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Le serie tv del 2016

I dieci migliori titoli televisivi dell'anno per la redazione e i collaboratori di Studio.

The Young Pope (Sky/Hbo/Canal+)

Come Woody Allen con la sua produzione cinematografica, pure io, nella più modesta carriera di telespettatrice consapevole, vado per fasi: una tarda adolescenza in compagna di show sitcom-eschi che vertono all’assurdo (Seinfeld, South Park); una giovinezza affascinata da serie romanzesche che danno il meglio di sé nel lungo termine, con giochi di porte che si aprono e si chiudono (I Soprano, Breaking Bad, Battlestar Galactica); adesso invece guardo tutt’altro genere di cose, più appaganti nel breve termine, come BoJack Horseman e Transparent. shadow_image_104164Non so bene se sia la maturità, oppure lo spirito dei tempi, ma sempre più spesso mi capita di vedere serie che puntano al micro, all’istantanea, alle piccole epifanie: un po’ questa cosa mi piace, cioè mi appaga, un po’ mi chiedo se non ci stiamo rimettendo in complessità. In questo The Young Pope, che da noi è andato in onda su Sky Atlantic a novembre e negli Usa sarà trasmesso a gennaio da Hbo, è una felice miscela del prima e del dopo; e dunque la considero la serie dell’anno, che poi è stato l’anno delle serie italiane, perché, come spesso capita con i punti d’incontro, può essere anche un punto di partenza. Da prodotto sorrentiniano, The Young Pope tende all’estetizzante e alla catarsi; però, come più si addice a una serie tv, inizia nei panni di una cosa e finisce che è tutt’altra, è La grande bellezza che incontra Il Divo che incontra House of Cards che incontra Habemus Papam che incontra Transparent. (Anna Momigliano)

 

Gomorra – La serie (Sky)
shadow_image_110383Ho pochi dubbi sul fatto che la seconda stagione di Gomorra sia stata la serie dell’anno. Un salto di qualità enorme anche rispetto alla già ottima prima stagione, che però aveva ancora a mio parere scelte di scrittura abbastanza tradizionali (l’apparente storia con più filoni finiva per confluire in un’unica macrostoria). Qui invece i filoni continuano a scorrere paralleli fino alla fine, il modello è chiaramente The Wire, e il confronto non è affatto umiliante per la serie italiana. Il che non solo ci permette di non piangere più al pensiero delle fiction Rai o Mediaset, dei preti o degli eroi civili – ricordare la criticatissima scelta di non rappresentare una parte “buona” – ma anche di guardare una cosa ambientata in Italia e recitata nella nostra lingua senza nessuno sforzo, anzi con la fame di andare alla puntata successiva, cosa sempre più rara anche con le serie americane. Per settimane in redazione abbiamo ripetuto battute della serie e ci siamo assegnati i ruoli come fanno i ragazzini, e questo più di tutto dà la misura di quanto il racconto abbia sfondato le barriere dell’incredulità anche in spettatori assuefatti e viziati. Ma se noi abbiamo fatto i ragazzini, Gomorra è la serie che ha fatto diventare adulta la tv italiana. (Cristiano de Majo)

 

Westworld (Hbo)
shadow_image_110394È stato stressante guardare Westworld e ogni martedì parlarne con gli amici, soprattutto all’inizio. Confrontare la nostra comune sete di sapere-cosa-succederà, le decine di possibili teorie e la bellezza dell’esercizio di creare teorie. Perché ogni volta qualcuno riusciva a dire: speriamo non faccia la fine di Lost. Perché io non ho mai visto Lost, e naturalmente, come succede con tutti gli appuntamenti dello Zeitgeist da cui si rimane esclusi, sono arrivato a odiare Lost. A parte questo, è difficile dire perché per me Westworld è la migliore serie vista quest’anno. È difficile perché scrivere di cinema e televisione è difficile, se non si hanno i mezzi e l’esperienza, e io non li ho. Mi viene in mente però che potrei usare una categoria anche letteraria, con cui mi trovo maggiormente a mio agio. Mi viene anche in mente che ho amato così tanto Westworld perché l’ho cadenzata, ogni settimana, senza binge watching. Questa cadenza mi ha permesso di vivere, ogni martedì, le scene di cui sopra: immaginare, singolarmente e collettivamente, possibili sviluppi nella trama, identità nascoste dei personaggi, futuri tradimenti. Per fare questo, lo spettatore ha dovuto prendersi il tempo di ragionare, “far decantare”, come si dice, i sessanta minuti appena visti prima di passare a pensare ad altro. Westworld, ecco, ha acceso la mia attenzione sull’intreccio narrativo come non accadeva da tempo. È un potere bellissimo. (Davide Coppo)

