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Non fate la nanna

Metodi e teorie per addormentare i bambini nel più breve tempo possibile. Una rassegna di crudeltà e sensi di colpa.

Ho sentito dire, da persone senza figli, con figli grandi, o divorziate: «Per carità, non andiamo a cena da loro: alle nove, uno dei due sparisce in camera dei bambini e non torna più».

Il gesto del mettere a letto i figli è diventato una prova del fuoco della genitorialità. Si richiede addormentamento veloce e indolore, efficace e definitivo: i piccoli demoni nottambuli non devono più uscire da quella stanza per tutta la notte (bere, pisciare, tossire, fare incubi). Bisogna che si addormentino in fretta, che lo facciano da soli, o, se la compagnia dell’adulto accelera il  processo, bisogna evitare di rilassarsi e addormentarsi con loro, perché in salotto ci aspettano gli ospiti col secondo lasciato a metà, o il marito con la puntata di una serie in standby. Bisogna ricordarsi di soffiare bene i nasi, o la serata verrà interrotta da piagnucolii nemici della socialità e della coppia, bisogna averli fatti bere un po’ d’acqua, ma non così tanta da incoraggiare la diuresi notturna. Il nervosismo attorno all’abilità di farli dormire (come se dormire fosse un verbo che conosce veramente la forma passiva), e all’attesa del tempo libero che ci aspetta oltre la loro veglia, è così elettrico in noi che possiamo contagiarli anche se avevano sonno.  Se per caso ci arrendiamo ad appoggiarci al cuscino, ci svegliamo di soprassalto qualche istante dopo, che in realtà è mezzanotte e la porta si chiude alle spalle degli amici.

fatelanannaQuando erano piccoli i miei nonni, i bambini dormivano come nei libri di Luigi Meneghello: tutti insieme in una stanza, ascoltando i rumori dai cortili d’intorno, impauriti dal lupo nel granaio, e dicendo il padrenostro in latino con l’accento veneto. Negli anni di Mad Men, si cacciavano a letto in malo modo per fumarsi una sigaretta sopra all’acquaio o davanti alla tele, possibilmente prima che arrivasse Don Draper, per farlo cenare in pace.  Negli anni Ottanta, non c’erano sensi di colpa, ma una piccola tivù in ogni stanza, e ci pensava La Corrida di Corrado o Giochi Senza Frontiere a mettermi a letto. Qualche volta, l’audiocassetta con la voce di mia mamma che leggeva, oppure Taron e la pentola magica.  Adesso, ci sono i manuali. C’è Fate la nanna, il best-seller di Eduard Estivill, direttore dell’Unità di Alterazioni del Sonno di Barcellona (sembra una roba inventata), e creatore di un intero e prospero filone, che comprende, tra gli altri, pietre miliari del pensiero contemporaneo come Dormi, bambino, dormi. In Open, André Agassi racconta di aver incontrato per caso Darren Cahill a Sydney prima che diventasse suo allenatore: Cahill gli consigliò un libro miracoloso per mettere a dormire i neonati (suona proprio come Fate la nanna, e le date combacerebbero). Agassi telefonò a Steffi Graff dall’Australia per leggerle alcuni passaggi del libro, e avallarono insieme la messa in atto di questa tortura, che prevede il lasciare i bambini soli in camera e farli piangere per intervalli sempre più lunghi (di sicuro, una sevizia più blanda rispetto alla macchina spara-palline, che il padre di Agassi riservava a lui).

Il sito di Nati per leggere, l’associazione di medici e genitori lettori, dedica una pagina al tema, sostenendo che le storie della buonanotte calmano, coccolano e “consolano” (ma consolano, poi, da cosa, esattamente?). I libri consigliati hanno come protagonisti orsi, conigli, o principesse musone che devono andare a dormire, ma si oppongono strenuamente alla nanna sin dal titolo. L’inglese ha un’espressione spiccia per il genere: Bedtime stories. Come favole della buonanotte, ma un po’ più bello. Da che mondo e mondo, anzi no, dal milleottocento, quando è fiorita la letteratura per l’infanzia, questa branca del “sapere” afferiva interamente alla sfera umanistica. Oggi, la pseudo-scienza sembra indicare vere e proprie tecniche narrative sonnifere: i Racconti da leggere prima di andare a dormire di Estivill sono raggruppati in capitoli che trattano diverse paure. La sinossi dice che il libro agirebbe addirittura «rompendo stati di paralisi emotiva».

faQuest’anno, il nuovo best-seller per genitori egoisti è dello svedese Fòrssen Ehrlin, di mestiere “motivatore”, che ha autoprodotto e lanciato su Amazon Il coniglio che voleva addormentarsi, basato sempre su una tecnica pseudo-scientifica: la storia è scritta con un ritmo calibrato per mimare il rilassamento progressivo del corpo che si addormenta, e progettata a tavolino per essere sempre più noiosa. Fosse sufficiente annoiare il bambino, gli si potrebbe anche leggere Il Conte di Montecristo (massimizzando il nostro tempo e recuperando anche un classico). Ma se a avere l’idea è un motivatore, e il cappello è di tipo psicologico, le prede abboccano che è un piacere.

