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Il multitasking, gli uomini e le donne

È l'arte di essere mediocremente vasti, uno strumento di selezione naturale o un complotto del patriarcato? Voci a confronto sul fare tante cose contemporaneamente.

Fare diverse cose allo stesso tempo; e farle, generalmente, peggio: il multitasking, visto da alcuni come una necessità, secondo altri è uno dei mali della nostra epoca. Un tempo considerato, a torto o a ragione, una dote prevalentemente femminile, oggi il multitasking è finalmente appannaggio di ambedue i sessi. C’entra la parità uomo donna nelle faccende domestiche? E che ruolo ha la tecnologia, nell’aggravare la condizione del fare tante cose tutte insieme? Nel testo che segue alcuni redattori e collaboratori di Studio raccontano il loro rapporto col multitasking.

 

Per sopravvivere, bisogna essere mediocremente vasti
Sono cresciuto anch’io nel mito che assicurava che fosse proprietà delle donne essere multitasking. E ci sono cresciuto perché erano le donne stesse, a casa mia, da bambino, a vantarsene. Questo finché vita e destino non mi hanno costretto a condurre una vita da genitore e lavoratore in affanno. E allora ho intuito che, se mi avessero messo in un campo di cotone con l’unica consolazione del canto, avrebbero detto che ho anche il ritmo nel sangue. Multitasking si diventa. Non per virtù, ma per necessità pratica. Ed ecco perché, salvo casi eccezionali, il vero segreto del perfetto uomo multitasking non consiste nel saper fare tutto bene. Al contrario: è la facoltà di essere mediocri in maniera ampia e diffusa. Ogni mattina mi sveglio con appuntata sul cellulare la lista delle cose da fare che ho preparato la sera prima. In genere sono circa dieci attività per otto ore a disposizione. Attività che comprendono: lavoro alla radio, scrittura di un romanzo immortale, spesa, lavaggio e stiratura dei panni e consimili, scrittura di un articolo, qualche faccenda burocratica… Bene, ecco, il giorno inizia con la certezza assoluta che non ce la farò. Inizia con la precisa sensazione dell’insufficienza della vita, della condanna all’imperfezione. E perciò? La missione del multitasking è, banalmente, arginare, giorno per giorno, il caos. Non trionfare, ma fare quel po’, aggiustare quel tanto, da rimandare di un altro giorno il crollo e la tragedia. Dando un colpo lì, un altro di là, e dando soprattutto per scontato che nulla sarà fatto esattamente bene. Né male. Per sopravvivere, bisogna essere mediocremente vasti. (Errico Buonanno)

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Dopo le dipendenze da internet, dovremmo curare le sindromi da multitasking
Io sono drogata di multitasking. Ormai, se mentre sono su Adobe a editare una sceneggiatura non mi arrivano almeno sei notifiche al minuto di messanger, e cinque di WhatsApp dove sto provando a organizzare due pigiama party incrociati per poter partecipare a una festa di lavoro dove mi procurerò una rubrica da scrivere mentre cucino al vapore le verdure e guardo una serie tv in streaming, beh, non mi sento proprio bene fisicamente. Una sola mattina senza cicalini, senza una lista di sedici mail a cui rispondere mentre raccolgo idee per un romanzo per ragazzi, una sola mattina in cui posso semplicemente andare con un’amica a fare colazione in pasticceria, o guardare Fleabag senza il telefono in mano e la testa che pensa ai dieci oggetti di riciclo da recuperare per il laboratorio di bird-gardening, e mi sento come una lattina vuota. Cosa facevo, prima?, mi chiedo. Come facevo a godermi la vita impunemente? Oggi, non desidero affatto, come ho letto su tanti blog di donne, soltanto la “bellezza di passare l’aspirapolvere senza un pensiero in testa” o “assaporare con tutta me stessa un caffè”, se non è condito da almeno due zollette di preoccupazioni, un cucchiaino di scadenze e una bustina di iscrizioni a Coderdojo da effettuare per forza alle 15 su eventbrite. (Dopotutto, sono anche ottime scuse per non passare mai l’aspirapolvere).

Non so se il multitasking sia davvero anche una condizione maschile. Cioè, ovvio che sì. Però secondo me prendere un aereo mentre si organizza una call col manager e un brunch con l’event-planner, non è esattamente come mettere il flauto in cartella mentre si parla al telefono con la Siae, o ricordarsi di comprare la focaccia sulla strada per la redazione, forse perché il multitasking al femminile mette in azione le sfere possibilmente più lontane del cervello: l’affettività con la produttività, l’accudimento con le pubbliche relazioni, l’organizzazione domestica con l’affermazione sociale. Il multitasking al femminile è un po’ come volere per forza, nella vita, sciare e nuotare di fondo. Significa correre tutto il giorno dal mare alla montagna, adattarsi a sciare sulla sabbia e a nuotare nelle acque reflue di un ghiacciaio. Avere sempre nella tua borsa mentale calzini antiscivolo e scarpe coi tacchi. Sfoderare improvvisamente una genuina brillantezza da aperitivo rampante, mentre la tua mente era settata a raccontare storie di unicorni sotto il piumone. Credo che, così come è accaduto per le dipendenze da internet, dovrebbe esistere una branca della scienza sociale per curare le sindromi da multitasking di donne arrivate al vertice della loro scalata all’emancipazione. D’altronde, sono proprio le nuove tecnologie a permettere che due sfere che nel piano divino dovevano essere inconciliabili, si compenetrino continuamente facendo saltare le sinapsi. La società deve ancora assestarsi per permettere a una donna di mantenere sul lavoro la grinta spensierata dell’uomo di successo, e a casa il nitore e la pace che ottiene Fräulein Mary in The sound of music. La soluzione non possono essere solo le ucraine. Sono donne multitasking pure loro. (Arianna Giorgia Bonazzi)

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Vivrò in modalità aereo
Qualcuno passa un turno di Wimbledon durante un funerale. A metà riunione di redazione arriva la notifica di WhatsApp: è nato il figlio di una coppia di amici. Il mondo è multitasking, tutto succede insieme. Terremoti e offerte sugli auricolari bluetooth arrivano nello stesso istante. Lo smartphone prova a renderci simultanei come il mondo. L’effetto è disastroso. Lo sconto sulla pulizia dentale arriva insieme a una mail che mi chiede “Già iniziata la corsa ai regali?”. Vorrei solo riavvolgere il tempo per vivere in un’epoca che esiste solo nell’immaginazione: tornare a “prima”. Prima dell’epoca della distrazione infinita, della chat, dei cuori, dei like, delle email di lavoro di sera, la domenica, in spiaggia, sempre. Nessuno è al riparo, non esistono bunker. Si può solo evitare di essere carnefici. Scriversi un decalogo: non farò telefonate di lavoro fuori dall’orario di lavoro; non manderò mail nei giorni di riposo; mi ricorderò di santificare le pause pranzo, le pause estive, le pause caffè. Vivrò in modalità aereo. Anche perché: abbiamo trovato offerte lastminute per te. (Francesco Longo)

 

Coming out di una mamma che non sa fare multitasking
Ho una figlia, due lavori, una casa, due gatti, un compagno e amici che inspiegabilmente continuano a invitarmi a cena; scrivo articoli, libri, tweet inutili, cucino (poco), lavo (tanto), porto bambine a scuola, organizzo uscite (cioè do il mio assenso passivo). In tutto questo sono una pippa col multitasking, e il senso di fallimento che ne deriva è immenso. Da una mamma – peggio: da una-mamma-che-lavora – ci si aspetterebbe che eccella nell’arte del giostrarsi tra sette attività in contemporanea. Invece no, io mi ostino a fare una cosa alla volta, con la scusa che è l’unico modo di farla bene, anche se poi so che le cose mi vengono malissimo ugualmente. Per un po’ l’ho sopportata bene questa cosa, persino l’avvento degli smartphone non mi ha destabilizzato più di tanto. Del resto, non è la tecnologia a peggiorare le cose, le email comodamente reperibili sui cellulari e la tentazione di rispondere a ogni idiozia sui social sono faccende che riesco a tenere a bada: sono le notifiche che mi hanno fregato. Da quando le notifiche hanno iniziato a invadere i miei schermi, non capisco più niente, sono affetta da deficit d’attenzione, come uno di quei bambini fatti di Ritalin. Provo a consolarmi pensando che è un complotto del patriarcato, una sovrastruttura creata per opprimere le donne con mille doveri e sensi di colpa; ma la verità è che sono io: se non riesco a concentrarmi su tre cose in contemporanea, forse, è perché non riesco a concentrarmi veramente su nemmeno una. (Anna Momigliano)

