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Non è TV, ma nemmeno HBO

La fase delicata del network Usa, tra nuove tecnologie e gli altri che hanno imparato a far le cose "alla HBO"

Per decenni il network via cavo statunitense HBO è stato il cigno nero del panorama televisivo mondiale. Una perla rara, ricercata, capace di diventare di culto per milioni di persone e di ridefinire per sempre il concetto di prodotto televisivo. Gli anni d’oro sono quelli della serie The Sopranos (cominciata nel 1999), The Wire, Six Feet Under e di fenomeni più mainstream come Sex and the city. Un periodo in cui l’offerta del network di proprietà del colosso AOL Time Warner pullulava di mafiosi ansiogeni, ceffi come Omar e Jimmy McNulty, e le atmosfere di Deadwood. Ad oggi, invece, HBO è alle prese con uno show pieno di star che non riesce entusiasmare i fan del genere come Broadwalk Empire, i vampiri di True Blood e il successo fantasy Game of Thrones. Nel frattempo Luck, tv drama sul mondo delle scommesse dei cavalli che avrebbe dovuto riportare il network ai fasti del passato, è stato da poco cancellato. A condannarlo, secondo la versione ufficiale, è stata la morte di tre cavalli sul set in pochi mesi. Secondo i maligni (o i ben informati, a seconda dei punti di vista), sarebbero stati gli ascolti sempre più bassi.

La HBO è sempre stata un esserino speciale. Il suo slogan (It’s not TV. It’s HBO) ne è anche la missione, un’ambiziosa sfida agli spettatori che il network è stato da sempre abituato a vincere. Nato nel 1972 fieramente via cavo (un mercato che all’epoca praticamente non esisteva), specializzato in film e sport (da qui il suo nome: Home Box Office) e inventore del modello a pagamento che ora impazza in tutto il mondo in qualsiasi piattaforma, il canale ha costruito un impero su quella che sembrava un’anomalia: creare prodotti di qualità per un pubblico amante dell’imprevisto, del nuovo. Il via cavo si rivelò essere l’ambiente ideale per cercare abbonati e intrattenerli con prodotti complicati, non frettolosi ma in grado di creare assuefazione culturale. Un successo coronato dai 29 milioni di abbonati e da un pubblico esigente e affezionato ai limiti della venerazione (come dimostra un sondaggio condotto nel 1983 tra le giovani coppie sposate a cui fu chiesto di stilare la classifica delle cose per loro più importanti: l’HBO si piazzò seconda, dietro alla voce “denaro”).

Dopo l’età dell’oro

Dalla fine degli anni ’90 il network ha vissuto un lungo periodo di prestigio grazie a serie televisive uniche, in grado di creare un genere del tutto nuovo. E poi gli special comici, diventati una delle tappe più importanti nella consacrazione degli stand up comedian d’oltreoceano (e non, vista la collaborazione dell’inglese Ricky Gervais con la rete televisiva). È proprio vero che l’HBO – come suggeriscono i risultati del sondaggio citato – è sempre stata una non-tv. Qualcosa di più di un semplice canale tematico: uno status symbol, il network in grado di riscrivere le regole dell’intrattenimento di qualità. Per anni è stato il modello di riferimento di molti giganti del settore e la terra promessa per migliaia di sceneggiatori e registi, il luogo dove i piani alti non mettevano paletti ma, anzi, pretendevano sorprese continue. Quando cominciò a mandare in onda le lunghe puntante dei Sopranos, nessuno di loro storse il naso e anzi, tutti confidarono sul fatto che «delle persone creative sarebbero riuscite a mantenere alta la qualità anche per dozzine di episodi». Come hanno spiegato i protagonisti della serie a Vanity Fair, la libertà era totale, l’obiettivo era di superare gli standard dell’epoca. Risultato: pubblico ipnotizzato, critici in visibilio e l’inizio della Seconda età dell’oro televisiva (dopo quella tra gli anni ’50 e ’60).

