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Musica per le masse

Dai jukebox a gettoni di Bobby Solo alle estati di Vasco Rossi, un'analisi del fenomeno Festivalbar (e i suoi moderni epigoni): com'è nato, a chi parlava, perché con i tormentoni. E poi: come ha fatto a venire cancellato dal palinsesto?

Esce oggi in libreria e su tablet il nuovo numero di Link – Idee per la televisione, il magazine dedicato alla Tv e ai media diretto da Fabio Guarnaccia. L’uscita è interamente dedicata alle nuove frontiere del nazionalpopolare, un genere che sta cambiando in maniera spesso sorprendente. Per gentile concessione della rivista, pubblichiamo qui un articolo estratto dal numero.

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Estate 2007, Arena di Verona: va in onda l’ultima finale del Festivalbar. La manifestazione non tornerà l’estate successiva, chiudendo una storia lunga 43 anni. Il canto del cigno è “Parlami d’amore” dei vincitori Negramaro. Sul sito ufficiale, che oggi viene aggiornato sotto forma di generico portale di notizie musicali, è ancora presente l’annuncio del mancato rinnovo per la stagione 2008. «Tranquilli, il Festivalbar tornerà. Ci prendiamo un anno di pausa per rispettare la storia della rassegna musicale più importante dell’estate italiana». L’organizzatore Andrea Salvetti, senza fornire troppi dettagli, comunica che «alcuni impegni presi purtroppo non sono stati mantenuti, per varie ragioni, ovviamente indipendenti dalla nostra volontà» e quindi «si è scelto per il 2008 di non tradire le aspettative del pubblico». Si presume che «le aspettative del pubblico» fossero ancora riassumibili con «cantanti famosi in un grande spazio all’aperto»: cosa non è stato possibile rinnovare in un format rimasto quasi invariato dalla nascita della manifestazione?

Vecchie e nuove arene

Fondato nel 1964 da Vittorio Salvetti, il Festivalbar dei primi anni premia le canzoni più ascoltate nei locali d’Italia. Per l’edizione inaugurale, vinta da Bobby Solo, il campione è costituito da 4.000 jukebox, ma quando, appena sei anni dopo, “Acqua azzurra, acqua chiara” viene eletto disco dell’estate, gli apparecchi con cui è stato “gettonato” (da qui il neologismo) sono 30.000. L’evento, dapprima solo radiofonico, in quell’anno si era già spostato su Raidue, dove resta fino al 1982. Con il trasferimento su Fininvest, acquisisce dunque la nota formula itinerante e diventa, nelle parole del patron, «l’unico festival a puntate del mondo». Da lì in poi, il vincitore è premiato in base alle vendite e ai passaggi radiofonici, e il primo a trionfare con questo metodo di rilevazione è il reduce da un penultimo posto all’Ariston: Vasco Rossi.

Fino alla metà degli anni Zero, quindi, il Festivalbar è rimasto fedele a se stesso. Con il passare delle estati, le piazze sono diventate più grandi, i conduttori si sono alternati, i premi hanno avuto nomi e meccanismi diversi, ma il punto focale è sempre rimasto la celebrazione della canzone di successo eseguita dal cantante di successo in persona. E mentre Irene Grandi intona “Bruci la città” nell’estate 2007 (sarebbe bello citare il più profetico titolo “Cambio direzione” di Francesco Renga, ma chi se la ricorda), inizia invece a cambiare il contesto nel quale s’inseriva il Festivalbar. Malgrado i risultati (un dignitoso 16% di share) e gli sforzi nel campo virtuale (l’ultima edizione ha un premio digital per il brano più scaricato, un profilo MySpace, un canale YouTube, un’asta benefica su eBay e un palco su Second Life), il format di Salvetti non troverà più uno spazio nel palinsesto, occupato da novità meno costose e, in un primo momento, per nulla virate al web. Fa la sua comparsa “X Factor” (la prima edizione italiana va in onda proprio nella primavera del 2008), mentre “Amici di Maria De Filippi” chiude una stagione che, per la prima volta, fornisce al mercato discografico un nome in grado di vendere copie nonché il primo di una lunga serie di ex concorrenti di talent show a vincere un Festival di Sanremo: Marco Carta.

