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Morte nel pomeriggio

Si chiama CTE, Chronic traumatic encephalopathy, è una nuova malattia degenerativa cerebrale che i medici stanno scoprendo sempre più spesso nei giocatori di football e calcio. Danni irreversibili al cervello in seguito a colpi anche non gravi, il lato oscuro dello sport che non avremmo voluto incontrare.

Nella prima scena c’è un campo da football americano, e un wide receiver, o ricevitore, si chiama Kyle Halderman, corre con la palla stretta sul petto e i piedi quasi sulla linea laterale verso la meta. Dopo poche frazioni di secondo la sua corsa viene interrotta da uno schianto, un ammasso di consonanti se volessi tradurlo in parole, qualcosa di sordo e molto violento. È il placcaggio di un cornerback che porta Halderman a volare due o tre metri fuori dal campo, rotolando. Nella terza scena c’è una volata finale di un Tour de France, il ciclista con la maglia a pois (il miglior scalatore) perde l’equilibrio e cade sull’asfalto impattando prima con la schiena, poi con la testa che frusta il collo e per poco non gli fa perdere l’elmetto protettivo. Successivamente gli impatti, tutti violentissimi, sono di giocatori di lacrosse, basket, rugby australiano, calcio, rugby, hockey su ghiaccio. In tutte queste scene, quasi tutte riprodotta al rallentatore, la traccia audio è enfatizzata sui rumori degli impatti, amplificato nei suoi crash, nei suoi tunf, eccetera. Il documentario è uscito nel 2012 e si chiama Head Games: The Global Concussion Crisis, in cui «concussion» sta per commozione, colpo, trauma – il più comune infortunio cerebrale. L’intera narrazione di Head Games gira intorno a una scoperta estremamente recente e altrettanto estremamente perturbante in termini di novità e di rivoluzione: fare sport può uccidere.

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Ci sono centinaia di diversi sport, e sono distribuiti su centinaia di punti diversi in un immaginario asse cartesiano della pericolosità. Per quanto immaginiamo ora su due piedi, ai primi posti dell’asse ci sono gli sport di combattimento – che prendersi a cazzotti sulle tempie e sul naso per anni e anni, in gara come in allenamento, non sia salutare è facile da intuire – poi, tra gli sport invece di squadra, prima il football americano, il lacrosse, l’hockey su ghiaccio e, in fondo alla lista, il calcio. I rischi del calcio sono sempre stati legati a muscoli, legamenti e tendini, pezzi di corpo ricostruibili, ricucibili, guaribili, pur dopo grandi sofferenze e infortuni spettacolari. La brutta notizia, di cui il documentario Head Games si fa portavoce ma che si conosce da qualche anno, pur in ambienti ancora molto ristretti e specialistici della medicina, è che il calcio può uccidere.

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Il New York Times ha raccontato la storia di Patrick Grange, un ragazzo e calciatore di Albuquerque morto a ventinove anni il 10 aprile del 2012, apparentemente a causa di una sclerosi laterale amiotrofica. Patrick Grange era un giocatore semi-professionista, era passato prima nella University of Chicago e successivamente nella University of New Mexico, ed era riuscito anche a giocare con il Reserve Team dei Chicago Fire, una squadra della Major League Soccer, la divisione più alta nordamericana, prima di finire all’Albuquerque Assylum. La sclerosi laterale amiotrofica (Sla) è una malattia rara e poco conosciuta – in Italia l’esempio degli ex calciatori Signorini e Borgonovo ha contribuito a renderla in un certo senso famosa tra il pubblico, ma non esiste al momento un trattamento efficace per combatterla. Ann McKee, la neuropatologa che ha effettuato l’autopsia sul cervello di Patrick, ha rilevato immediatamente degli estesi danni al lobo frontale, qualcosa di estremamente raro, anzi di – si credeva – praticamente inesistente nei giocatori di calcio. La parte di cervello danneggiata, ha detto Ann McKnee, corrispondeva a quella coinvolta negli impatti con il pallone durante i colpi di testa. Potrebbe (potrebbe, al condizionale) essere questa la causa della sclerosi che ha ucciso Patrick Grange. Il nome di questo nuovo arrivato nella schiera delle brutte notizie è stato coniato nel 1975 da un neurologo inglese, Macdonald Critchley, ed è CTE, o Chronic traumatic encephalopathy, encefalopatia traumatica cronica. In parole molto povere ma molto chiare: un trauma, cioè un colpo, o una serie di colpi, che possono danneggiare il cervello portando alla morte (o alla Sla, che significa comunque morte).