La situazione attuale è invece di stallo, come ha scritto il New York Observer in un articolo sullo stato del brand, attraversato da una crisi leggera ma continua, il cui inizio si può far risalire, almeno simbolicamente, al 10 giugno 2007, quando la concorrente AMC mandò in onda la prima puntata della serie culto Mad Men, proprio a poche settimane dall’ultimo episodio dei Sopranos. Lo smacco fu doppio: non solo la serie sul mondo pubblicitario della Manhattan degli anni ’60 era il classico prodotto “alla HBO”, ma era stato addirittura rifiutato dalla stessa qualche anno prima. Un contrappasso terribile per il network che aveva prodotto la storia sulla famiglia mafiosa dopo che era stata rifiutata dalla concorrenza. Contrappasso?

Concorrenza vecchia e nuova

Sembrerebbe un articolo su un prodotto in crisi profonda e moribondo. Non è così: HBO è tuttora il più grande network via cavo a pagamento degli States e ha recentemente avuto enorme successo con film come Game Change sulla Sarah Palin delle elezioni 2008. Le pellicole one-off (ovvero non in più episodi) sono da sempre un pallino del canale anche se secondo Brian Lowry, critico televisivo del magazine Variety, non possono riportare la non-TV nell’Olimpo della cultura pop: «L’unico motivo per cui esistono film [«come Game Change, Nda] è per dimostrare di avere grandi star» (come Julianne Moore nei panni dell’ex candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti). Per rinascere, però, c’è bisogno di più. Il problema è che il panorama è drammaticamente cambiato.

In questi anni, infatti, la lezione della rete è stata studiata meticolosamente dagli altri attori in campo, e alcuni di questi hanno finito per impararla piuttosto bene. La già citata AMC (col Don Draper di Mad Men - la cui quinta stagione è iniziata in pompa magna proprio in questi giorni – e il professore Walter “Heisenberg” White di Breaking Bad) ma anche la FX ha saputo reinventarsi con tv drama e comicità di livello (Nip/Tuck, Louie, Justified). Se Home Box Office non è più quella di una volta, insomma, è anche perché si trovano tracce di HBO in molti canali della via cavo americana – e non solo – che puntano sempre più prodotti ricercati, ambiziosi, stimolanti. È come se la concorrenza avesse imparato che, per fare TV di livello, occorre essere una non-TV e giocare con i limiti e le regole.

Se non è una TV, allora che cos’è?

La vera insidia viene però dalle nuove tecnologie televisive, che stanno attaccando le fondamenta della “vecchia” idea di tubo catodico. Un po’ come fece il network dei miracoli negli anni ’70, quando rifiuto il broadcasting e sorprese tutti optando per la cable tv, nuovi attori come Netflix, Youtube e Apple stanno smantellando certezze e speranze degli addetti ai lavori, portando all’estremo l’idea di tv on demand e offrendo archivi video enormi e di qualità. La stessa ricetta-HBO potrebbe non essere più un segreto esclusivo.

Nel 2002 Businessweek “svelò” le chiavi del successo della rete: seguire il cuore e non le ricerche di mercato; puntare sull’originalità delle proposte; rispettare l’intelligenza del proprio pubblico; allevare e coccolare i migliori talenti in circolazione, facendoli lavorare a prodotti interni. Regole semplici ma rivoluzionarie. Rimane il fatto che i tempi sono cambiati e la non-TV deve trovare la propria strada in un mondo in cui vecchi e nuovi media si fondono e si contaminano.  Forse cambieranno le piattaforme e il network resisterà come richiestissimo fornitore di contenuti – sta già succedendo, anche con la XBox di Microsoft – ma che ne sarà del piccolo schermo e del network via cavo? Non lo sappiamo ancora. Il futuro, probabilmente, sarà rispecchiato dal vecchio slogan della HBO, ma solo in parte: It’s not TV, ed è tutto quello che possiamo dire.