Malgrado i risultati il format di Salvetti non troverà più uno spazio nel palinsesto, occupato da novità meno costose e, in un primo momento, per nulla virate al web.

Il Festivalbar era la piattaforma per eccellenza per sentire, apprezzare ed esaltare il tormentone, ed era tra i pochi spazi televisivi in cui il cantante prestigioso si presentava per esibirlo. Sembrava un dono così grande che perfino il playback non poneva problemi. Mentre Sanremo ha sempre offerto gli inediti di artisti che a fatica riempirebbero le arene, di nuove proposte o di vecchie glorie in cerca di un’altra possibilità, al Festivalbar il pubblico poteva ascoltare i brani che statisticamente amava davvero – lo dicevano in modo pressoché infallibile i gettoni dei jukebox, i passaggi radiofonici, i dischi venduti.

Sulla carta, sembrerebbe ancora una ricetta per il successo nonché una formula nazional-popolare applicabile a qualsiasi era, tant’è che nell’estate 2013 ci sono stati almeno quattro tentativi di sostituire il Festivalbar con cloni più o meno aggiornati: Radio Italia Live (in diretta da Milano su Radio Italia TV), Italian MTV Awards (in diretta da Firenze su MTV), Wind Music Awards (in diretta da Roma su Raiuno), Summer Music Festival Tezenis Live (quattro puntate settimanali registrate da Roma su Canale 5). I primi due offrivano esibizioni di artisti allineati alle scelte editoriali di Radio Italia e MTV, mentre Raiuno e Canale 5 hanno optato per una formula più trasversale (il Summer Music Festival Tezenis Live inglobava addirittura un mini-talent show per premiare dj ed esordienti). Tutti e quattro gli eventi, però, pur con le loro differenze stilistiche, avevano un importante punto in comune che, ai tempi di Salvetti, li avrebbe resi molto meno appetibili: la scarsità o l’assoluta mancanza di artisti stranieri.

Nell’estate 2013, un’ipotetica compilation del Festivalbar (da sempre un riassunto esaustivo della musica del momento nonché un macigno irremovibile nelle top ten estive) non avrebbe dovuto oltrepassare il confine per soddisfare i suoi acquirenti. Non avrebbe dovuto contenere i grandi nomi internazionali, i successi dance più ballati a Ibiza o gli one hit wonder latinoamericani: sarebbe stata una raccolta tricolore piuttosto omogenea di canzoni pop assai tradizionali e rapper sempre più pop. Perché queste sembrano essere le tendenze del nostro mercato, come si deduce in modo inequivocabile analizzando le classifiche annuali.

Vi aspetto in italiano

Su 114 album entrati in top ten nel 2013, 72 sono italiani, così come i tre album ad avere passato più settimane alla posizione numero uno (nell’ordine, Moreno, Jovanotti, Ligabue) e quelli ad avere stazionato tra i primi dieci più a lungo (Jovanotti, Modà, Emma, Fedez, Marco Mengoni). Anche quando si parla di generi non riconducibili alla tradizione italiana, gli artisti stranieri sono in netta minoranza: dei 18 album rap entrati in top ten, l’unico americano è The Marshall Mathers LP2 di Eminem. Inoltre, per la prima volta nella storia della classifica FIMI album, inaugurata nel 1995, nell’arco di un anno solare solo due album stranieri hanno raggiunto la vetta in Italia: Delta Machine dei Depeche Mode e Random Access Memories dei Daft Punk (quest’ultimo è anche l’unico numero uno condiviso con Stati Uniti e Regno Unito). Viene da chiedersi quale sia il rapporto di causa-effetto in questi numeri: gli italiani preferiscono la musica italiana perché viene somministrata loro in dosi più massicce di un tempo o è la domanda a generare un’offerta largamente autoctona?

Gli italiani preferiscono la musica italiana perché viene somministrata loro in dosi più massicce di un tempo o è la domanda a generare un’offerta largamente autoctona?

