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Miracolo colombiano

Il successo della nazionale della Colombia è il frutto di una attenta pianificazione sportiva: che parte dagli insuccessi del 2010, passa per una rivoluzione politica, sboccia nel ciclismo e fiorisce al Mondiale brasiliano.

Su Twitter era partita la solita girandola di insulti a caratteri numerati. «Siete la vergogna del Paese», scrivevano. Uno aveva paragonato i giocatori addirittura a dei pachidermi, lenti e così pesanti, mentre gli altri, gli avversari, loro sì che andavano a tutta. Sembravano «berlinas y jet F22», praticamente imprendibili. Era finita con i giocatori della Colombia che imboccavano il tunnel per gli spogliatoi sbattendo i pugni, con i tifosi che dagli spalti fischiavano i giocatori, e con il ct Eduardo Lara che si era presentato ai giornalisti con le occhiaie scavate nell’indolenza, catalizzando su di sé la colpa di quella disfatta in piena regola. Ma queste cose servono solo agli squali delle Tv. Dopo che hai perso contro il Cile e non ti sei qualificato al Mondiale, cosa diavolo puoi dire alla gente colombiana che ti sta guardando? «Sono l’unico responsabile», aveva detto Lara. Gli errori che abbiamo commesso sono una mia responsabilità, aveva aggiunto, e anche questo suonava politicamente corretto. Ma intanto in Sudafrica c’erano andati gli altri, la Colombia era rimasta a casa, a bocca asciutta, e ormai succedeva da dodici anni.

Luis Bedoya è seduto davanti alla televisione quando la Nazionale perde l’ultimo volo per il Mondiale del 2010. Si è versato un bicchiere d’acqua senza bollicine per annacquare la rabbia, e poi deve aver pensato che il suo paese non meritava quello schifo. Alla fine si è messo a telefonare: bisogna agire, mica guardare il calcio colombiano colare a picco. Da tre anni Bedoya è a capo della Federazione. Ne ha convinti pochi, e la rielezione forse se l’è giocata. Ma prima di cedere alle critiche Bedoya decide di convocare una riunione fondamentale. Per lui non è importante capire i motivi della mancata qualificazione, vuole programmare la qualificazione all’altro Mondiale, quello in Brasile, l’evento che avrebbe mandato in subbuglio il Sudamerica intero, anzi tutto il mondo, ma di più il Sudamerica che è una delle patrie del calcio, e quando è così la Colombia non può certo restare a guardare. Il 30 novembre 2009, cioè un mese e mezzo dopo aver fallito l’accesso alla fase finale della Coppa del Mondo in Sudafrica, all’Hotel Las Americas di Cartagena Bedoya prende parte a un meeting. Due giorni con un programma fittissimo, riunioni dalle otto alle sette di sera, tavoli, workshop. Ci sono tutti.

«Dobbiamo muoverci in maniera intelligente, strategica, programmatica. Il calcio è di tutti, e tutti insieme dobbiamo escogitare il modo per risvegliare l’orgoglio della nostra Selección»

Sono stati convocati i principali interpreti del calcio colombiano: i membri del comitato esecutivo della Colfùtbol, e anche i dirigenti dei 36 club professionistici di Serie A e di Serie B colombiana. Alla fine, davanti ai microfoni, Bedoya dirà: «Dobbiamo muoverci in maniera intelligente, strategica, programmatica. Il calcio è di tutti, e tutti insieme dobbiamo escogitare il modo per risvegliare l’orgoglio della nostra Selección». La luce dei Supercampeones degli anni ’90 è ormai un bagliore lontano. La gente che ha visto Valderrama, Asprilla e Freddy Rincón ha come la sensazione di vivere in un batuffolo di nostalgia. Eppure il calcio in Colombia è una fede collettiva, che si nutre molto più del presente che di ricordi.

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Rinnovamenti

Per la Colombia quelli alle porte sono anni di rinnovamento. A giugno del 2010 viene eletto presidente Juan Manuel Santos. È il successore di Alvaro Uribe, ha preso il 69 per cento dei voti e ha battuto Antanas Mockus, che invece ha chiuso al 27,5. Santos ha studiato economia ed è membro del clan che ha controllato a lungo il colosso editoriale El Tiempo. È un uomo dalla fronte alta e con gli occhi che sembrano spilli. In un’intervista pre-elettorale aveva sottolineato che il suo governo non sarebbe stato una copia carbone di quello di Uribe. «Più che una differenza nelle politiche, ci sarà una differenza nelle priorità» aveva detto. E una volta eletto, a Bogotà, in uno dei primi discorsi alla nazione, Santos parla di «unità nazionale», di «armonia», di come sia «giunto il momento di lavorare insieme per la prosperità della Colombia». Naturalmente uno dei principali veicoli è lo sport. Santos l’ha praticato, come tutti i colombiani ne è affascinato, e ora che è al governo vuole fare qualcosa per la crescita generale delle pratiche sportive.

