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Elogio dei nonni come genitori

La vicenda giudiziaria di questi giorni e cosa significa crescere in compagnia di una coppia anziana, che è anche l'incipit di moltissime fiabe tradizionali.

In questi giorni, basta la locuzione genitori-nonni, e tutti capiscono subito di cosa si parla. Oltre agli amici indignati da una delle vicende giudiziarie più assurde di tutti i tempi, ci sono anche i giornali, a definirli così, come se fosse okay: i genitori-nonni. Perché, cosa sono, sennò? Per saperne di più, googlo questa strana parola composta, e il motore di ricerca mi propone: «genitori nonni torino», «genitori nonni mirabello» e «genitori nonni cassazione». È ufficiale, genitori-nonni è il tema della settimana. Ma non è un affatto nuovo, come tema, in verità. Siamo una generazione scampata alla solitudine e al junk food grazie a una schiera di nonni santificabili che, mentre le nostre mamme sfoggiavano la loro nuovissima emancipazione in ufficio, ci prelevavano quotidianamente da scuola con la loro macchina scassata, servivano a tavola purè di patate schiacciate a mano per tutta la mattina, e ci assistevano nei compiti come potevano, con la loro quinta elementare. Forse è successo così perfino ai vicini di casa dei signori Deambrosis, i genitori-nonni rei di aver lasciato, sette anni fa, la figlia neonata in macchina per qualche minuto mentre le scaldavano il latte (o forse, come suggerisce Massimo Gramellini, rei «di anzianità»).

Ora, a parte che i due poveri cristi, apostrofati come “nonni” su tutti i media, erano due genitori; ma facciamo finta di considerarli dei nonnetti anche noi. Beh, crescere coi nonni è una storia abbastanza meravigliosa. Ha, come unica controindicazione, rimanere orfani un po’ prima, ma quello può capitare anche con genitori trentenni del tutto omologati, che magari ti lasciano orfano senza neanche morire. E poi, da che mondo e mondo, quando i genitori vengono a mancare, sono i nonni a occuparsi dei nipoti. Nemmeno i miei nonni erano perfetti, intendiamoci. Per tutte le volte che mi hanno preparato le zucchine dell’orto, dopo mi hanno fatto guardare alla televisione Beautiful. Mi accompagnavano al mare, ma dovevano stare fermi al sole per l’osteoporosi. Mi addormentavano con le storie dell’Istria e di Tito, ma l’unica volta che mi hanno regalato un libro, invece di quello di Capote, mi è arrivato il chick-lit Colazione da Tiffany Trott. Mi cucivano i vestiti a mano, ma col risultato che sembravo una Giovane Italiana in una marcia fascista. Mi permettevano di tenere un grillo con la zampa rotta in casa, ma chiamavano il Sega Master System «séga». Insomma, non erano super-cool, ma erano super-calmi, e il fatto di avere la vita alle spalle anziché una carriera davanti gli ha permesso di prendersi tutto il tempo necessario per capire la loro figlia-nipote.

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Se l’accezione classica della figura “nonno-genitore” ha sede nella storia privata delle famiglie italiane, la “nuova” accezione c’entra con la diffusione della fecondazione assistita e con l’allungamento della vita media. Ed ecco, in un contesto in cui il concetto di famiglia naturale è per molti versi superato, ha senso coltivare pregiudizi sull’età anagrafica giusta per accudire un nuovo essere umano? Ha senso farlo, mentre le famiglie si deformano come bolle, per includere la nuova fidanzata di papà, o magari quella della mamma, mentre i single accolgono bimbi in affido, nei disegni dell’asilo compare quello coi due papà, e perfino la Rai fa la trasmissione in seconda serata sulle nuove famiglie (il che vi fa capire quanto non siano nuove)? Beh, nemmeno la figura genitore-nonno è nuova, anzi la definirei atavica, se consideriamo che tutte e tre le religioni monoteiste si basano su una storia di genitori-nonni. Come definire altrimenti Sara che partorisce Isacco, figlio di Abramo, quando ha più di novant’anni?

