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Le cose migliori viste nel 2017

I film e le serie tv dell'anno per la redazione e i collaboratori di Studio.

Nel 2017 il cinema è tornato ad essere un argomento di conversazione, che accende e fa discutere. Basti pensare all’ambizioso Dunkirk: qui su Studio, ad esempio, c’è stato chi l’ha amato, salutandolo come il film dell’anno, e chi invece si è dimostrato a dir poco scettico, scrivendo «forse quello di Nolan non è neanche un film». C’è stato poi, quest’anno, tutto il filone dei grandi ritorni, da Twin Peaks a Star Wars, passando per Blade Runner: tra le cose scelte dai collaboratori e dalla redazione di Studio, però, non ne compare nessuno, almeno non tra i preferiti. Un segno che quest’anno, per quanto ci riguarda, nostalgie a parte, sono state le cose nuove a emozionarci di più. Se dovessimo sommare i voti di ciascuno, la serie dell’anno risulterebbe Mindhunter seguita al secondo posto da Big Little Lies.

 

Mattia Carzaniga

Lasciamo da parte tutte le cose bellissime (The Florida Project, The Shape of Water, Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che qui nel terzo mondo usciranno solo l’anno prossimo. Lasciamo da parte anche Dunkirk, che ha meritato le ottime recensioni dell’estate scorsa (pure su Studio), non ne servono di nuove. Il colpo di fulmine del 2017, praticamente solo mio, è The Meyerowitz Stories (New and Selected) di Noah Baumbach (nell’immagine), e lo è almeno per un paio di motivi. Il primo: c’è ancora gente che sa fare la commedia borghese, sa scriverla come si scrive un grande romanzo (i racconti del titolo, senza che nessuno perda mai l’altro), la dà in consegna a fighi senza pari (certo Dustin Hoffman, certo Ben Stiller, certo Emma Thompson, ma il migliore è Adam Sandler), e ci mette dentro una battuta che piango anche solo a ripensarla («I love you. I forgive you. Forgive me. Thank you. Goodbye»: chi l’ha visto sa). Il secondo: è stato uno dei titoli prodotti da Netflix presentati nel gran bordello di Cannes, col direttore Thierry Frémaux che prima li seleziona e poi dice che no, i film vanno visti in sala. Si dà il caso che molti di questi autori che in sala non li va più a vedere manco il loro pubblico di riferimento (vedi Baumbach) oggi possono sopravvivere solo grazie a Netflix e affini. Il discorso si aggancia al colpo di fulmine tra le serie, e cioè Mindhunter, dirige gran parte degli episodi David Fincher, produce sempre Netflix. È, lo sapete, lo psycho-thriller sull’origine dell’espressione “serial killer”, ma è soprattutto un racconto che si prende il tempo che vuole, in barba alle presunte regole del serial contemporaneo (la stessa cosa succede, per il coraggio di frammentare la narrazione, in quell’altra meraviglia che è la seconda stagione di The Crown, sempre a proposito del fatto che su Netflix non c’è niente). Ultima segnalazione obbligatoria tra le cose bellissime dell’anno passato è Big Little Lies, anche lì tempo che corre e tempo che si ferma, regole del giallo bellamente tradite perché quel che importa è il racconto dei personaggi, se poi come in questo caso sono favolosi (e favolosamente interpretati dalle attrici/produttrici Reese Witherspoon e Nicole Kidman, che dio le benedica) ancora meglio. La sintesi finale tra Netflix e donne (per la precisione: emancipazione delle) è quell’altra meraviglia ancora di Glow, ma ho finito le righe, ne riparleremo l’anno prossimo.

