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Mozione futuro

Francesco Clementi, membro dei 35 saggi nominati dal presidente Napolitano, parla delle sfide che attendono il PD e della candidatura di Renzi.

Ho chiamato il prof. Francesco Clementi mentre tornava in auto da Roma a Perugia, dov’è titolare della cattedra accademica di Diritto pubblico comparato. Era appena reduce dalla sua esperienza di consulente per le riforme costituzionali, che darà la stura a modifiche strutturali della Carta fondamentale del nostro Paese. Clementi, però, è anche un attento osservatore e analista politico. Sfruttando questo connubio, gli ho chiesto di parlare dell’imminente Assemblea del Partito democratico, dei punti deboli più vistosi del suddetto partito e della leadership di Matteo Renzi.
 
 

Prima di passare al PD, Prof. Clementi, voglio farle un’altra domanda. Lei ha fatto parte della Commissione per le riforme costituzionali convocata dal governo Letta. Oggi, a lavori conclusi e con un documento, redatto da voi 35 saggi, che sarà il viatico dell’iter per le modifiche alla Carta, come definisce quest’esperienza?

È stata molto interessante e molto mirata. Abbiamo dovuto affrontare le difficoltà legate alla debolezza delle istituzioni e a una crisi economica più forte di quella del 1929, e abbiamo agito nella consapevolezza di questa congiuntura. L’urgenza e la profondità dei lavori e l’intensità con cui li abbiamo svolti aveva sullo sfondo una cognizione, quella di dover fornire il prima possibile una relazione che avesse al suo interno risposte ai problemi, declinate in modo tale da segnalare gli effetti delle scelte che il Parlamento dovrà poi compiere.

 
 
L’Assemblea nazionale del Partito democratico, che ha luogo oggi e domani a Roma, segna l’inizio di una nuova fase della politica italiana, oltre a sancire tempi e regole del prossimo Congresso del partito. Che aspettative ha nei confronti del summit?

Tutti i grandi partiti di massa del continente vivono il Congresso come momento di confronto vero, non di mero passaggio di testimone.

La fase politica che stiamo vivendo è certamente eccezionale per tre ordini di motivi: per la congiuntura economica e i riflessi sulla società italiana, per il governo di larghe intese nato sotto la base di un’assunzione di responsabilità reciproca – con la collegata richiesta al Presidente Giorgio Napolitano di accettare un altro mandato da capo dello Stato – e per la grande crisi di rappresentanza, resa evidente dall’alto tasso di astensionismo elettorale. Questo cocktail micidiale porta a dire che l’Assemblea è un momento importante perché può costituire il primo passo verso un sistema partitico meno fragile dell’attuale. L’obiettivo è far sì che almeno uno dei due grandi partiti – rispetto ai tre maggiori soggetti politici in cui i voti sostanzialmente si sono divisi a febbraio – si dimostri dotato di una forza sociale reale. Per fare ciò un Congresso deve essere competitivo, in quanto rappresenta il primo momento per riportare a un orologio europeo il confronto politico. Dico «europeo» perché tutti i grandi partiti di massa del continente vivono il momento congressuale come momento di confronto vero, non di mero passaggio di testimone.

 
 
Il cosiddetto “vecchio apparato” dei democratici ha dimostrato a più riprese di non aver alcuna intenzione di cedere il proprio posto senza colpo ferire (si pensi alla bozza di regole del responsabile dell’organizzazione Zoggia, mirata a restringere l’elezione del segretario ai soli «aderenti» e separare le cariche di segretario e candidato premier, complicando de facto la vita agli outsider della «ditta»). Oggi alcuni suoi esponenti di spicco – Franceschini, Fassino, Bassolino, per citarne alcuni – sono “saliti sul carro” di Matteo Renzi: a suo parere esiste un rinnovamento radicale senza la rottamazione – quella della prima Leopolda?