 

The Crown (Netflix)
shadow_image_110938Per chi ha amato Downton Abbey e non sognava altro che upgrade anche sociali: non conti e marchesi ma veri reali, con uguali snobismi (si impara che anche tra sovrani si fanno degli snobismi) e al posto di citofoni e servitù e posaterie pur sempre di privati cittadini, addirittura centralini e telefonate di primi ministri, con la stessa tecnica del “close up” sia sulla Storia maiuscola che sulle suppellettili. Dunque sprigiona perfezionismo questo The Crown, con casting perfetto e una regina Elisabetta addirittura di inquietante somiglianza, e uno studio anche di diritto costituzionale e distinguo tra «consultare» e «avvertire» il Governo «nel nome di Sua Maestà» che farà felici i seguaci di Zagrebelsky così come le più assidue lettrici di Point de Vue. Con riflessioni anche sulla “più bella del mondo”, in questo caso non scritta: e sull’impatto in termini di Pil che casa Windsor ha prodotto (The Queen-The King’s Speech e ora questa Crown); e su referendum italiani sempre molto personalizzati e forse malintesi. E chissà dunque come sarebbe andata con Umberto regnante, e Maria José antifascista, coppia molto aperta, con dossier e leak e pugili, e le principessine che vanno coi primi calciatori sui rotocalchi in servizi “posati” e “rubati”. Mentre una serie italiana anche ben fatta, con Gifuni che grazie anche all’expertise paterna fa il giovane presidente Einaudi al Quirinale a 74 anni con la moglie donna Ida (Alba Rohrwacher) con cui dividono mezza mela nella Manica Lunga, pare molto molto più di nicchia. (Michele Masneri)

 

The Get Down (Netflix)
shadow_image_110227Tra le uscite culturali più attese di quest’anno, Baz Luhrmann ha infine tolto il velo dal suo costosissimo esordio nella televisione, posto che abbia senso chiamarla ancora così: i primi sei episodi di The Get Down, serie ambientata nei giorni della nascita dell’hip hop nel Bronx di fine anni Settanta, sono stati accolti con quelle che i critici d’oltreoceano definirebbero mixed reviews: scrivendone sul New York Times, Mike Hale ad agosto diceva che «il signor Luhrmann ha il solito vecchio problema: è meno interessato alla trama e ai personaggi di quanto non lo sia al suscitare emozioni profonde, come facevano i grandi musical di Hollywood». Non si sono contati i “confuso”, gli “incomprensibile”, i “senza una direzione chiara”; sul Sunday Times, The Get Down è stato definito nientemeno che «ostinatamente ottuso». Eppure Luhrmann ha fatto quel che gli si chiedeva: ha portato la sua estetica e la sua poetica nella New York del 1977 (quest’anno culturalmente iper-rappresentata, contando anche il caso editoriale di Città in fiamme), ci ha aggiunto la storia d’amore adolescenziale, i colori brillanti, i piani sequenza notturni sui tetti del Bronx, eccetera. Comprendo le ragioni di molte delle critiche attirate dalla serie (il pilot è un’esperienza complessa da digerire, certo, e la solidità della storia non è sicuramente il suo punto di forza), ma mi sento più affine a quelli – e sono tanti: l’88% del pubblico secondo RottenTomatoes – a cui The Get Down è piaciuto, e molto. È un’allegoria dichiarata, e altro non si poteva chiedere al regista di Moulin Rouge e Romeo + Giulietta, un cineasta per cui la massima concessione al “reale” è sfumare in maniera ispirata certi stereotipi e suggestioni. The Get Down non ha mai voluto essere realismo, e chi se ne importa: ci sono la sensibilità affascinante di Zeke, i club à la Studio 54, il «Drop Dead» di Gerald Ford, i palazzi distrutti del Bronx, un mondo di Puma rosse in pelle e risibili politicanti portoricani, ricreato da uno dei più grandi autori del nostro tempo. (Davide Piacenza)

