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I diritti umani dei non umani

La Non Human Rights Association ha cominciato la battaglia legale per i diritti degli scimpanzé. Nel frattempo, Google dice che i suoi computer sono protetti dal Primo Emendamento. Che succede?

Anche se si dovrebbe partire dal sesto secolo A.C. con Ciro il Grande di Persia, questa è una storia che inizia con il tramonto del Feudalesimo e l’alba del Rinascimento. Almeno formalmente, però, questa storia, quella dei diritti umani, ha come punti di inizio moderni due documenti scritti nella seconda metà del Settecento: la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (1789) della Rivoluzione Francese. Due documenti firmati in scenari diversi – il primo concluse una lunga e sanguinosa guerra, al secondo seguì il Terrore e un certo abuso della ghigliottina – che insieme diedero il via a un processo di diffusione lento e faticoso, che continua ancora oggi.

Non è ancora chiaro perché siano solo gli esseri umani a dover beneficiare di tali diritti. La stessa categoria umana ha subito modifiche nel corso degli anni: per molto tempo, per esempio, i maschi godevano un trattamento legale diverso (leggi: migliore) delle donne – succede ancora in molte società. Chi può godere di questi diritti? Il punto sta nella differenza tra soggetto e oggetto. Da sempre il diritto internazionale considera gli esseri viventi non umani come attori d’altro tipo, «legal things» che possono essere trattati con modi e finalità molto diversi da quelle riservate agli umani. Il confine tra umano e non umano potrebbe però cambiare molto presto perché diverse forze stanno, con tempi e modi diversi, costringendo gli esperti a una revisione dei concetti di base dell’argomento. Oggi parliamo di due di queste: gli scimpanzé e i computer.

L’obiettivo principale è «la trasformazione legale degli animali non umani da “cosa legale” a “persona legale”», un twist che ora arriva in tribunale e, tra mille incertezze, dovrà scontrarsi contro il monolite composto da giurisprudenza e scienza

Nelle scorse settimana il giurista statunitense Steve Wise ha iniziato una campagna legale volta a concedere a quattro esemplari di scimpanzé diritti “umani”: si tratta di un caso che verrà trattato da tre diverse corti Usa e di cui è difficile prevedere l’esito. Wise è presidente del Nonhuman Rights Project (Nrp), un’associazione da anni impegnata nella revisione del concetto di diritto umano-e-solo-umano nel contesto delle leggi internazionali. L’obiettivo principale dell’ente è «la trasformazione legale degli animali non umani da “legal thing” a “legal person”», un twist che ora è pronto per affrontare le corti e, tra mille incertezze, dovrà scontrarsi contro il monolite composto da giurisprudenza e scienza per affermarsi.

Tommy, Kiko, Hercules e Leo sono quattro scimpanzé modello per la causa: come molti loro simili sfortunati, hanno subito maltrattamenti e sono stati costretti in gabbia, e, come ogni loro simile, sono incredibilmente intelligenti. Da tempo la comunità scientifica ha dimostrato la complessità e la profondità dell’intelletto di questi animali: nostri più diretti discendenti, hanno coscienza di sé, sanno costruire utensili molto simili a quelli usati dagli umani nella Preistoria e da alcune popolazioni aborigene della Tasmania. Sanno risolvere problemi “logici” piuttosto complicati. Loro è anche la capacità del «viaggio mentale nel tempo» – scrive Wired in un lungo articolo sul caso Wise – ovvero riescono a immaginare se stessi in un’altra situazione, in un altro momento spazio-temporale; possono anche prendere sonno e ricordarsi di fare qualcosa deciso prima di addormentarsi. Eppure vivono in gabbia, subiscono esperimenti, la loro vita è tenuta in bilico dal volere di qualche umano e non sono protetti da nessuno se non da qualche associazione come la Nrp.

Il caso Wise tocca quindi corde delicate: punta a togliere all’umano i resti dell’illusione della nostra unicità. Vuole allargare il campo, abbracciando altre specie. È il sequel di quell’ultima umiliazione teorizzata da Freud, causata teoria darwinista con cui l’uomo perse lo scettro della Creazione Divina per diventare un semplice animale con discendenti pelosi che vivono sugli alberi. La fine di un pensiero che si rifà a Cartesio, secondo il quale la mente umana non apparteneva al mondo concreto ed era legata direttamente a Dio – cosa che invece, secondo il filosofo, non interessava gli animali, inferiori e scollegati dal divino, pure e semplici «macchine». È la fine di una bugia comoda.

