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Sulle tracce della colf

Il viaggio che una prozia non è mai riuscita a fare: visitare il villaggio della sua badante per capire come vengono spesi i soldi guadagnati nel Nord Est Italiano.

Il 28 agosto, a distanza di un anno dalla sua morte, ho realizzato l’ultimo desiderio della prozia che mi aveva cresciuta, e che, negli ultimi giorni della sua vita, aveva evocato non, come sempre capita, i luoghi della sua infanzia (le valli del Natisone, l’Istria, la provincia di Udine), ma un tratto di strada abitata della Serbia orientale che non aveva mai visto, le cui case, i cui orti, i cui boschi blaterava di «aver costruito e comprato coi propri soldi»: era il paese natale della sua badante.

Così sono arrivata a Krupaja, un villaggio di campagna che, come ogni villaggio balcanico che ho attraversato, si sviluppa tutto in verticale lungo un’arteria male asfaltata che attraversa la campagna serba a 100 “chilomètri” dal confine con la Romania. Ma questo villaggio, rispetto ad altri minori, ha anche la fortuna di avere un nome, Krupaja, appunto, e di avere dato i natali alla donna che da quindici anni abbina i calzini stirati e li ripone nei cassetti della mia casa di famiglia (si ricorda dove mia madre nasconde i gioielli, e molto altro).

Il marito di questa donna, che, in Italia, durante la sua cassintegrazione, ha laccato gli infissi della mia casa natale, rasato il giardino, appeso quadretti con illustrazioni di erbe mediche, eccetera eccetera, mi stava versando il terzo bicchiere di rakja fatta in casa, quando la mia cara signora delle pulizie (capo-famiglia volitiva, fluente in italiano e tedesco) mi ha confermato che la mia prozia, da sempre contraria alla “moda dei viaggi”, l’agosto scorso, dal letto d’ospedale, le aveva chiesto di portarla con lei a Krupaja, dove, sapendo bene che convivevano quattro generazioni da sfamare, aveva promesso di «fare la brava e mangiare il meno possibile». Ebbene sì, la zia che aveva passato gli anni Novanta a denigrare i serbi di Milosevic, e gli anni successivi ad accusare gli immigrati di rubarci il lavoro, aveva sognato di andare a morire proprio nel villaggio serbo della sua badante.

Albanian Rebels Patrol Border in Macedonia

Sono arrivata a Krupaja dopo dieci ore di macchina, attraverso le montagne scure del Montenegro prima, e le cittadine arabeggianti della Serbia meridionale poi, ma io non sentivo né bazar né minareti: la curiosità più grande era vedere coi miei occhi le mitiche «tre cucine che si è comprata S. con la mia pensione» (cit. prozia).

Le tre cucine effettivamente esistono, e in Serbia non fa cafone presentare le cose col loro talloncino: trattasi di sfavillante cucina bianca su misura mai usata, dal costo di 9.000 euro circa, ubicata nella futura dépendance del figlio maschio sedicenne; di cucina piuttosto vecchia appartenente alla suocera di S., anch’essa pressoché intonsa per non “impuzzolentire la casa con le zuppe di verza”; di un cucinino da euro 200, l’unico effettivamente in uso, sito nel seminterrato. Le ville californiane del mito sono, più onestamente, due graziose casette robuste, dotate di un unico bagno e riscaldate a legna, perché in paese il gas non arriva.

C’è da dire, però, a conferma della visione della prozia, che lo stipendio di S. ha “finanziato” (non dimentichiamo, in cambio di manodopera d’ogni tipo) molto più di questo: cinque galline, una famigliola di maiali, due orti di cetrioli, peperoni e pomodori che sorgono su due appezzamenti  di 2.500 euro l’uno fieramente dichiarati, una Mercedes un po’ gipsy che corre sicura tra il restoran e la pizzeria della zona, un campo di mais e un bosco di qualche ettaro da dove proviene tutta la legna tagliata e spaccata dal rubizzo marito con le sue mani, durante ferie per niente riposanti, che servono a preparare la casa per l’inverno, e a stivare in freezer 50 chili di verdura, funghi e conserva ayvar, per i vecchi che resteranno a guardia della casa.

Mentre serpeggiamo in Mercedes questa strada-paese, alla volta di una sorgente termale privata che, per un pugno di dinari, funge da piscina per i giovani, S. mi indica le case in costruzione una per una, scandendo le residenze degli abitanti: Udine, Udine, Udine, Austria, Udine, Vicenza, Udine, Vicenza, Svizzera (questi proprietari anche di un mini-market), Udine, Udine, Udine e ancora Udine.

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E, in effetti, è dal Montenegro che incrociamo quantità esagerate di auto lussemburghesi, italiane, tedesche, austriache, che non potevano in nessun modo appartenere ad altrettanti turisti alternativi decisi a farsi un tuffo nella località balneare più amata dai russi milionari (l’inspiegabile, quasi oscena, Budva). Le auto appartenevano dunque ai serbi che hanno deciso di passare la loro giovinezza (dai venti ai sessant’anni) in Europa, a raspare alacremente soldi per edificare un presente confortevole ai loro vecchi e bambini, e un futuro quasi lussuoso per la propria vecchiaia.

Seduta per l’aperitivo super-alcolico con la bisnonna nella loro cucina “di facciata”, mi pare che non ci sia niente di vergognoso nel loro rapporto con il denaro, che in Italia avevo bollato alla svelta come “venale”, perché sapevano subito che prezzo poteva avere qualsiasi prestazione, dall’imboccare un malato allo svuotare una cantina. Dopo la cena ultra-carnivora nel ristorante rumeno del paese accanto, insistono per offrire loro, e poi ci convertono in euro il prezzo del pasto che ci hanno appena offerto al centesimo. È semplicemente così: dire il costo delle cose non è volgare, è un modo schietto di essere e di dare valore alla propria fatica.

Rincasando per dormire in una delle camere doppie comprate da mia zia, e osservando dal finestrino dell’auto l’edilizia nascente di Krupaja, di gusto molto Italia nord-orientale, penso che i nostri pensionati in aria da “tramonto dell’occidente”, in fondo sarebbero contenti di vedere che i loro risparmi di una vita si sono trasformati in tutto questo. Prima di andare a letto ne ho la conferma: quando S., davanti all’ultimo caffè turco della giornata, mi confida che persino mia madre (pensionata da 9 mesi e di indole stanziale) le ha chiesto di portarla un weekend qui, nella minuscola Udine balcanica, a nove ore di strada da quella vera.

Quando S. mi scorta al bagno e si scusa imbarazzata perché non hanno ancora il bidè, io capisco che per lei il bidè dev’essere il simbolo della civiltà occidentale, e la tranquillizzo con noncuranza che nemmeno a Parigi ce l’hanno. Rimane stupita, e nell’istante in cui mi allunga gli asciugamani, con il gesto solerte dell’ospite ma anche della cameriera, mi accorgo che gli Erasmus dei giovani europei si basano in buona parte sulla loro sostituzione domestica da parte delle badanti dell’est.

Così, mentre S. veniva accusata di “avere una parcella per tutto”, e si prendeva il mio posto in casa e al capezzale dei miei cari, a me nessuno chiedeva il dettaglio-spese delle mie vacanze-studio in Francia: perché parlare di soldi era cafone.

Nell’immagine di testata: panorama di Bela Palanka (Serbia).
Immagine all’interno: Getty Images.
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