 

The Affair (Showtime)
shadow_image_103728Le coppie che provano a sistemarsi, a stare insieme accontentandosi di sprazzi di armonia, facendosi tormentare da bambini troppo piccoli e da temporali troppo opprimenti, non sono molto interessanti, e infatti la seconda stagione di The Affair ha lasciato poco o niente nella memoria, se non ricordi di sensi di colpa mai sopiti, processi, ed ex mogli che vengono trattate come lebbrose: farsi piantare dai mariti potrebbe essere contagioso. Con l’inizio della terza stagione, pareva che ci si ritrovasse ancora immersi in quel mondo smagnetizzato: molti non detti, molte indagini, molti lividi, molti accenti francesi sorprendentemente poco sexy, ma la forza pazzesca di un tradimento visto dalla parte di lei e dalla parte di lui, che è il format di The Affair, sembrava evaporata senza rimedio. Quel che attrae però, nelle storie degli uomini e delle donne, non è tanto lei che vuole fare la brava madre (e Alison, in questo, è una fucilata al petto di ogni madre: l’abbandono, il ritorno, l’accettazione di essere guardata a vista, sei pericolosa Alison, non puoi stare da sola, la consapevolezza che con tutto quel nero dentro non si può essere brave madri), non è tanto lui che vuole raccattare frammenti di una vita passata e si fa male a ogni cosa che fa, quanto le passioni mai sopite, il cuore che procede con passi svelti e avventati, lasciando indietro la ragione, e contando di non incontrarla mai più. Per questo la terza stagione di The Affair è di nuovo una calamita. Sono tutti antipatici, tutti piagnucolosi, tutti inadatti e con i capelli troppo dritti, ma poi c’è Cole, l’irresistibile: il marito tradito, ombroso e bizzoso, che vale da solo il prezzo del biglietto, l’unico che ha preso una pistola in mano e l’ha puntata dritta contro il rivale, l’unico che ha urlato, pianto, tentato l’impossibile, l’unico che finge una vita normale e poi arriva da lei, la traditrice, e le dice che è pazza, ingestibile, insopportabile, un male inaccettabile per sé e per tutti, ma non si trattiene. Perché Cole non si è mai trattenuto, non è capace di farlo. Perché l’affair tra due ex è più sconvolgente di una miccia esplosa all’improvviso con uno sconosciuto incontrato per caso, è consuetudine mischiata a fallimento, è la certezza che non ci saranno altre occasioni, persino questa è di troppo, ma il cuore è già lontanissimo dalla ragione: baciami, sono io. (Paola Peduzzi)

 