The-Meyerowitz-Stories-Noah-Baumbach

 

Matteo Codignola

Assunte in dosi omeopatiche o bingeate, parecchie serie tendono a dissolversi a contatto con l’aria – un fatto su cui gli apologeti spesso un po’ frettolosi della forma prima o poi farebbero bene a riflettere. L’anno è cominciato con 13 Reasons Why, un prodottino studiato per far riflettere su temi scabrosi quali  il bullismo (cyber e fisico), che tuttavia ha costretto gli spettatori in età postscolare a porsi un interrogativo assai più angoscioso: per quale mai ragione dedicare tredici ore della propria vita a una storia che un veterocineasta medio avrebbe raccontato in settantacinque minuti? Risposta non c’è, naturalmente, quindi la domanda permane – e perturba. Come antidoto di pronto intervento non riesco a suggerire di meglio che un episodio al dì di Black Mirror. Oltre ai – risaputi – pregi intrinseci, i singoli film, girati per inquietare, hanno invece almeno una caratteristica rassicurante: non sono preceduti da nove puntate né seguiti da sei, e alla fine della Season 3 non si ritrovano gli stessi attori della 1, invecchiati insieme a chi guarda. Dopo l’inverno (e la primavera/estate) del nostro scontento, in autunno grazie al Cielo è arrivato Mindhunter, da vedere di per sé, ma anche per assistere a un fenomeno quasi paranormale. Basta infatti guardare di seguito gli ultimi tre minuti della seconda puntata (diretta da Fincher) e i primi tre della terza (girata da altri) per constatare il passaggio dalla materia oscura e luminosa che chiamiamo cinema a quell’altra, molto più solarizzata e ovvia, che continua a essere la televisione. Però, però, non disperiamo: proprio sul finale di stagione Netflix ci ha fatto la cortesia di mettere online Wormwood (nell’immagine), l’ultimo lavoro di uno degli ultimi geni in circolazione, Errol Morris: non dico altro perché lo sto ancora seguendo, ma il film sta alla produzione corrente come il pezzo sull’Everest appena uscito sul Nyt (guardare e leggere quello, se si vuole una scheggia del giornalismo o del racconto di domani) sta a una news di Dagospia.

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Silvia Schirinzi

Devo ammettere che quest’anno, al cinema, ho visto alcuni film molto deludenti (Wonder Woman per esempio, che ho odiato, ma anche L’inganno di Sofia Coppola, di cui vorrei indietro i soldi del biglietto) così come molte serie dimenticabili, che infatti ho dimenticato nonostante al momento non mi fossero dispiaciute, e altre che ho seguito con poca attenzione e lasciato a metà senza rimorso (Love e Suburra, purtroppo Top of the Lake – China Girl), mentre altre ancora mi hanno fatto innamorare per brevi periodi, come Big Little Lies. Alcune, come Game of Thrones o Peaky Blinders, sono diventate una sicurezza e popolano il palinsesto della Rai 1 che vorrei, altre le ho finite perché c’era qualcosa che, nonostante tutto, mi attirava (Tom Hardy in Taboo, tipo, o Mr Robot perché nonostante la seconda stagione è ancora una gran serie), ma sono state poche quelle che ho “consumato” davvero velocemente o delle quali ho atteso con ansia le puntate, quindi fare una scelta di fine anno non dev’essere poi così difficile. La serie che ho amato di più è stata sicuramente Mindhunter, penso di averla vista tutta nell’arco di un weekend e me ne sono fatta angosciare fino all’altro ieri. È una serie elegante e brutale allo stesso tempo, e nonostante sembri per lunghe puntate non succeda nulla, arriva nel finale a travolgerti con tutto il suo carico emotivo. Ho dovuto poi piegarmi al meccanismo adolescenziale del rilascio settimanale delle clip, invece, per seguire SKAM, il teen-drama della norvegese NRK (nell’immagine). Ne ho scritto più volte, e sono abbastanza convinta che la stagione migliore sia la terza, quella dedicata a Isak. La rifaranno anche in Italia: per far funzionare l’esperimento, però, gli autori dovranno essere bravi a trovare una chiave delle storie che sia italiana ed europea come nell’originale. Se dovessi scegliere un film, invece, sarebbe di sicuro Manchester by the sea di Kenneth Lonergan. È il tipo di cinema che preferisco (perché sono una persona pesante, chiaramente), e la performance di Casey Affleck è straordinaria. Avevo letto delle accuse nei suoi confronti e del suo, frettoloso, patteggiamento: la mia visione era perciò turbata da quel sentimento – ne ha scritto bene Letizia Muratori – ma quella storia è la prima che mi è venuta in mente quando ho pensato a quale film mi avesse emozionato di più. Con tutto quello che ne comporta.