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Un crudelissimo strumento di selezione naturale
Questo piccolo testo che inizia con queste prime parole dovevo scriverlo un’ora fa. Durante questa ora, ho risposto a messaggi WhatsApp (di lavoro), controllato i dati Analytics del sito, postato su Facebook un articolo che ho scritto nei giorni scorsi, poi mi sono dimenticato che dovevo scrivere questo testo, allora sono andato a bere un caffè e fumare una sigaretta, la mia ragazza mi scrive che è una bella giornata e c’è il sole, dal terrazzino della redazione guardo il cielo e vedo grigio, le rispondo che qui no, strano, dev’esserci il sole soltanto a Brera, poi rientro e mi siedo e mi ricordo che devo scrivere il testo. Ma ho trovato una notizia interessante, e ne parlo con un collega, poi ricordo anche che voglio scrivere da mesi un articolo a cui credo di tenere tantissimo, e ordino su Amazon un libro sul tema per prepararmi. Detesto queste situazioni, detesto il multitasking. Però detesto anche chi non lo sa fare, nemmeno nelle sue declinazioni più elementari – ho un amico che non può camminare se sta scrivendo un messaggio sul telefono – anche se non sono capace di bere birra da un bicchiere mentre passeggio (da una bottiglia sì). Mi arrabbio con me stesso. Oppure decido di rilassarmi e leggere un libro in poltrona per almeno un’ora filata, ho preparato il posacenere per fumare su un bracciolo, un bicchiere di vino bianco pieno fino all’orlo, inizio a leggere le prime due pagine, il telefono vibra sul tavolo, devo alzarmi, rispondere, poi controllo Instagram per una reazione istintiva e cretina, una foto di una spiaggia mi incuriosisce, vado su Google a inserire il piccolo paese della Catalogna in cui pare essere scattata, controllo i voli per Barcellona per andarci quando farà caldo, googlo anche “pasqua 2017” per capire quando cadrà e prenotare il volo, ormai ho finito la sigaretta, il vino, e non ricordo le prime e uniche righe di libro che avevo letto. Il multitasking fa schifo, solo pochi eletti riescono a gestirlo, forse la razza umana si affinerà grazie a questo crudelissimo strumento di selezione naturale, io ne rimarrò fuori, ne sono tristemente certo. (Davide Coppo)

 

Un “equilibrismo dolcissimo”, anzi no
Dico: vado a caricare la lavatrice, e mi chiudo nel bagno-lavanderia, con il suo profumo di panni lavati cui tengo tantissimo, anche se a volte sbaglio a comprare il detersivo perché c’è un’offerta di Esselunga online cui non so resistere e il profumo mi dà la nausea e finché non finisce quel flacone entro nel bagno-lavanderia schifata, faccio quel che devo ed esco. Alla sera sto lì e ammonticchio vestiti separando colori chiari, colori scuri, bianco bianchissimo, bianco già ingrigito, grigio, scuri chiari e scuri scuri, sapendo che poi unirò tutto, e lascerò uno scurissimo nel bianchissimo che rovinerà tutto. Là fuori, una porta più in là, nel triangolo salotto-studio-cucina, la televisione è accesa, il forno anche (senza ancora nulla dentro), la figlia grande ripassa storia, il figlio piccolo gira in pigiama e pattini con una merendina in mano, o uno yogurt o una caramella o tutto insieme, tanto lo sa che gli dico «metti giù tutto» ma poi non controllo se lo fa davvero, perché devo caricare la lavatrice e sono ancora reperibile sul lavoro e non so cosa cucinare e ho una fame mostruosa e tra un attimo gli griderò: vai a sistemare la cartella! e intanto lui avrà già ingoiato quel che voleva. Mi porto dietro il telefono, nel bagno-lavanderia, ed è il motivo per cui alla fine tutti i mucchietti di vestiti diventano uno soltanto, mi distraggo con gli alert, i tweet, le email, Instagram, le mamme della scuola che probabilmente sono chiuse in lavanderia come me, finché non chiama mio marito che dice che non torna a cena e io m’illumino, faccio partire la lavatrice, corro a spegnere il forno, saluto i colleghi, grido: si va a dormire ragazzi!, non devo cucinare, non devo rispondere ai messaggi, se in tre minuti lavate i denti, fate la pipì, mettete l’apparecchio e prendete lo sciroppo per la tosse mi metto a letto in mezzo a voi e ci raccontiamo come è andata la giornata. Ascolto i loro trilli in bagno, penso che l’equilibrismo che chiamano multitasking alla sera diventa dolcissimo, e loro si dirigono verso la stanza con la sentenza che hanno decretato mentre fingevano di lavarsi i denti: però mamma parliamo sempre solo noi, tu guardi il telefono, e tanto non te lo ricordi quello che hai fatto oggi. (Paola Peduzzi)

 

Nella foto: una casalinga e suo marito, Stati Uniti, primi anni Cinquanta (George Marks/Retrofile/Getty Images)
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