Broad City (Comedy Central)
shadow_image_109945La prima serie tv che mi ha appassionato a tal punto da spingermi al binge watching è stata Mad Men, e nonostante prima di allora avessi già avidamente consumato moltissimi teen-drama, è stato certamente Don Draper a insegnarmi a vivere quelli che una volta si chiamavano telefilm in una maniera completamente diversa. Negli ultimi cinque anni ho visto davvero tantissime serie tv: molte erano belle, altre solo carine, altre ancora non mi hanno lasciato nessun ricordo degno di nota e mentre le vicende di Don arrivavano a conclusione, ho sviluppato una sorta di bulimica forma d’insofferenza nei confronti del formato seriale televisivo. In quest’ultimo anno ho scoperto che faccio ormai una fatica incredibile. Ho centellinato Gomorra e The Young Pope, ho mollato Westworld dopo la prima puntata ripromettendomi di approfondirla in seguito, solo una febbre e Winona Ryder mi hanno fatto finire The Crown e Stranger ThingsBlack Mirror e Mr. Robot sono stati una sofferenza quasi fisica. Se c’è una serie, però, che ho scoperto nel 2016 (con imperdonabile ritardo, lo ammetto) e che si è piazzata spavalda davanti a tutte quelle che “avrei” dovuto vedere, beh, quella è stata Broad City, scritta e interpretata da Abbi Jacobson e Ilana Glazer. Innanzitutto per il formato breve: le puntate durano una ventina di minuti e spesso sono talmente veloci che non fai in tempo a smettere di ridere per una battuta o un look strampalato di Ilana che ti trovi al jingle finale. Già questo provoca una sorta di strano sentimento di sollievo. E poi perché Broad City fa ridere, appunto, e anche tanto: le due protagoniste sono talmente scriteriate, a volte macchiettistiche, sfortunate e politicamente scorrette che non si può non amarle sin dal primo minuto. Prodotta da Amy Poehler, la serie nasce prima sul web: quella di Abbi e Ilana è una New York poco scintillante e molto realistica, fatta di appartamenti sgangherati e lavori precari. Le autrici sono degne eredi della migliore tradizione comica americana e Broad City è quella proverbiale boccata d’aria fresca che serve in una tivù che a volte si prende troppo sul serio. E non perché sia rinunciataria, anzi, perché Abbi e lana parlano di tutto e sfidano i cliché, televisivi e non, a partire da come si vestono fino alla maniera in cui vivono i loro interessi sentimentali. Immaginatele un po’ come le cugine pazze di Kimmy Schmidt, e capirete perché abbiamo un gran bisogno di loro. (Silvia Schirinzi)

 

Happy Valley (Bbc)
shadow_image_100668Il 2016 è stato l’anno della seconda stagione, e quello in cui grazie al provvido Netflix abbiamo (ho) scoperto pure la prima. Impossibile scegliere tra le due. La britannica Happy Valley è un’unica grande commedia umana, il poliziesco working class che avrebbe potuto girare Mike Leigh. C’è una poliziotta che mischia lavoro e vita, cioè un genero matto, una sorella alcolista, un ex marito tanto buono e tanto scemo. C’è poi l’umanità (molta, troppa) di Halifax, paesotto operaio e pettegolo: il modesto impiegato che fa di tutto per iscrivere le figlie alla scuola dei ricchi, la commessa di profumeria con l’hobby di ricattare gli amanti tonti, la maestrina che scrive ai carcerati e si sente un’eroina ottocentesca, il detective che non può perdere la faccia in società, il magazziniere di buon cuore, i tossici e le puttane di quartiere. Scrive e dirige una donna (Sally Wainwright), ed è una donna pure la protagonista: ci si chiede com’è che Sarah Lancashire (e con lei ogni faccia del cast) non abbia ancora vinto tutti i premi disponibili su piazza. Un racconto morale che non fa mai la morale, umanissimo e pure crudo, violento, meravigliosamente privo di quel conformismo perbenino che ha colpito il recente poliziesco tv americano. Siano sempre benedetti gli inglesi: uscite pure dall’Europa, purché continuiate a scrivere e recitare così, grazie. (Mattia Carzaniga)

 