Nel 2011 entra in vigore la legge 1445, o “Ley del Fùtbol“. È un momento importante, perché la legge democratizza la partecipazione dei club professionistici al mondo sportivo. La quotazione in borsa, certo, ma anche sanzioni per chi non soddisfa i pagamenti degli stipendi per più di due mesi. Addirittura il ritiro dal campionato nei casi peggiori. E poi la sicurezza negli stadi. Nel corpo del progetto si parla di severe misure contro la violenza associata al terrorismo e agli atti vandalici in cui sono coinvolti i tifosi. Per alcuni casi sono previste pene di cinque anni, per altri dieci di carcere. La legge impone ai club l’invio a Coldeportes (Instituto Colombiano del Deporte) delle informazioni complete di chi sono gli azionisti. E a sua volta Coldeportes la gira alla Unità di Informazione e Analisi del Ministero di Azienda, incaricata di rilevare automaticamente eventuale riciclaggio di denaro. Prima le società sportive tiravano avanti con i soldi dei dirigenti, ma da qui in poi è un’altra storia. La norma garantisce la tutela dei giocatori, il pagamento per la sicurezza sociale, per la loro salute, per la pensione e anche per le tasse parafiscali.

È partito il programma “Supérate”, una vera e propria strategia nazionale di competizioni sportive per tutti i bambini, gli adolescenti e i giovani negli oltre 1.100 municipi della Colombia.

Ma che cos’è Coldeportes? Di fatto è il Ministero dello Sport, un ente che valuta ogni aspetto, in basso come in alto. Controlla, amministra, gestisce. Garantisce. Era stato istituito nel 1995, e negli anni ha aumentato via via il carico di mansioni, il dialogo con le federazioni e, naturalmente, con il governo. A dirigerlo Santos vuole Andrés Botero. Da giovane Botero è stato campione nazionale di sci nautico per dieci anni consecutivi, e poi campione del Sudamerica e anche del mondo. Ha lavorato come presidente del comitato olimpico colombiano e come vicepresidente del quello sudamericano. Botero è un uomo di sport conosciuto dalla gente. «In questi quattro anni» mi acconta Botero «abbiamo portato a termine una serie di cambiamenti molto importanti. Abbiamo costruito quattrocento impianti sportivi in tutto il paese, anche dove non c’era niente». È partito il programma “Supérate”, una vera e propria strategia nazionale di competizioni sportive per tutti i bambini, gli adolescenti e i giovani negli oltre 1.100 municipi della Colombia. Sono stati coinvolti più di due milioni di bambini. «E per lo sport sono stati finanziati duecentocinquanta milioni di dollari. Vogliamo scovare nuovi talenti, assicurando la crescita dei nostri figli. Questo è lo sport. Questa è la nostra gioventù, e la faccia del nostro Paese è cambiata in pochi anni», mi dice alla vigilia della partita con il Brasile.

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Il caso del ciclismo

Uno dei casi meglio riusciti riguarda il ciclismo. La Colombia è grande 1,5 milioni di chilometri quadrati. A nord c’è il mare, a ovest è montuosa per oltre un quarto della superficie, e a est è bassa e pianeggiante. Ci sono le condizioni territoriali ideali per allenare formidabili grimpeur. Nel 2010 il governo decide di investire fondi nello sport che si fa in sella. È Andrés Botero a lavorarci su. In Colombia vogliono allestire una squadra che non solo dia la possibilità ai giovani di crescere e valorizzarsi, l’obiettivo è dargli risalto a livello internazionale, partecipare ai grandi giri e alle competizioni di maggiore interesse mediatico. È un italiano, Claudio Corti, ad assumere la guida manageriale del progetto. Corti ha cinquantasette anni e una vita passata in bicicletta. È un bergamasco, la tigna è quella. L’affabilità è quella dei ciclisti, invece. Nel ’77 è stato campione del mondo dilettanti, professionista dal ’78 all’ ’89, da direttore ha già avuto esperienze in altre squadre, e sa come creare una buon gruppo. Ci vogliono due anni per mettere insieme il progetto. Alla fine nel 2012 nasce la Colombia-Coldeportes, una squadra formata interamente da colombiani giovani e audaci. Ad affiancare Corti, che fa il direttore generale, sono in tanti. Tra loro c’è David Evangelista, che si occupa della comunicazione, e poi ci sono i tre direttori sportivi. Due sono italiani, Valerio Tebaldi e Oscar Pelliccioli, ma uno degli uomini chiave è Oliverio Rincón.