No, e penso che la leadership di Matteo Renzi sia naturalmente, prima che politicamente, indisponibile a una soluzione consociativa e pasticciata. Insomma, incoerente. E ben capisco chi, come me, si è messo in cammino con Renzi da tempo, in tempi difficili, e ora si lamenta. A loro, come a me, dico di essere saldi nelle convinzioni. Infatti credo che, visto il carisma politico di Renzi, il punto non sia misurare quante persone oggi “saliranno sul carro” – questo è nell’ordine delle cose – ma se queste persone, partendo da posizioni distanti, siano disponibili a fare una battaglia in campo aperto, dividendosi in un Congresso competitivo, o lo facciano per mero interesse. Detta in altri termini, il punto è qual è il prezzo che si paga nel passaggio e se è un dazio trasparente o nascosto. La leadership di Matteo Renzi in questo è trasparentissima. Scegliere la proposta politica di Matteo Renzi ha un costo e questo emergerà in un Congresso vero, competitivo, come sono quelli delle grandi democrazie che hanno sistemi partitici che funzionano. Qui si “parrà la nobilitate” di chi ha scelto lui per vera condivisione di intenti o invece per calcolato interesse.

 
 
Una delle recenti critiche più strutturate mosse a Renzi è di essersi «spostato a sinistra» per aumentare il suo feeling con la base del partito. C’è chi, per le sue dichiarazioni sulla faccenda della decadenza da senatore del leader Pdl, lo taccia addirittura di antiberlusconismo, mentre altre componenti del Pd continuano a vederci una sorta di infiltrato. Alla luce della bozza di proposte elaborata col suo consigliere Yoram Gutgeld e delle posizioni espresse nelle ultime settimane, può dirci se e cosa è cambiato – secondo lei – nell’offerta politica di Renzi dalle scorse primarie?

Naturalmente Renzi adegua – come tutti i politici – gli strumenti con cui comunica le sue idee all’evoluzione sociale, ma non è questo il punto. La cosa importante è che ha una forza politica che mira a un altro obiettivo: conformare l’elettorato alla sua proposta politica. D’altronde, il leader è quello che convince gli altri e li porta sulle sue posizioni. Matteo ha fatto politica e ha dimostrato che le cose che diceva erano vere convincendo gli altri, non spostandosi verso di loro. Per cui, ribalterei la domanda: non è che Renzi si è spostato a sinistra, è l’elettorato che, disilluso da una proposta nostalgica di un partito di stampo novecentesco, si è reso conto di aver preso un grande abbaglio. Si è raccontato agli elettori la bellezza del partito strutturato, mentre si praticava la politica dell’allontanamento degli stessi dai seggi, con regole, oboli e giuramenti di fedeltà ridicoli; anzi, controproducenti, come poi si è visto. Si diceva che si era contro la personalizzazione della politica, si parlava di «ditta», per poi finire a spendere milioni di euro in costose campagne pubblicitarie incentrate sul volto di Bersani e le sue maniche di camicia. Come non rendersi conto, d’altronde, che un partito che ha dirigenti che hanno paura dei loro potenziali elettori, che li caccia nel momento della partecipazione, presenta evidentemente una cieca vocazione a farsi del male, ad autodistruggersi – oltre che qualche problema con la sua identità, con il pluralismo e la mobilità sociale che la complessità delle nostre società oggi comporta? E come non si siano resi conto che questo avrebbe avuto un prezzo altissimo da pagare in termini politici – ossia il governo del Paese – ancora mi sfugge. Misteri.