Fleabag (Bbc)
shadow_image_108512Di Fleabag è stato detto che è l’esempio più riuscito di un nuova declinazione della serie televisiva, quasi un nuovo genere, la Sadcom. Non sono abbastanza competente in materia per sapere se questo sia vero, però indubbiamente con Fleabag si ride e si muore senza scampo. Sono sei puntate perfette prodotte da BBC3, scritte e interpretate da Phoebe Waller-Bridge. C’è chi l’ha descritta come la nuova Lena Dunham, e ha definito Fleabag la risposta britannica e sofisticata a Girls, ma è una forzatura. Le due autrici hanno la stessa età, però Girls è un coming of age, una storia di formazione, Fleabag è un’esilarante e straziante storia di deriva, una storia già adulta. La protagonista è, per sua stessa ammissione, «un’avida, perversa, egoista, apatica, cinica, depravata, moralmente in bancarotta, che non può nemmeno definirsi femminista», lo spettatore, continuamente interpellato dai suoi a parte, dalla rottura sistematica della quarta parete fatta di battute fulminanti, di sopracciglio alzato e ammiccamenti vaudeville, non può che empatizzare, un po’ perché la sua complicità è continuamente ricercata, e un po’ perché come non identificarsi? Non succede poi molto, sul piano della trama, in Fleabag. La deriva della protagonista è ricorsiva e senza direzione, un annaspare fatto di indimenticabile grottesco sessuale e sentimentale, conflitti familiari perfettamente irrisolti adoperando tutti i toni della farsa e di meschinità imbarazzanti – meschinità nelle quali, ovviamente, ci riconosciamo, e così nell’imbarazzo – il fatto che lei, Fleabag, sia “broken” come dicono i tanti articoli a lei dedicati, un’antieroina frantumata dal rimorso e dalla nostalgia, lo capiamo via via, man mano che si chiarisce la sua amarissima backstory. Phoebe Waller-Bridge, che ha creato la serie partendo da una sua fortunata pièce teatrale, è bravissima, magnetica. La rappresentazione aderisce così strettamente alla soggettiva della protagonista che non c’è quasi inquadratura dove non compaia lei, con la sua faccia lunga, un po’ femme fatale anni Quaranta, un po’ Buster Keaton. Non è che ne manchino, ultimamente, di antieroine variamente frantumate, variamente cattive, sui nostri schermi, ma Fleabag è la più originale, compiuta, e ti lascia addosso il leggero struggimento di pensare che sei puntate, sì, sono perfette ma sono proprio poche. (Flavia Gasperetti)

 

Untraditional (Nove)
shadow_image_103193A volte capita che certe opere, che siano libri, musica, film o che ne so, tutto, per quel che credo può capitare pure con i videogame, accanto al proprio valore ne acquistino un altro, solo perché arrivano da un posto da cui non ti aspetti che possano produrre niente del genere. Anche solo, banalmente, perché credi proprio che non abbiano la lingua per farlo, per dire certe cose. Non voglio correre il rischio di apparire troppo aulico (o per gli standard di qualcun altro politicamente scorretto), non faccio esempi calati da altri ambiti e altre nazioni (tipo il primo romanzo albanese) e vado al punto: non mi aspettavo che Untraditional potesse essere così bello. Non per sfiducia in Fabio Volo ma proprio perché non credevo sarebbe stato possibile girare in italiano una serie che non ha nulla da invidiare a Master of None o Lady Dynamite, cioè prodotti su cui ci sdilinquiamo molto di più. Che non esistessero le storie, le situazioni, o anche solo i tempi comici per ambientarla in Italia. (Non che non ci sia chi sa far divertire, ma non in questa forma). Credo che se Untraditional fosse apparsa su un’altra piattaforma e credo che se il protagonista non attirasse su di sé una quantità di pregiudizi (sciocchi? Si deve sempre ribadire che i pregiudizi sono sciocchi?), sarebbe stata accolta in altro modo. E anche i difetti sarebbero stati derubricati, come accade giustamente con i nuovi drama italiani, perché chi fonda qualcosa merita comprensione. A volte, nella gara a fare i critici di cultura pop, guardiamo solo tv straniera e ci dimentichiamo del nostro contesto. (Liste delle migliori fiction italiane dell’anno non ne sforniamo?). E, nel nostro contesto, Untraditional è unico. (Arnaldo Greco)

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