Oltre ai saggi di Estivill, Feltrinelli pubblica anche 100 storie per quando è troppo tardi, della collana Save the Parents (quegli stronzi dei parents), che teorizza la brevità del racconto serale in pillole, di modo che possa essere dispensato last-minute, su capriccio, sottraendo al genitore minime porzioni del suo divertimento serale. Mrs Ramsay, il personaggio femminile di Gita al faro di Virginia Woolf, pensa che i bambini non dimentichino mai, e proprio per questo per lei «era un sollievo quando andavano a letto: allora non doveva pensare più a nessuno». Allora, «tutto quel suo fare, quell’essere, espansivo, scintillante, vocale, svaniva e si chiudeva […] in qualcosa di invisibile agli altri […] Non si trovava mai riposo quando si era sé stessi […] ma solo quando si era un nucleo di buio».

Ci sentiamo improvvisamente colpevoli di non avergli neanche chiesto una misera notizia della loro giornata

Ora, dubito che tutti i genitori che comprano Fate la nanna, o che hanno osannato il libretto del 2011 Go the fuck to sleep (filastrocche sui minori vietate ai minori, e tradotte da Mondadori col titolo Fai la c**** di nanna) abbiano un nucleo così profondo dove andare a girovagare quando costringono i loro figli a addormentarsi alle otto e mezza. È più onesto Joey Tribbiani, in Friends, quando, dopo aver cambiato casa per «restare solo con i suoi pensieri» confessa agli amici di essersi accorto di «non avere poi tanti pensieri». Ed è un po’ questo quel che capita, dopo aver costretto a letto i figli coi metodi più efferati.  Tutte le nostre velleità di svago si sgonfiano e ci sentiamo improvvisamente colpevoli di non avergli neanche chiesto una misera notizia della loro giornata; li guardiamo sudare nei loro pigiami pesanti, spesso col respiro che raspa, e i misteri di quel giorno persi per sempre. Ok, dormono. E adesso?

Uscendo dal campo della pseudo-scienza, e tornando in quello della letteratura, non ci voleva un motivatore per scoprire che i libri per bambini hanno per lo più un finale meta-narrativo, col protagonista che si infila placido sotto le coperte.
Mi è bastato ripulire un solo scaffare della mia libreria per l’infanzia per trovarne una quindicina, tra cui il mio vecchio Buona Notte Lauretta, del 1983, Fabbri Editore, con la bambina che prega in ginocchio prima di andare a dormire. I Topi Pittori ultimamente ne hanno pubblicati diversi, Il grande libro dei pisolini, Ninnananna per una pecorella, C’era una volta una storia. Il mio preferito è Sonno gigante, sonno piccino. L’autrice, Giusi Quarenghi, sul blog dell’editore si dichiara tesa come ogni genitore moderno in preda al «ssst, non fare rumore – no, non può essere, chiama già, chiama ancora – cosa faccio: lo tiro su o resisto? […] è troppo sveglio, troppo stanco, troppo curioso, troppo teso, ha mangiato troppo, ha mangiato troppo poco, c’è troppo chiaro, troppo buio, troppo vento, troppo caldo, troppo rumore, troppo silenzio…».  Diventa invece woolfiana quando conclude che «nonostante tutto, a un certo punto […] chiudono gli occhi e si addormentano.  A volte scivolano lenti […], a volte cascano di botto, sprofondano, come colpiti da qualcosa di invisibile e repentino; a volte, basta niente; a volte, non basta mettercela tutta […] Ma poi, quando succede, ti incanti a guardare come sono, nel sonno, e una tenera allegria bonifica ogni fatica e la trasforma nel desiderio che si sveglino e ti cerchino».

100Gli esperti delle alterazioni del sonno la metteranno sempre sul piano dell’educazione intesa come addestramento: metti tuo figlio in una culla basculante come gli eschimesi, e vedrai che, tipo cane di Pavlov, capirà che quando lo metti là si deve arrendere e dormire. Io non sono per i metodi, né scientifici, né letterari. Il manifesto dei diritti dei bambini (forse l’avrete appeso visto dal vostro pediatra della mutua) comprende il diritto all’ozio. Dovrebbe esistere anche un diritto dei bambini a crollare dove vogliono e quando hanno sonno. Siccome, però, a una cert’ora del mattino bisogna scaraventarli nel freddo, dopo avergli dato varie vitamine, allora ci dobbiamo accontentare di un sistema imperfetto dove ciascuno trova i suoi trucchetti per rilassarli (ho sentito perfino le campane tibetane, ma io preferisco aerosol e fon accesi). Ancora la Woolf: «Mentre leggeva a James – come stava facendo – […] , si chiedeva: perché devono crescere, e perdere tutto questo? Perché dovevano andare a scuola? […] E sfiorandogli i capelli con le labbra, pensò: non sarà mai felice com’è adesso. […] Voltò pagina; mancavano poche righe alla fine della favola, quindi l’avrebbe finita anche se era passata l’ora in cui i bambini andavano a letto».

 

In copertina e in testata foto di Amy Gizienski.
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