Rincón ha quarantacinque anni, è un ex corridore che qualche corsa l’ha vinta. Sa come si costruisce un trionfo ma conosce anche il sapore della sconfitta, sa che nel ciclismo per riuscire ci vogliono due cose: i muscoli, e la testa. Ma soprattutto è un colombiano. Rincón potrebbe essere un personaggio di Marquez. Ha il naso ripido come una montagna. È finito nelle mani dei guerriglieri due volte, ma è ancora qui. È la figura di raccordo tra il mondo occidentale – l’Italia – e la Colombia. È lui l’uomo più vicino ai corridori, per tipo di mentalità, cultura, per ideologia. È l’unico colombiano a far parte di uno staff tecnico di una squadra professionistica. Corti ha tutti gli uomini giusti. E poi il governo colombiano ha stanziato 3 milioni di euro. La maggior parte se ne va negli stipendi (circa 2), 800mila nei viaggi aerei, un po’ nelle assicurazioni, un altro po’ nel materiale, 80mila nel passaporto biologico, e alla fine non resta granché. Altre squadre arrivano a investire anche dieci, quindici milioni di euro. Sono altre realtà, mondi privati, non appoggiate da una nazione intera.

I colombiani sono sempre andati forte in salita, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando: il loro non è più un ruolo da comparse.

Quella di Corti, invece, ha tutt’altre ambizioni. Il primo anno è decisivo. I buoni risultati convincono gli organizzatori a invitare la squadra di Corti – che nel frattempo si era chiamata Team Colombia – al Giro d’Italia dell’anno successivo, il 2013. Sono ventidue anni che una squadra colombiana non partecipa a una manifestazione così prestigiosa e, incredibile, il 25 maggio, sulle Tre Cime di Lavaredo, dietro un prodigioso Vincenzo Nibali arrivano in tre. Sono Fabio Duarte, Rigoberto Urán e Carlos Betancur. Urán corre per la Sky. Betancur porta i colori dell’Ag2r. Ma Duarte è uno dei diamanti del Team Colombia, e uno dei più brillanti. Andrés Botero, che è sul traguardo, è un uomo felice. I colombiani sono sempre andati forte in salita, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando: il loro non è più un ruolo da comparse, il corridore colombiano si sta responsabilizzando, imparando a gestire le energie, a capire come si vince. E infatti quest’anno sono stati in due a contendersi il Giro: Nairo Quintana e ancora Rigoberto Urán, che ancora ha sfiorato il gradino più alto del podio. Sul palco di Trieste, il 1 giugno, Quintana ha in braccio la piccola Mariana, vestita di rosa come il papà. Piove. C’è il solito vento che tira in questo spicchio di Italia, a rendere ancora più evidente le decine di bandiere colombiane.

C’è qualcosa di più profondo che distingue questo popolo. Il loro è un nazionalismo romantico, un attaccamento commovente ai colori della bandiera. Tutti cantano l’inno, qualcuno tiene la mano sul cuore. Ma questo senso di identità non si risveglia solo con un vincitore, è un dato generale. Team Colombia, per dirne una, non è la squadra nazionale di ciclismo. Eppure la gente ci si identifica, in un momento di partecipazione corale. Perché non basta l’esplosione dei talenti per giustificare questo sentimento. C’è di più. C’è progettazione. L’accordo tra la Coldeportes e Corti, per esempio, sta per essere rinnovato. «Il progetto di questo Team era partito con un primo ciclo triennale, che si esaurisce quest’anno» ha detto Botero «ma credo ci sia la volontà comune di inaugurare un nuovo ciclo a partire dal 2015, per proseguire il percorso di una formazione amatissima dal pubblico colombiano e che ha trovato grande considerazione e rispetto a tutti i livelli del ciclismo mondiale». Ma le cose le fanno bene o lasciano stare: «Il nostro obiettivo è quello di guadagnare la riconferma al Giro e disputare per la prima volta il Tour de France». Da una parte la mirata valorizzazione dello sport e degli atleti – Team Colombia, appunto – dall’altra il sostegno di un sistema che non è fondato sullo sport, ma lo usa come veicolo per l’unità.