Non si può non imputare almeno parte di questa responsabilità ai talent show, che nell’ultimo anno hanno piazzato 13 album in top ten confermandosi una realtà discografica oltreché televisiva. Quando, nel 2001, arrivò in Italia Popstars (il talent che, per format e meccanismi, è il vero precursore dei programmi che conosciamo oggi), il singolo delle vincitrici Lollipop fu inciso in inglese. Sembrava inconcepibile che una girlband cantasse in italiano (e quando lo fecero, al Festival di Sanremo dell’anno dopo, si classificarono penultime), ma fu un caso isolato: dalla seconda edizione di Popstars a Operazione trionfo, da Amici a X Factor, i talent italiani hanno prodotto musica senza pretese internazionali né nella lingua né nei suoni né nel marketing. La situazione è riassunta in una delle frasi chiave di X Factor: quando un concorrente e il suo giudice insistono nel proporre brani stranieri, Simona Ventura pronuncia solenne “Vi aspetto in italiano”. Insomma, quando qualcuno si avventura fuori dal recinto del nazional-popolare, la conduttrice ricorda loro che, sì, ci sono le luci stroboscopiche, gli effetti speciali e uno studio che sembra un’astronave, ma lo scenario che accoglierà quei cantanti è tutt’altro che futuristico. Là fuori, domina ancora un pop/rock con sonorità ferme agli anni Novanta e testi che ricalcano gli anni Settanta. La dance italiana da esportazione ha passato il suo periodo d’oro, le nuove ondate di country e folk anglosassoni non hanno ancora avuto effetti tangibili sulle produzioni locali, l’R&B e il soul restano influenze lontane più che generi con cui proporsi sul mercato oggi. E il rap, che per sua natura pesca da tutti i generi e talvolta riesce a tingersi di elettronica, è tuttavia filtrato da quegli stessi produttori che lavorano con i grandi nomi del pop nostrano. Il risultato non può che essere un panorama omogeneo dove si predilige il middle of the road alla novità: perché un talent show dovrebbe lanciare nuovi nomi con progetti non allineati alle classifiche? Non è un caso se gli ultimi tre vincitori di X Factor avevano brani inediti firmati da, nell’ordine, Elisa, Eros Ramazzotti e Tiziano Ferro. Si erano presentati ai provini con classici di Led Zeppelin, Massive Attack e Cat Stevens, e per settimane li avevamo sentiti stravolgere, spesso in modo creativo e brillante, canzoni straniere arcinote o reperti fossili del cantautorato italiano riscoperti da Morgan. Con la vittoria, però, ottengono la possibilità di farci sentire una ballata più che convenzionale; il loro trofeo è il demo inutilizzato di un big italiano. Del resto, nella FIMI, una doppia raccolta di Laura Pausini sorpassa senza fatica l’ultima opera avanguardistica di Lady Gaga o il visual album di Beyoncé.

Nei talent, la musica proposta nelle puntate che portano alla finale è un elemento marginale al servizio della narrativa o, per dirlo con il gergo dei talent stessi, del “percorso”. Talvolta serve a prevedere la direzione che prenderà il cantante a programma finito, ma è anche certo che tutti gli angoli saranno smussati a dovere con il suo debutto discografico. Lo spettatore televotante è parte del romanzo di formazione di un esordiente, ed è responsabile di un successo quanto chi gettonava i jukebox monitorati dal Festivalbar, ma con un investimento emotivo maggiore. Non ci sono garanzie (e i flop di alcuni concorrenti post-talent sono spesso amplificati tanto quanto i buoni risultati di altri), ma dando un’occhiata ai dati delle classifiche, un cantante che ha potuto usufruire di una lunga campagna promozionale gratuita in prima serata ha realisticamente più probabilità di accedere alla top ten. In Italia come nel resto del mondo, quindi, addetti ai lavori e ascoltatori hanno iniziato a preferire programmi in cui decine di sconosciuti cantano tormentoni del passato, ma raccontano una storia a puntate. Giudichiamo i concorrenti come fossimo parte di un gigantesco focus group, giudichiamo chi li giudica e decretiamo se siano pronti al placido mercato discografico della crisi. Abbiamo perso l’interesse per piattaforme televisive che sanciscono il successo per privilegiarne altre che lo creano in modo democratico. E questo, tutto sommato, è più nazional-popolare di qualsiasi Festivalbar.

 

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