La storia dell’anziana coppia miracolata dal dono della vita è anche l’incipit di una quantità di fiabe tradizionali. C’erano una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa. È l’inizio di “Raperonzolo” dei Grimm. Anche lei, neanche a farlo apposta, viene rapita (però a dodici anni) da una maga vicina di casa che la rinchiude in una torre. Mi viene in mente un’altra fiaba giapponese, anzi, proprio il più antico esempio di letteratura giapponese, risalente al decimo secolo, “Storia di un tagliabambù”. Il protagonista è questo taglialegna troppo anziano per procreare, e con una storia di sterilità alle spalle. Lui e l’anziana moglie avevano tanto desiderato un bambino, ma non era mai arrivato. Un giorno se ne andava in giro con la sua accetta per la foresta di bambù, quando un tronco particolarmente lucente si aprì e rivelò la presenza di una bambina grande come un pollice. La chiamano Principessa Splendente del Flessuoso Bambù. La gioia portata dalla bimba nella coppia è rappresentata dal fatto che, dopo il suo arrivo, ogni volta che l’uomo taglia un bambù, vi trova una pepita d’oro.  La famiglia diventa ricca e la ragazza, ormai grande, rifiuta una lunga serie di pretendenti, imperatore incluso, perché viene fuori che in realtà le manca la Luna, da cui era caduta, e vuole tornare lassù. Quando la giovane indossa un vestito alato e prende il volo per tornare al suo sopramondo, gli anziani genitori si ammalano gravemente.

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Forse ai genitori-nonni di Viola sarebbe successo qualcosa di analogo, ma non così presto, quando lei aveva solo trenta giorni, ed è partita contro la sua volontà per una luna chiamata adozione: sarebbe successo tra molti anni, magari quando lei avrebbe deciso di trasferirsi all’estero per un master. Il senso comune nascosto nel folklore, in realtà, alimenta anche il mulino dei malpensanti: la figura della nonna, nella fiaba, si confonde volentieri con quella della strega. Penso alla Baba Jaga russa, una vecchia che vola a cavallo di un mortaio, cancella i sentieri nel bosco, e vive in una casa fatta d’ossa umane, con una bocca dentata per serratura. Molto più raro è il nonno-stregone, cosa che confermerebbe, nella vicenda torinese, anche una buona dose di sessismo, perché finché sono i settantenni a figliare (vedi Mick Jagger, o Charlie Chaplin) va tutto bene, al massimo vengono derisi, purché la mamma sia una fanciulla; ma quando è la mamma ad avere 56 anni, allora sì, c’è qualcosa di perverso, deve essere una strega.

Forse, papà e mamma Deambrosis erano un po’ come i miei nonni, la volta che si persero per le strade della città e non riuscivano a riportarmi a casa: forse anche i genitori di Viola, il giorno della segnalazione ai servizi sociali, non ce la facevano a portare su per le scale spesa e ovetto insieme. Ma magari, se i vicini-stregoni gli avessero dato i minuti necessari per portare la principessa splendente in casa, là dentro, chissà, l’avrebbe attesa una vita d’oro e bambù. O comunque, le sue possibilità di crescere felice non sarebbero state né più né meno di quelle di tutti gli altri bambini messi al mondo, dei quali molti non vengono strappati alla famiglia naturale nemmeno in caso d’innaturali maltrattamenti. Sto immaginando una felicità come quella del poverissimo Charlie di Willy Wonka, quando entra nella fabbrica di cioccolato in compagnia del nonno operaio; dei fratelli Banks di Mary Poppins, quando donano un penny di cuore alla vecchietta dei piccioni; del bambino che parte a bordo della casa volante di Up con un nonnetto vedovo; di Heidi, col suo burbero nonno montanaro; di Vaiana, che prende il mare da sola incoraggiata da sua nonna, che era considerata da tutti la matta del villaggio.

Immagini Getty Images/Hulton Archive

 

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