Per decenni il network via cavo statunitense HBO è stato il cigno nero del panorama televisivo mondiale. Una perla rara, ricercata, capace di diventare di culto per milioni di persone e di ridefinire per sempre il concetto di “serie televisiva”. Gli anni d’oro sono quelli di The Sopranos (cominciata nel 1999), The Wire, Six Feet Under e di fenomeni più mainstream come Sex and the city. Un periodo in cui l’offerta del network di proprietà del colosso AOL Time Warner pullulava di mafiosi ansiogeni, ceffi come Omar e Jimmy McNulty, e Deadwood. Ad oggi, invece, HBO è intrappolata tra uno show che non riesce entusiasmare i fan del genere come Broadwalk Empire, i vampiri di True Blood e il successo fantasy Game of Thrones. Nel frattempo Luck, tv drama sul mondo delle scommesse dei cavalli che avrebbe dovuto riportare il network ai fasti del passato, è stato da poco cancellato. A condannarlo, secondo la versione ufficiale, è stata la morte di tre cavalli sul set in pochi mesi. Secondo i maligni (o i ben informati, a seconda dei punti di vista), sarebbero stati gli ascolti sempre più bassi.

 

HBO è sempre stata un esserino speciale. Il suo slogan (It’s not TV. It’s HBO) ne è anche la missione, un’ambiziosa sfida agli spettatori che il network è stato da sempre abituato a vincere. Nato nel 1971 fieramente via cavo (un mercato che all’epoca praticamente non esisteva), specializzato in film e sport (da qui il suo nome: Home Box Office) e inventore del modello a pagamento che ora impazza in tutto il mondo in qualsiasi piattaforma, HBO ha creato un impero su quella che sembrava un’anomalia. Prodotti di qualità per un pubblico amante dell’imprevisto, del nuovo. Show maturi per persone mature. Il via cavo si rivelò essere l’ambiente ideale per cercare abbonati e intrattenerli con prodotti complicati, non frettolosi ma in grado di creare assuefazione culturale. Un successo coronato dai 140??? abbonati e da un sondaggio condotto nel 1983 tra le giovani coppie sposate a cui fu chiesto di stilare la classifica delle cose per loro più importanti. Risultato: l’HBO si piazzò seconda, dietro alla voce “denaro”.

 

Non solo film, quindi. Anche serie televisive uniche, in grado di creare un genere del tutto nuovo («una cosa un po’ all’HBO»). E poi gli spettacoli comici e gli special dedicati a un artista che sono diventati una delle tappe più importanti nella consacrazione di uno stand up comedian. È proprio vero che l’HBO – come suggeriscono i risultati del sondaggio citato – è finita per essere più di una tv: uno status symbol, il network in grado di riscrivere le regole dell’intrattenimento di qualità. Non a caso, Brian Lowry, critico televisivo di Variety, ha paragonato l’iscrizione a un canale via cavo all’acquisto di un bel libro da esporre in salotto, un qualcosa «che non si deve sfogliare di continuo per essere felici d’averlo». Basta il pensiero di poter guardare i prodotti Home Box Office per sentirsi migliori. In realtà HBO è molto più di un vezzo: per anni è stato il modello di riferimento di molti giganti del settore e la terra promessa per migliaia di sceneggiatori e registi, il luogo dove i piani alti non mettevano paletti ma, anzi, pretendevano sorprese continue. Quando cominciò a mandare in onda le lunghe puntante dei Sopranos, nessuno di loro storse il naso e anzi, tutti confidarono sul fatto che «il pubblico creativo avrebbe dato fiducia allo show per qualche puntata» per poi ritrovarsi ipnotizzati dalla trama e dai personaggi.

 

La situazione attuale è invece di stallo, come ha scritto il New York Observer in un lungo articolo sullo stato del brand, attraversato da una crisi leggera ma continua, il cui inizio si può far risalire, almeno simbolicamente, al 2005????, quando la concorrente AMC mandò in onda la prima puntata della serie culto Mad Men a poche settimane dall’ultimo episodio dei Sopranos. Lo smacco fu doppio: non solo la serie sul mondo pubblicitario della Manhattan degli anni ’60 era il classico prodotto “alla HBO”, ma era stato addirittura rifiutato dalla stessa qualche anno prima. Un contrappasso terribile per il network che anni prima produsse The Sopranos dopo che la storia sulla famiglia mafiosa fu rifiutato da tutti gli altri canali televisivi.