Wise ha supportato la sua posizione con una collezione di studi e testimonianze scientifiche sulle «profonde somiglianze» tra i meccanismi celebrali dei due animali, noi e loro. È un punto interessante perché, sostiene l’avvocato, la categoria umana è una continua riscrittura, e ricorda come la giurisprudenza all’epoca della schiavitù negli Usa si basasse su una visione dell’uomo profondamente diversa da quella attuale. All’epoca quella mentalità sembra immutabile, sembrava giusta. Ciò è cambiato, fortunatamente – e perché non potrebbe succedere di nuovo?

Google è da anni in prima fila in una battaglia legale volta a difendere i risultati delle sue ricerche da critiche e querele, secondo l’azienda i suoi supercomputer sarebbero tutelati dal diritto di parola e opinione

Sta tutto nella distinzione nel confine tra “essere umano” e “persona”, un concetto, quest’ultimo, capace di accogliere una varietà di soggetti e assumere sfumature inedite, in cui noi non saremmo gli unici. Ma non riguarda solo esseri viventi: Google è da anni in prima fila in una battaglia legale volta a difendere i risultati delle sue ricerche da critiche e querele. Secondo la tesi di Mountain View le performance dei suoi supercomputer sarebbero tutelate dal diritto di parola e opinione, tanto che nel 2012 chiese al giurista Eugene Volokh di stendere una difesa del suo operato (.pdf). Secondo il documento i risultati delle ricerche Google sarebbero protetti dal Primo Emendamento della Costituzione Americana, secondo il quale

[i]l Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.

Così i risultati dati dal lavoro dei supercomputer sarebbero da considerarsi pensiero e parola di una persona dotata di diritti, e «allora ogni tentativo di regolamento da parte del Governo o ogni richiesta di rimozione [di qualche risultato, Nda] (…), dovrà essere considerato una censura». Al di là delle innumerevoli questioni legali da cui è travolta Google, è interessante notare come la categoria “non umano” sembri già pronta ad andare oltre il vivente. In un editoriale scritto per il New York Times, il professore Tim Wu, ha criticato il documento del colosso tecnologico sottolineando la differenza tra un essere umano (un nome a caso: Socrate) e una macchina, per quanto avanzata: «Socrate era un uomo che morì per le sue opinioni; i computer sono strumenti pratici progettati per prestarci servizio». I supercomputer sono straordinariamente intelligenti e presto – chi può dirlo – potrebbero avere coscienza di loro stessi, diventando persone non umane né viventi degne dei diritti primari che finora concediamo solo ai nostri simili sapiens sapiens (nemmeno tutti, a dire il vero)?

E come si dovrebbe dimostrare l’avvenuto passaggio di una persona da un’intelligenza notevole a una superiore? Ci sarà bisogno di prove scientifiche che sembrano essere molto più sottili del monolite di 2001: Odissea nello Spazio. Sono problemi che la Non Human Rights Association sta cercando di risolvere già oggi, con difficoltà. Se a tutto questo si aggiungono le discussioni apertissime sui confini umani aperte dalla “cyborgisation” (di cui parlammo a suo tempo), capiamo quanto la questione sia profonda e irrisolta, e a tutti gli effetti un tabù. Secondo il presidente della Nra la ricetta consiste nel portare avanti la casa dei “non umani”bombardado la giurisprudenza e l’opinione pubblica con questo terribile dubbio tutto umano. La membrana che usiamo per separarsi dal “resto” è sempre più sottile e fragile: potrebbe non reggere per molto tempo. Come conclude Steve Wise: «Quando si comincia a sfondare un muro, si aprono molte altre strade».

 

Immagini: scimpanzé dello zoo di Los Angeles alle prese – con atteggiamenti diametralmente opposti – con delle piñata piene di dolci e frutta regalate agli animali in occasione del Thanksgiving Day del 2000 (Dan Callister / Liaison / Getty Images)

 

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