Da allora, Renzi non ha fatto altro che continuare a far politica. Con la pacatezza di colui che, perdendo le primarie, ha collaborato con il vincente, senza chiedere né “un posto a tavola” né di partecipare consociativamente “al caminetto”. Ha rispettato il vincitore, le sue tesi, la sua strategia. È tornato nella sua città, ha continuato a far politica, da sindaco e da esponente del Pd, spiegando le sue idee. Per cui, è Renzi che è rimasto tale, mentre sono gli elettori e i dirigenti Dem a essersi spostati – anche se c’è una differenza: mentre non posso escludere a priori che i capibastone spesso si spostino per interesse personale, sono assolutamente convinto che chi ha votato Bersani sia decisamente in buona fede. E che si sia convinto della proposta politica di Matteo Renzi: non da ultimo perché se Bersani e i dirigenti che hanno amplificato quella proposta alle scorse primarie allontanavano gli elettori di Renzi, Renzi invece non ha mai allontanato coloro che si ritrovavano o si sono ritrovati nella proposta di Bersani.
Bisogna ricordare a molti nel Pd che è l’elettore l’arbitro del potere, tramite il voto. Non va mai dimenticato. Chi non capisce ciò e pensa che sia la politica a doversi “scegliere” gli elettori non capisce che la società di oggi è molto più mobile, liquida e volatile di quanto fosse trent’anni fa. Chi non capisce ciò, lo paga nell’urna.
 
 
In un articolo firmato su Europa lo scorso 7 settembre, lei scrive che il PD di Renzi rappresenterebbe «una sinistra che non ha paura degli elettori», ovvero che non sente di doverli rieducare e non percepisce il bisogno di rivendicare una propria superiorità morale. Parliamo di questo.

Sì, credo che l’abito non faccia il monaco, perché nelle democrazie complesse gli elettori sono soggetti che, avendo in mano un grande potere (il voto), possono utilizzarlo in un modo o in un altro. E la scelta che fanno dipende sempre meno da un’appartenenza ideologica e sempre di più dalla qualità dell’offerta politica. Più l’offerta è adeguata, risponde ai problemi, dà le risposte che un tempo sempre più complesso chiede, più la proposta politica è capace di attirare il voto di chi non vive dentro le sovrastrutture ideologiche del novecento, che sono sempre più persone.
Il vero discriminante quindi è riforma contro conservazione.
Mentre la sinistra in Italia – vieppiù da quando Bersani è diventato segretario – ha avuto un atteggiamento esattamente calato dentro quelle sovrastrutture, progressivamente divenendo distante anni luce dalla realtà. Per molta classe dirigente del Pd è ancora l’elettore a doversi avvicinare, a “dover chiedere scusa” perché non li ha votati, a dover spiegare loro le ragioni del voler votare per il Pd. Ma questo inverte l’onere dell’agire politico. È la politica che deve spiegarsi, capire e farsi capire, interrogarsi di fronte ai problemi proponendo soluzioni adeguate. Non gli elettori. E questo i grandi partiti, quelli delle ideologie novecentesche, lo sapevano. E molto bene.

Gli elettori, allora, non sono stati vittime di un lavaggio del cervello, tanto da doversi meritare un periodo di rieducazione. Non hanno apprezzato la proposta politica che la sinistra gli ha rivolto. Tutto qui. D’altronde, i grandi partiti delle altre liberaldemocrazie non fanno alcuna selezione sociale sul “tasso di militanza”, perché sanno bene che se una democrazia è tale, anche la proverbiale casalinga di Voghera merita di sentirsi inclusa nel dibattito pubblico. È la modernità che lo impone: si può vivere avendo diversi gradi di coinvolgimento politico, senza per questo doversi vedere giudicato dall’alto, con spocchia boriosa, da chi vive l’appartenenza politica in modo totalizzante.
Basta con questa concezione elitista della politica. Non da ultimo perché, oltre che essere ipocrita e sbagliata, è pure una strategia elettoralmente – come si è visto – suicida. More?

 
 
Lei, da componente della Commissione per le riforme costituzionali, è stato tra i più ferventi sostenitori di un semipresidenzialismo alla francese. Rimanendo in tema, il vicepresidente dei senatori del Pd, Giorgio Tonini, martedì ha detto a Roma che trova «demenziale che si demonizzi la leadership all’interno di un partito». Ma nel Partito democratico – che pure è stato fondato anche e soprattutto da politici che hanno fatto del culto personale di Berlinguer un vanto – permangono resistenze e mugugni nei confronti di una personalità carismatica come quella di Renzi. Perché?