La nazionale di calcio

Cacciato Lara, il 18 aprile 2010, a pochi giorni dalla designazione del nuovo dt, i giornali El Tiempo e La W indicono uno sondaggio per sapere chi è il preferito dal popolo. Vengono prese a campione tredici città, interpellate settecento persone telefonicamente, e alla fine viene fuori che quasi tutti vogliono Leonel Álvarez, “il ct della gente”, titoleranno, per un totale del 41,9 per cento delle preferenze. Bedoya aspetta, prende tempo, è una decisione delicata perché di lì a un anno cominciano le qualificazioni al Mondiale in Brasile: non si può sbagliare. Alla fine viene scelto Hernán Darío “Bolillo” Gómez. Álvarez fa il suo vice. Secondo molti Gómez è l’uomo giusto. È l’ultimo selezionatore ad aver portato la Colombia a un Mondiale (Francia ’98). È popolare, e la prima dichiarazione è mirata, neanche a dirlo, sull’unità nazionale: «Avremo bisogno dell’appoggio di tutto il paese». Peccato che di lì a qualche tempo “Bolillo” finisca in uno scandalo per aver messo le mani addosso a una donna fuori da un bar.

Álvarez conosce il peso della sua posizione. C’è grande allegria intorno all’ex campione della Selección. Ma i risultati sul campo non sono quelli sperati.

L’8 settembre 2011 Álvarez prende il suo posto. Ha giocato dodici anni in nazionale, ha disputato tre eliminatorie per il campionato del mondo, più di cento partite internazionali. Álvarez conosce il peso della sua posizione. C’è grande allegria intorno all’ex campione della Selección. Ma i risultati sul campo non sono quelli sperati. La parola d’ordine è vincere, non sono ammesse opzioni. E la Colombia la prima a La Paz contro la Bolivia la vince, sì, ma al 92′ con un gol di Falcao. Però la squadra c’è, c’è, non brilla ma c’è. A novembre, a Barranquilla, arriva il Venezuela. Gli uomini di Álvarez sono carichi, fanno gol dopo 11′ con Guarìn, ma a una manciata di minuti dalla fine Feltscher segna l’1-1. Quattro giorni dopo c’è l’Argentina. Nell’inferno di Barranquilla, la Colombia capisce che qualcosa non va. Sono stati fatti dei passi indietro dopo la vittoria a La Paz, e si vedono. Pabón fa gol a 1′ dalla fine del primo tempo, ma quando dall’altra parte c’è Messi uno non basta mai. E infatti prima la Pulce pareggia, poi Aguero, a 7′ dalla fine, segna pure il 2-1. Di perdere in casa contro gli argentini non gli succede dal ’97. Eh no, allora ci risiamo. Di questo passo la qualificazione non la conquisti mica. Cinque giorni dopo Bedoya è nel suo ufficio, tiene la testa del ghiaccio. Il Comitato esecutivo della Federazione ha già svolto tre commissioni, analizzato la relazione di Álvarez, ma gira e rigira le strade sono tre: tenerlo, richiamare “Bolillo” o cacciarlo. I membri del Comitato esecutivo votano e in quattro sono favorevoli alla cacciata di Alvarez, rimasto in panchina per appena 96 giorni. A quel punto i capoccia della federazione si guardano: «E adesso, chi ci mettiamo?».

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Brasile 2014

José Pekerman, ecco chi. È figlio di emigranti ucraini, ha l’aria del vecchio docente di filosofia in pensione, di quelli a cui chiederesti di parlati della Critica di Kant fino al tramonto. Lo chiamano el Profé, è taciturno, circondato da una strana luce invisibile. Solo che Pekerman è argentino. Negli anni ’70 ha giocato in Colombia, nell’Atlético Nacional, ma a ventotto anni si è fatto male ed è dovuto tornare in Argentina. I tempi duri erano già cominciati sotto il fango della dittatura militare del generale Videla e una Coppa del Mondo era stata organizzata – e vinta – per coprire il tutto. Le finanze scarseggiano e tutto quello che possiede José è una Renault 12 che guida per fare il tassista. Di calcio, almeno per un po’, parlerà solo con i passeggeri. Ma Pekerman il calcio ce l’ha nel sangue e quando gli danno la panchina dell’Under 20 argentina el Profé non sbaglia un colpo. Vince tre volte il Mondiale U-20, due volte il Campionato Sudamericano. È lui, è l’uomo giusto. Perché la Colombia i campioni li ha, certo che li ha. Mancava il tassello per tenerli insieme. Bedoya, Botero e tutte le alte sfere del mondo politico e sportivo colombiano lo scelgono senza esitare troppo, e il 6 gennaio 2012 Pekerman diventa nuovo dt della Colombia.

