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Perché il New York Times ha scelto il “print only”

Un estratto del nuovo libro di Colson Whitehead ricorda che il potenziamento del digitale non significa necessariamente la morte della carta.

Da tempo i media mondiali si interrogano sulle opportunità, i metodi e la sostenibilità del passaggio al digitale, una prospettiva con cui è impossibile non misurarsi (lo dicono i numeri delle visite dei siti dei grandi media, ma anche, più istintivamente, il buon senso dato dall’osservazione della fruizione quotidiana dei contenuti). Questo weekend, nella sua edizione domenicale, il New York Times pubblica in anteprima un estratto di The Underground Railroad, il nuovo romanzo di Colson Whitehead (l’autore di John Henry Days e Il colosso di New York), uscito nelle librerie questa settimana.

Former AIG Head Reportedly Considering New York Times TakeoverProdotto dalla squadra che cura il New York Times Magazine, l’allegato del weekend che esce col quotidiano, al progetto è stata data una veste grafica pensata per dargli il giusto risalto e – si può dire soprattutto – è un «print only» (citando l’annuncio dato su Twitter dal responsabile della rivista Jake Silverstein), cioè l’estratto del libro non verrà pubblicato online. Potrebbe sembrare in controtendenza con la direzione presa dalla testata diretta da Dean Baquet, che ha annunciato di voler raggiungere gli 800 milioni di dollari di digital revenue entro il 2020. Ma non è così, perché il potenziamento del digitale non significa necessariamente la morte della carta (che tra l’altro, nel caso del Times, è ancora la principale fonte di introiti, per quanto in declino).

«Il pubblico del New York Times è pieno di lettori avidi non soltanto di giornalismo di qualità ma anche di importanti opere di fiction», ha dichiarato Silverstein, aggiungendo: «Il nuovo romanzo di Colson è un libro raro e potente, e siamo elettrizzati all’idea di poterne dare una parte ai nostri lettori. Abbiamo in programma di offrire altre opere di fiction selezionate nel futuro». In The Underground Railroad, Whitehead racconta la storia di Cora, una schiava che fugge da una piantagione della Georgia per cercare la libertà, in un’America pre-guerra civile che l’autore immagina percorsa da una ferrovia clandestina che porta gli schiavi a riprendere in mano la propria vita.

Nello stesso comunicato della società che pubblica il quotidiano si chiarisce che la scelta va inserita in un contesto più ampio: «Questo progetto è parte di un’iniziativa in corso al New York Times, il cui fine è re-immaginare l’uso del giornale di carta in modi che possono animare le storie importanti per i nostri lettori», si legge. E in effetti non è la prima volta quest’anno che al Times ricorrono al concepire il cartaceo in maniere originali: la scorsa primavera sono usciti in sezioni speciali stampate “Fraying at The Edges” e “The Fight”, due storie narrative, e a giugno, dopo la scomparsa di Muhammad Ali, il giornale è uscito con pagine che ripresentavano i contenuti sul campione sportivo scritti negli anni Sessanta e Settanta. Senza contare che l’attenzione per i fruitori della versione stampata, come ricorda Nieman Lab, era già stata dimostrata dall’invio dell’anno scorso di un milione di Google Cardboard agli abbonati del cartaceo.

Newspapers Around The World Report The Royal Wedding

L’uso della carta come canale diverso e complementare rispetto alla velocità del web ha un senso anche (per non dire soprattutto) in termini economici: oltre all’oggetto che diventa, almeno nelle intenzioni di chi lo crea, un prodotto fisico da collezionare e tenere nelle proprie case, su carta stampata un brand è capace di raggiungere nicchie di mercato in modo più efficace, oltre a darsi una maggiore riconoscibilità, e più attenzione. E, poi, la carta è probabilmente il formato ideale per pubblicare il longform (di questo argomento parlavamo poco tempo fa con Matteo Codignola, direttore editoriale di Adelphi), in un momento in cui i testi lunghi e autoriali sono molto apprezzati anche sui giornali: si pensi al recente reportage di Emmanuel Carrère da Calais, e anche al Foglio, che il mese scorso ha pubblicato a puntate Serenata di James M. Cain.

In ogni caso, il report dei ricavi del secondo trimestre del Times non mente: 163 milioni di dollari sono venuti dall’edizione del quotidiano che si può trovare in edicola, la quale però ha attratto il 14% in meno di pubblicità rispetto all’anno precedente. I ricavi pubblicitari in senso stretto, invece, sono diminuiti del 12%. Un articolo apparso su Digiday qualche tempo fa offriva uno spunto interessante per riflettere sulle due velocità dell’editoria moderna, limitandosi ad analizzare un fenomeno in atto: «Oggi gli editori digitali stanno creando riviste per integrare i loro siti web», oggetti dunque pensati per nicchie, con diffusioni prudenti ma efficaci. Il futuro, probabilmente, è tutto in un estratto pubblicato solo su carta.

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