Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Milano da bere #4

Per "Tempo di Libri" abbiamo chiesto a 6 autori di scrivere un testo sul loro rapporto con Milano e il bere: questa è una storia di Negroni e nostalgia.

Per festeggiare Tempo di Libri, la nuova fiera del libro di Milano che si terrà da mercoledì 19 aprile a domenica 23, Studio ha commissionato a sei autori altrettanti testi che raccontassero il loro rapporto con la città e il bere, un aspetto che coinvolge la nostra vita sociale e le nostre abitudini, e uno dei modi migliori, a nostro avviso, per descrivere le atmosfere di Milano. La collaborazione tra la rivista e la fiera è arrivata giovedì 20 aprile al Bar Basso, dove dalle 19 in poi si è tenuto un cocktail party in cui i racconti pubblicati sul sito sono stati presentati in un’edizione speciale su carta insieme all’ultimo numero di Studio.

 

«Abbiamo cominciato con i gin tonic (due ciascuno), per poi passare a una quantità pazzesca di vino rosso di non eccelsa qualità. Io ho cercato di fare del mio meglio per tenere il passo di Burgess, che, alle cinque, aveva preso a bere un brandy doppio dopo l’altro come se si trattasse di una gara: tre sorsate, sollevava il bicchiere e ne ordinava un altro. Alle sei ha chiesto un gin tonic. Che ha posto fine alla seduta, sebbene per qualche istante io abbia avuto l’impressione che stessimo per ricominciare, o meglio rivivere, tutto daccapo».

I saggi e gli articoli letterari di Martin Amis sono pieni di osservazioni del genere: non c’è quasi scrittore che vada a intervistare con cui non divida uno, due, tre, infiniti bicchieri. Soprattutto con quelli, come Burgess e Ballard («arrivai a casa di Ballard alle undici del mattino e mi accolse al grido di: “Whisky! Gin! Vodka!”»), che frequentava fin da ragazzo in quanto amici del padre Kingsley.

All’epoca non esistevano traduzioni italiane dei saggi di Amis: era René che ci passava le fotocopie degli originali inglesi, seduti al tavolo mentre bevevamo Negroni, l’altra scoperta a cui ci aveva introdotti. «La mia vita privata era alquanto bohémien, hippy ed edonistica. Diciamo pure tranquillamente debosciata. Ma in fatto di critica letteraria avevo principî morali ferrei. Non facevo che leggere libri di critica: mi portavo dietro i miei Edmund Wilson e William Empson praticamente ovunque: nella vasca da bagno, in metropolitana. Prendevo questa faccenda molto sul serio». La nostra vita non era particolarmente bohémien, hippy ed edonistica – tutt’altro, forse solo un po’ debosciata, almeno a giudicare da tutto quello che bevevamo: un Negroni dopo l’altro «come se si trattasse di una gara» – ma ci piaceva crederlo. Quello che ci seduceva, quello che fregava quel gruppo di ventenni studenti di Lettere, credo, era l’idea che la critica fosse qualcosa da prendere sul serio, una questione di vita o di morte, e non quello che il resto del mondo, già alla fine degli anni Novanta, considerava poco più che antiquariato.

O forse a sedurci era René, quel suo sfidarci silenzioso e costante a essere come lui, leggere come lui, bere come lui o almeno tenere il suo passo. Eppure fu proprio lui il primo a smettere di crederci. Interrotto il dottorato a pochi mesi dalla tesi, aveva abbandonato l’accademia e si era trasferito a Milano con la fidanzata. Non avevamo mai conosciuto quella ragazza con cui stava da sempre, e ogni volta che provavamo a indagare lui faceva cadere il discorso. Sapevamo solo che era di Milano, studiava architettura e Michele, che l’aveva vista una volta, diceva che aveva gli occhi verdi. René e Occhi Verdi si prendevano e lasciavano a intervalli regolari, si imbarcavano in lunghissimi viaggi nell’Europa dell’Est, si tradivano all’insaputa l’una dell’altro ma più spesso sbattendoselo in faccia. Avevo l’impressione, per il poco che riuscivo a capirne, che fosse René a inseguirla.

Dopo il dottorato ci perdemmo di vista con gli altri, ma con René mantenni i rapporti ancora per qualche anno. In quel periodo anch’io stavo con una ragazza di Milano: così quando andavo a trovare lei per qualche giorno, mi ritagliavo un paio d’ore per passare a salutare l’amico. Che mi accoglieva sempre con le stesse parole: «Sono le quattro, l’ora del Negroni!» Mi sembrava un po’ presto, ma delle tante colpe di cui mi sono macchiato nella vita di certo non c’è quella di negare un Negroni a un uomo assetato. Che fossero le quattro, le tre, o le due, era sempre l’ora giusta per scivolare in una lenitiva nebbiolina rossastra. Grazie a quelle visite imparai a conoscere tutti i bar più famosi di Milano. Poi quelli meno famosi. Fino ai buchi più anonimi, i bar dello sport, quelli da pausa pranzo, i bar tabaccherie, quelli foderati di slot, gli angoli bui nei viali assolati della periferia. Ogni volta mi dava appuntamento in un locale diverso, in una zona che poi facevo fatica a ritrovare ma i cui nomi, su di me forestiero, gettavano un provinciale incantamento: Porta Romana, Lambro, Portello, Ghisolfa, Turro, Ortica, Giambellino.