Pekerman si lascerà andare a una dichiarazione profetica: «Dio ha dato ai colombiani questi giocatori. Hanno mostrato di che pasta sono fatti. Questa squadra non mollerà mai»

Vanessa, la figlia maggiore che è nata a Medellín, lo avverte: «Papà: o sì o sì, dobbiamo andare al Mondiale». E anche il presidente Santos, che è a metà del suo mandato, in campagna elettorale aveva promesso la qualificazione al Mondiale in Brasile. Questa volta non si può proprio sbagliare. A giugno la Colombia vince a Lima contro il Perù. Perde con l’Ecuador, ma la partita dopo, con l’Uruguay, i Cafeteros vincono 4-0. Il capolavoro, però, è contro il Cile. A Santiago del Cile la nazionale di Pekerman vince 3-1, segnano Rodriguez, Falcao e Gutierrez. Il gruppo è forte, Pekerman li plasma. La qualificazione arriva a ottobre del 2013. Si gioca a Barranquilla, è il ritorno della sfida con il Cile, ma il primo tempo finisce 0-3 per le furie di un altro argentino, l’altro, Sampaoli, che allena i cileni. I gol li hanno fatti Vidal e Sanchez. Negli spogliatoi Pekerman dice quello che deve dire, bada al sodo, andando dritto dritto all’orgoglio. Così nel secondo tempo la Colombia rimonta con un gol di Gutierrez e due di Falcao. Dopo, beh dopo è l’apoteosi. La Colombia va al Mondiale, dopo sedici anni. Pekerman si lascerà andare a una dichiarazione profetica: «Dio ha dato ai colombiani questi giocatori. Hanno mostrato di che pasta sono fatti. Questa squadra non mollerà mai».

Un poeta, Fernando Escobar Borrero, gli dedica un componimento. A dicembre, invece, lo scrittore colombiano Juan Esteban Constain scriverà che «quest’anno il personaggio dell’anno è un argentino con il sorriso e la faccia di Roger Waters». Pekerman, insomma, «che ha fatto davvero un miracolo». Il resto è presente, ed è già nella storia. Senza Falcao, che si è fatto male prima della spedizione, al Mondiale in Brasile la Colombia ha superato il girone senza tanti fronzoli. Poi ha varcato la soglia dei quarti battendo l’Uruguay e svelando al mondo una nuova stella, quella del 10 di James Rodriguez. Pekerman è l’uomo dei sogni: ma non ha (ri)svegliato l’orgoglio nazionale, l’ha colorato. Tutti hanno una maglietta della nazionale nel cassetto, e sono più di quaranta milioni. Su Twitter è stato creato un hastag, #GraciasMiSeleccion, Grazie Mia Nazionale, e in giro non ce n’è uno che non abbia comprato una bandiera da mettere alla finestra. Molti girano con la maglietta addosso, persino sul lavoro. Tassisti, commessi, baristi. A Fortaleza si gioca Brasile-Colombia, e vale la semifinale. Affrontano i padroni di casa, ma i colombiani ci credono. A Bogotà, negli hotel di lusso, i concierges non accolgono i turisti in livrea: indossano la camiseta della nazionale. E quando un campanello suona, e c’è un altro turista da registrare, il sorriso di chi arriva da molto lontano si apre in lampo di stupore: «Ci credete davvero, eh?». Ma sì, dai. Certo che ci credono. È così che si vive meglio.

 

Nell’immagine in evidenza, i giocatori colombiani festeggiano dopo la vittoria contro l’Uruguay, Mondiale 2014. Nel testo, Carlos Valderrama in azione ai Mondiali del ’98; Nairo Quintana vince il giro d’Italia;  José Pekerman durante Colombia – Uruguay. Getty Images

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