A causa di cosa si è formata quella placca che ha portato alla morte del pugile? La risposta dei dottori è stata una novità assoluta per la medicina dell’epoca: a causa di ripetuti colpi alla testa.

Ventuno anni dopo, nel 1996, il cervello di un boxeur deceduto a ventitré anni, analizzato sul tavolo si suppone freddo e sterile dell’autopsia del Royal London Hospital, si rivelò inondato e ricoperto di ammassi neurofibrillari, cioè (ancora in parole molto povere) concentrazioni anomale di filamenti che avvolgono solitamente il nucleo dei neuroni. Una condizione tipica del morbo di Alzheimer: la massa filamentosa si accumula e si trasforma in una placca, una specie di barricata o di diga che impedisce o rallenta la capacità del cervello di inviare e ricevere i segnali elettrici. Ma il pugile ventitreenne non aveva il morbo di Alzheimer, il suo cervello non era affetto da atrofia corticale, i solchi non erano ingranditi e la massa e il volume erano nella norma (il cervello di un malato di Alzheimer ha dimensioni molto più ridotte e una massa più disomogenea rispetto a un cervello sano). Dunque la domanda nata in quella stanza nel 1996 era: a causa di cosa si è formata quella placca che ha portato alla morte del pugile? La risposta dei dottori è stata una novità assoluta per la medicina dell’epoca: a causa di ripetuti colpi alla testa.

Passano altri nove anni prima che arrivi un altro grande passo avanti nella ricerca. È un articolo del neuropatologo nigeriano Bennet Omalu pubblicato nel 2005 sulla rivista Neurosurgery, ed è anche il primo articolo a parlare del pericolo potenzialmente mortale rappresentato da un’alta frequenza di traumi alla testa non negli sport di combattimento, ma in quelli di squadra come il football americano. Tre anni prima, nel 2002, l’epifania arrivava a Bennet Omalu ancora da un tavolo freddo e sterile, che ospitava l’autopsia dell’enorme corpo di Mike Webster, detto Iron Mike, centottantacinque centimetri e centodieci chili, uno dei migliori centri della storia della Nfl, una bandiera dei Pittsburgh Steelers per quindici stagioni, morto a 50 anni il 24 settembre. Negli ultimi anni di vita Mike Webster aveva quasi completamente perso il controllo sul suo cervello: in un articolo apparso nel 2005 su Espn si ricorda di come abitualmente ingerisse Ritalin, Dexedrina, Prozac, Vicodi, Lorcet, Ultram, Darvocet, cocktail per alleviare la depressione, i dolori cerebrali, per indurre la calma artificiale. Mike non riusciva a dormire, aveva comprato una pistola Taser con cui si colpiva, decine di volte in una giornata, per perdere coscienza e trovare nell’incoscienza la pace. Spesso si dimenticava di mangiare, a volte per interi e consecutivi giorni, spesso mangiava patatine e cereali o dormiva in macchina. La causa ufficiale del decesso fu un’insufficienza cardiaca, ma gli esami evidenziarono un cervello estremamente danneggiato: l’encefalopatia traumatica cronica veniva descritta come una devastante malattia neurodegenerativa che – sgomento – poteva essere molto più comune di quanto si pensasse, e il caso di Mike Webster era soltanto il primo venuto a galla.

Sezioni del cervello di Tom McHale. Nelle due immagini in alto la massa scura è una concentrazione anomala di proteina tau. Le due immagini in basso mostrano un ingrandimento delle zone.

Nel 2009 la Boston University School of Medicine ha creato un centro per studiare i traumi cerebrali, il Center for the Study of Traumatic Encephalopathy. In quei giorni fu annunciata la morte dell’ex giocatore dei Tampa Bay Buccaneer Tom McHale, il sesto decesso per CTE dal 2002. Da parte sua la National Football Association non solo si è rifiutata di accogliere le novità mediche, ma ha formato il suo personale comitato per la ricerca sugli infortuni cerebrali, il Mild Traumatic Brain Injury Committee, che ha iniziato a fare un qualcosa che possiamo definire come “gioco sporco”. L’hanno raccontato in un libro uscito nel 2013 due fratelli, Mark Fainaru-Wada e Steve Fainaru. Il libro si chiama League of denial. The NFL, concussions and the battle for truth. Intervistato da New Public Radio, Steve Fainaru ha detto: «Pubblicano in continuazione su quel giornale (Neurosurgery, la stessa pubblicazione su cui uscì il primo articolo sulla CTE di Mike Webster, nda) paper che minimizzano completamente i pericoli dei traumi. Scrivono di come non ci siano problemi con i giocatori che tornano in campo dopo un infortunio cerebrale. Arrivano addirittura a dire che i giocatori professionisti di football non sono esposti a ripetuti colpi alla testa durante le partite».

Tom McHale non è letteralmente morto “di CTE”, ma di overdose di droga. Se l’overdose è stato il burrone, la CTE è stata la mano che ha spinto Tom verso il burrone e giù dalla scarpata. L’encefalopatia traumatica cronica provoca depressione, spaesamento, ipersensibilità a luce e rumore, ipernervosismo, perdita di memoria. I genitori del calciatore Patrick Grange hanno ricordato quelli che ora riconoscono come i primi sintomi di CTE già ai tempi liceali e poi universitari di Patrick: non riusciva a capire la gravità di perdere interi corsi; una volta se ne andò a Seattle a fare un provino per una squadra, tornò e si accorse di essere stato licenziato. Avrebbe dovuto lavorare, ma non aveva chiesto al datore di lavoro, un semplice bar, il permesso. Dopo pochi anni iniziò la depressione.

«Aveva questo spaventoso accumulo anormale di proteina tau» ha detto la dottoressa Ann McKee «e nessun segno di altri disturbi. Era un caso di pura CTE».

La Boston University School of Medicine ha, tra gli altri, riscontrato un’encefalopatia traumatica cronica nell’ex giocatore di rugby Barry Taylor, un australiano settantasettenne con 19 anni di professionismo alle spalle. Taylor iniziò a soffrire di problemi cognitivi a cinquant’anni, e a sessanta arrivò una demenza in forma grave. Il figlio, Steven, ha spiegato al New York Times di quando, durante una passeggiata in cui il padre sembrava silenzioso e sfuggente, gli chiese «come ti chiami?». Barry guardò il figlio e fece spallucce, senza dire niente. Il cervello di Barry Taylor, in una scala di gravita della CTE che va dal valore 1 al valore 4, è stato classificato al quarto livello. «Aveva questo spaventoso accumulo anormale di proteina tau» ha detto la dottoressa Ann McKee «e nessun segno di altri disturbi. Era un caso di pura CTE».

Anche la morte di Jeff Astle, leggendario attaccante inglese del West Bromwich Albion, avvenuta nel 2002 a 59 anni, è stata associata dal coroner alla CTE. Nello specifico, la CTE e la demenza che ha sofferto nei suoi ultimi anni sono state a loro volta collegate ai ripetuti colpi di testa di Astle durante la sua ventennale carriera. A dicembre del 2013 è stato registrato il primo caso di CTE su un giocatore di baseball. Più la ricerca avanza, più casi di CTE vengono scoperti. I problemi principali, al momento, sono due: il primo è che la CTE può essere diagnosticata soltanto dopo la morte, attraverso l’analisi del cervello del defunto; il secondo è che la CTE ci sta dicendo: anche lo sport può, senza troppi problemi, uccidere.

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