Abbiamo avuto un sistema politico-costituzionale costruito su uno schema consociativo che veniva alimentato dalla paura del tiranno. C’è una tradizione radicata nella società italiana che vede le leadership come un problema – naturalmente anche per influenze storiche. Però questa tradizione si innesta in una meccanica politico-partitica che separava il presidente del Consiglio dal leader del partito di maggioranza (ovvero il segretario della Dc non era mai premier, tranne nel caso di De Gasperi) e sortiva l’effetto per cui il presidente del Consiglio era garante di un accordo ma non governava – diremmo, con una schema londinese, “regna ma non governa”. Questo fa si che il tema della leadership sia comunque vissuto in modo negativo sia dagli elettori – che vengono abituati a pensare che la personalizzazione della politica costituisca un grosso problema – sia dalle leadership politiche – che la vedono come un ostacolo al loro dominio riservato. Eppure il Principe c’è e sempre ci sarà. Bisogna imparare a costruire regole istituzionali e regolarità politiche che lo addomestichino – lo diceva Machiavelli 500 anni fa, lo ripete 500 anni dopo ad esempio Sergio Fabbrini in un bellissimo libro che si intitola, appunto, Addomesticare il principe. Allora, se dovessi, mi metterei a riscoprire non tanto che non devono esistere leadership – che è falso, perché in ogni relazione sociale c’è sempre un leader- quanto piuttosto a trovare i modi e le forme politico-giuridiche per governarle – così come fanno gli altri – in senso democratico. Non a demonizzarle. Perché questa è una visione ipocrita, che truffa l’elettore e uccide la buona politica.
 
 

Mi metterei non tanto a dire che non devono esistere leadership – falso: in ogni relazione sociale c’è sempre un leader- quanto a trovare i modi e le forme politico-giuridiche per governarle.

Un pezzo uscito martedì su L’Espresso analizzava il drammatico calo di iscritti del Partito democratico (500.000 nel 2012, poco più di 200.000 oggi) e le difficoltà talvolta insuperabili che i militanti devono affrontare per procedere al tesseramento. A suo modo di vedere questa diaspora di iscritti può essere imputabile a una certa ambiguità del segretario Epifani su argomenti come le regole e la data del Congresso? O si tratta piuttosto di un segnale di rifiuto delle larghe intese?

In via generale, l’appartenenza in quanto tale è in crisi perché c’è una fragilità identitaria a livello globale e c’è una certa refrattarietà a scegliere un’identificazione a seguito della fine del dominio delle ideologie. Detto questo, c’è anche una certa attitudine del Partito democratico a respingere gli elettori, a considerare il tesseramento un atto quasi scontato, mentre invece è una scelta di fiducia. Il Pd, come dicevo, negli ultimi anni da un lato ha allontanato gli elettori e dall’altro non è stato capace di essere all’altezza delle sfide del proprio tempo. In un momento storico in cui scegliere di appartenere a qualcosa è più faticoso rispetto a quarant’anni fa, questa scelta mancata è stata ulteriormente gravata da una mancanza di prove efficaci della bontà del rapporto fiduciario. Faccio un esempio: in questo momento di crisi economica, perché tesserarsi online costa 50 euro? A volte mi chiedo dove sia finito il buon senso nel Pd…

 
 
Agli esponenti del Partito democratico – penso a Pippo Civati, che ha fatto di questo tema uno dei perni della sua candidatura alla segreteria – che pongono la questione delle larghe intese come prima vera ragione della perdita di tesserati, quindi, cosa risponde?

Le larghe intese sono figlie di un errore: aver perso le elezioni e non essere stati capaci di arrivare al governo con la leadership di Bersani. Però possono essere spiegate e credo che, da questo punto di vista, il Pd sia stato ancora incapace di spiegarle adeguatamente. Non si può essere di lotta e di governo, perché questo alla lunga rischia di consumarti. Questa convivenza o serve perché riesce a fare quello che si deve, oppure è destinata naturalmente a logorare tutti, in primis il Pd.
Il problema vero è che il partito non è stato in grado di spiegare perché ci si trova al governo col Pdl, cosa che avrebbe potuto fare cominciando col dire chiaro “abbiamo perso le elezioni”.

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