Riuscivo ancora a perdermi a Milano. Per molto tempo sono stato ingannato dalla discrezione con cui le strade tracciano delle circonferenze intorno al centro. Mi facevo sorprendere dall’apparire improvviso di una via che non avevo previsto di incrociare, da stazioni della metro che non erano dove dovevano essere, da quartieri che all’ennesima visita non riuscivo ancora a collocare. Il mio senso dell’orientamento – la capacità di astrarre da uno spazio fisico una matrice di tempi e distanze tra le cose – a Milano, semplicemente, non funzionava. Abituato alla bidimensionalità ortogonale di Torino e ancora più profondamente alla linearità della cittadina ligure in cui ero nato, visitare Milano era spiazzante come l’irrompere della sfera nel mondo piatto di Flatlandia. E, certo, non escludo che c’entrassero anche i Negroni nel primo pomeriggio.

L’ultima volta René lo incontrai in un bar di cinesi dalle parti di Cimiano. Doveva essere l’estate di un anno pari, perché il televisore alla parete trasmetteva una partita dei mondiali, Cile-Bulgaria o qualcosa del genere. Il telefonino del barista aveva una suoneria incredibilmente molesta in cui una voce italiana ripeteva soltanto Coppa dei campioni coppa dei campioni coppa dei campioni. Trovai René accanto a una sambuca con la mosca, piegato su un cellulare su cui stava giocando a Angry Birds. Sollevò la zazzera riccia che gli era valsa il soprannome (era la versione bionda dei capelli di René Higuita) appena il tempo di ordinare due Negroni. «Gliel’ho insegnato io, a farlo» disse. Poi lasciò parlare me, anche se riuscivo solo a accumulare banalità. Gli chiesi come andava con Occhi Verdi. Si erano lasciati, disse, non si vedevano più dopo che lei era stata dimessa. Disse che ciò che è imperdonabile non dev’essere perdonato. Poi spense Angry Birds e sollevò la testa. Mi guardò e, con una di quelle sue improvvise accensioni, mi disse che aveva tradotto una poesia di Bolaño. «Los perros románticos. La vuoi sentire?» Ricordo ancora gli ultimi due versi. Li ho sempre ricordati perché, più o meno, furono le ultime parole che ci scambiammo:

Sono qui, dissi, con i cani romantici

e qui resterò.

Molti anni dopo conobbi Martin Amis di persona. Avevo caldeggiato e curato la traduzione dei suoi saggi per la casa editrice in cui avevo iniziato a lavorare, e quel giorno lo accompagnavo a ritirare un premio nelle Langhe. A bordo della piscina dell’albergo in cui si sarebbe tenuta la premiazione bevevo un aperitivo in attesa della cena ufficiale. Il tramonto stava per cancellare le colline davanti a noi quando mi voltai verso la facciata dell’edificio: sul balcone di una stanza al secondo piano vidi Amis da solo, seduto su una sedia di plastica, fumare lentamente una sigaretta. Ogni tanto si alzava nervoso e percorreva avanti e indietro quel piccolo spazio, poi si risedeva e riprendeva a fumare distante. Qualcuno mi aveva detto che aveva smesso di bere, anche se a cena non tenne troppo fede a quella diceria. «Bevevamo perché altrimenti le giornate erano troppo lunghe»: non so più se Amis lo disse a tavola quella sera, o se l’ho letto in uno dei suoi saggi, se lo fa pronunciare a uno dei suoi personaggi oppure se me lo sono sognato.

Qualche giorno fa ricevo un messaggio via Facebook: è René. Mi aggiorna sugli ultimi anni, e non potrebbero essere più fedeli al suo personaggio: adesso vive nella parte turca di Cipro, sta sempre con Occhi Verdi e hanno avuto una figlia. René ha una figlia! Al confronto che abiti nella parte turca di Cipro appare quasi scontato. Mi gira una foto: è una bimba bellissima, bionda, il faccino pacioccoso ma con lo stesso sguardo malinconico del padre. Terminata la conversazione – «ci ribecchiamo, dài. Non torni mai in Italia?». «Sì, sì, certo. Magari ci facciamo ancora un negroni dai cinesi» – mi viene la curiosità di rileggere i Cani romantici. Ritrovo il testo in rete e mi rendo conto di una cosa. E cioè che il senso della poesia è molto diverso da quello che ricordavo, da quello che suggerivano i due versi selezionati dalla memoria ed estrapolati dal contesto:       

Un sogno dentro un altro sogno.

E l’incubo mi diceva: crescerai.

Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto

e dimenticherai.

Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.

Sono qui, dissi, con i cani romantici

e qui resterò.

 

Le traduzioni di Martin Amis sono di Federica Aceto (da La guerra contro i cliché, Einaudi 2014), i versi di Bolaño sono tradotti da Giorgia Esposito.
Foto: Delfino Sisto Legnani.
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg