campagna, la spesa in paese, la cucina, i pasti e le merende. Rosi è arrivata con una giovane amica torinese, bionda, atletica, spavalda e me la presenta come un’am­miratrice. Mi accorgo che manovra per mettermela vicina a tavola, in auto, a passeggio. Diavolo di donna, cos’avra’ in mente? Mi mette alla prova? Si è portata la guardia del corpo o pensa di risarcirmi del suo rifiuto? Dopo cena c’è chi chiacchiera e chi gioca a carte, mentre la voce di Ni­na Simone riporta Ferdinando e me a ingaggiare l’ennesima partita a scacchi, come ai tempi dell’università. Verso mezzanotte, rimaniamo in pochi; poi sempre meno; infine solo noi tre: Rosi, io e la bionda, che inizia il suo assedio sul divano mentre la discola, che ha messo la cassetta diTop Gun, sospira: “Che bella questa canzone.” Guardo la bionda negli occhi e un po’ le ordino e un po’ la implo­ro: “Per favore, mi lasci con Rosi?” Sgusciato dall’assedio, pigio il tasto repeat sullo stereo, prendo Rosi per mano e cominciamo a ballare un lento sulle note di Danger zone.Quando arrivano quelle di Take my breath away mi sembra davvero di prenderle il respiro, il suo seno si abbando­ na sul mio e, un istante dopo che le ho baciato le labbra, mi sussurra: “Mi fai paura”.

Mai si sarebbe pensato che la colonna sonora di Top Gun (1986), che si riteneva fenomeno di estrema nicchia, avesse avuto effetti sistemici; e Mach è Ferdinando Mach di Palmstein, finanziere, craxismo in purezza, marito della californiana Tracy Roberts, già pr di Gianni De Michelis. Qualcuno giura di averli visti qui al Majestic, poco fa. Al bar. Che (ma forse è solo una suggestione) è uguale a quello del casinò di Malindi; Rosi Greco, anche lei a Malindi ai tempi, è definita nel libro anche «bambola d’acciaio» per il coraggio dimostrato nelle criticità keniote.

C’è il solito effetto-straniamento-prima repubblica, per cui questi qua ti sembrano sempre politici di paesi stranieri

Qui al bar del Majestic, invece, sotto un ritratto di signora finto-Boldini, non c’è Martelli che fa il finto chef; c’è invece uno chef vero, cioè poi Massimo Riccioli, educatore dei romani sul fronte del crudo e del sushi negli anni Novanta e patron della Rosetta, dove politici della Margherita recenti hanno abusato delle note spese. Da poco ha sostituito Filippo La Mantia alla guida del ristorante aspirazionale alberghiero; mentre Martelli parla, Riccioli viene stalkerato da una storica pr del cinema, che gli parla malissimo del suo predecessore, accusato di incongrue rivisitazioni di cucine siciliane senza cipolla e aglio. La dama finisce per lanciarsi in una denuncia tardiva delle pennette alla vodka e della panna nei primi italiani, soprattutto nella carbonara. Sostiene forse inopinatamente che sia tutta colpa di Ugo Tognazzi, che l’ha imposta a Cinecittà e poi è diventata virale.

Sulla terrazzetta del bar, battuta da una pioggia fine, Bobo Craxi molto osannato dai camerieri fuma una sigaretta guardando l’iphone e gli alberi di via Veneto di fronte al ministero piacentiniano dell’Industria. Dentro, Stefania Craxi, con sandali ancora estivi e boccoli, seduta lontana. Martelli parla di intercettazioni, di magistratura, con pause giuste, commozione finale e groppo in gola su Craxi. Idee. Citazioni. Lo chiamavano “il professorino”; c’è il solito effetto-straniamento-prima repubblica, per cui questi qua ti sembrano sempre politici di paesi civili stranieri; spesso dei Nobel.

Ma la sensazione è di nostalgia pre-politica. Ormoni. Voglia di vivere. Sapore di mare. No Troika. Svalutazioni facili. Sul palco, insieme a Martelli, Giorgio Montefoschi è uno scrittore ma è molto abbronzato, è vestito bene e ha tanti capelli. Sul Corriere ha scritto che il libro di Martelli è stendhaliano, e che farà molto discutere, e ha citato perfino Schopenhauer, secondo cui non sono i libri di storia a rappresentare un’epoca, ma certi romanzi. Ma quale epoca? Gli anni Ottanta, naturalmente. C’è una sorta di magia o sortilegio, qui, stasera, tra pennette alla vodka, Psi, Malindi,Top Gun. Paolo Franchi, altro relatore, è esplicito: «Decennio da ri-va-lu-ta-re». Nessuno sa dire bene perché. Però tutti lo ripetono. Anche Montefoschi non ce la fa e gli scappa un ricordo «di certi weekend, di certe vacanze in Grecia». Damilano, che è dell’Espresso e che qui dovrebbe fare la pars destruens, prima ci prova a dire che «per la mia generazione, il socialismo di Martelli era una cosa di discoteche e elicotteri, cioè poi Il Portaborse», film nannimorettiano di nicchia (1991) ispirato proprio al delfino di Craxi; poi però si arrende e sostiene che insomma «eravamo, giovani, eravamo felici». E che il socialismo è stata «un’occasione perduta». Un signore in spigato grigio, forse nenniano, disapprova dal pubblico, e mormora un «tutti autoreferenziali! tutti narcisisti!». Rosi Greco scappa via, la attende una cena importante. Bret Easton Ellis recentemente ha detto in una intervista che «ognuno di noi resta bloccato all’età in cui accede alla celebrità». I ritratti del ricco apparato iconografico del libro martelliano si fermano al 1991.

Nell’immagine: Un giovane Claudio Martelli (sinistra) con Bettino Craxi negli anni Ottanta (via)

 

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