Per decenni il network via cavo statunitense HBO è stato il cigno nero del panorama televisivo mondiale. Una perla rara, ricercata, capace di diventare di culto per milioni di persone e di ridefinire per sempre il concetto di “serie televisiva”. Gli anni d’oro sono quelli di The Sopranos (cominciata nel 1999), The Wire, Six Feet Under e di fenomeni più mainstream come Sex and the city. Un periodo in cui l’offerta del network di proprietà del colosso AOL Time Warner pullulava di mafiosi ansiogeni, ceffi come Omar e Jimmy McNulty, e Deadwood. Ad oggi, invece, HBO è intrappolata tra uno show che non riesce entusiasmare i fan del genere come Broadwalk Empire, i vampiri di True Blood e il successo fantasy Game of Thrones. Nel frattempo Luck, tv drama sul mondo delle scommesse dei cavalli che avrebbe dovuto riportare il network ai fasti del passato, è stato da poco cancellato. A condannarlo, secondo la versione ufficiale, è stata la morte di tre cavalli sul set in pochi mesi. Secondo i maligni (o i ben informati, a seconda dei punti di vista), sarebbero stati gli ascolti sempre più bassi. HBO è sempre stata un esserino speciale. Il suo slogan (It’s not TV. It’s HBO) ne è anche la missione, un’ambiziosa sfida agli spettatori che il network è stato da sempre abituato a vincere. Nato nel 1971 fieramente via cavo (un mercato che all’epoca praticamente non esisteva), specializzato in film e sport (da qui il suo nome: Home Box Office) e inventore del modello a pagamento che ora impazza in tutto il mondo in qualsiasi piattaforma, HBO ha creato un impero su quella che sembrava un’anomalia. Prodotti di qualità per un pubblico amante dell’imprevisto, del nuovo. Show maturi per persone mature. Il via cavo si rivelò essere l’ambiente ideale per cercare abbonati e intrattenerli con prodotti complicati, non frettolosi ma in grado di creare assuefazione culturale. Un successo coronato dai 140??? abbonati e da un sondaggio condotto nel 1983 tra le giovani coppie sposate a cui fu chiesto di stilare la classifica delle cose per loro più importanti. Risultato: l’HBO si piazzò seconda, dietro alla voce “denaro”. Non solo film, quindi. Anche serie televisive uniche, in grado di creare un genere del tutto nuovo («una cosa un po’ all’HBO»). E poi gli spettacoli comici e gli special dedicati a un artista che sono diventati una delle tappe più importanti nella consacrazione di uno stand up comedian. È proprio vero che l’HBO – come suggeriscono i risultati del sondaggio citato – è finita per essere più di una tv: uno status symbol, il network in grado di riscrivere le regole dell’intrattenimento di qualità. Non a caso, Brian Lowry, critico televisivo di Variety, ha paragonato l’iscrizione a un canale via cavo all’acquisto di un bel libro da esporre in salotto, un qualcosa «che non si deve sfogliare di continuo per essere felici d’averlo». Basta il pensiero di poter guardare i prodotti Home Box Office per sentirsi migliori. In realtà HBO è molto più di un vezzo: per anni è stato il modello di riferimento di molti giganti del settore e la terra promessa per migliaia di sceneggiatori e registi, il luogo dove i piani alti non mettevano paletti ma, anzi, pretendevano sorprese continue. Quando cominciò a mandare in onda le lunghe puntante dei Sopranos, nessuno di loro storse il naso e anzi, tutti confidarono sul fatto che «il pubblico creativo avrebbe dato fiducia allo show per qualche puntata» per poi ritrovarsi ipnotizzati dalla trama e dai personaggi. La situazione attuale è invece di stallo, come ha scritto il New York Observer in un lungo articolo sullo stato del brand, attraversato da una crisi leggera ma continua, il cui inizio si può far risalire, almeno simbolicamente, al 2005????, quando la concorrente AMC mandò in onda la prima puntata della serie culto Mad Men a poche settimane dall’ultimo episodio dei Sopranos. Lo smacco fu doppio: non solo la serie sul mondo pubblicitario della Manhattan degli anni ’60 era il classico prodotto “alla HBO”, ma era stato addirittura rifiutato dalla stessa qualche anno prima. Un contrappasso terribile per il network che anni prima produsse The Sopranos dopo che la storia sulla famiglia mafiosa fu rifiutato da tutti gli altri canali televisivi.

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