SKAM-Season1-School-Doctor- copyright NRK - limited use

 

Cristiano de Majo

Per quanto mi riguarda l’evento visivo dell’anno è stato Dunkirk di Christopher Nolan, e non solo perché mi è piaciuto un sacco, mi ha tenuto letteralmente inchiodato alla poltrona, mi è sembrato un modo inedito di rappresentare la guerra adatto all’era del point of view, ma anche perché l’ho percepito come uno dei pochi prodotti culturali quest’anno in grado di creare discussioni e dissenso anche tra persone che generalmente si trovano d’accordo su tutto e questa mi sembra un’enorme qualità in un tempo in cui i consumi culturali avvengono per lo più in un silenzio che  parrebbe testimonianrne l’inutilità. Sempre al cinema, a inizio anno, mi ero emozionato molto per Arrival di Denis Villeneuve (nell’immagine), un regista su cui non ho un giudizio preciso visto che, ad esempio, ho trovato Blade Runner 2049 inutile e di una noia mortale, un progetto profondamente sbagliato, un passo falsissimo, mentre il film con Amy Adams non è soltanto un portfolio di immagini toccanti e dalla composizione impeccabile, ma anche una storia molto in sintonia con questo tempo in cui l’avvicinamento alla vita extraterrestre, quanto meno alla consapevolezza che esista, sembra aumentare di mese in mese; per essendo tratto da un racconto del 1998 (di Ted Chiang), è il film perfetto per questo 2017 così spaziale. La serie che mi è piaciuta di più è, invece, Mindhunter, di cui è stato già detto molto. Al di là della messa in scena perfetta, dei temi che sempre ti fanno incollare allo schermo, e di prove d’attore che non si vedevano da tempo in una serie tv, quello che più mi ha colpito è il modo in cui la scrittura agisce sullo spettatore, il modo in cui si attacca a te e ti tira, che mi è sembrato sostanzialmente diverso e in qualche modo sperimentale.

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Anna Momigliano

The Handmaid’s Tale è stata la serie di cui hanno parlato tutti, anche se da noi l’ha trasmessa TIMvision, un po’ perché faceva figo parlarne e un po’ perché sembrava, beh, attuale, uno specchio dei nostri tempi, della modernità che va avanti finché improvvisamente non torna indietro, della gente che non vuole guardare quello che sta succedendo: «Eravamo addormentati, è così che abbiamo lasciato che accadesse», che poi è quello che Stefan Zweig e Hannah Arendt ed Erika Mann dicevano dell’avvento dei totalitarismi, e da allora grande terrore delle società civile impegnata, la paura di non accorgersi del proprio sgretolamento. Ora, The Handmaid’s Tale non è un capolavoro, però è una serie fatta bene: fotografia spettacolare, una Elisabeth Moss in stato di grazia, Joseph Fiennes è deliziosamente inquietante. Però per me è la serie dell’anno, perché riflette, più che lo Zeitgeist politico, le nostre ansie. Un’altra serie dell’anno, per me, è stata American Vandal (nell’immagine), il mockumentary a puntate di Netflix che indaga, con lo stesso rigore consequenziale di the Jinx, sul presunto crimine di un liceo californiano, dove lo studente più coglione è accusato (ma sarà vero? sarà stato lui?) di vere disegnato piselli sulle auto di una dozzina di professori: mi ha praticamente obbligato a guardarlo il mio ragazzo, all’inizio pensavo fosse una cretinata pazzesca, poi non riuscivo più a smettere e ora so con piacere che il New York Times l’ha dichiarata migliore serie del 2017. Terza e ultima menzione, questa volta teatral-musicale, Hamilton, che finalmente è sbarcato in Europa, cioè in Gran Bretagna, ma potete sempre scaricarlo su iTunes: primo perché è una gran figata, nelle parti rappate, per non parlare dei monologhi di re Giorgio, che se Beyoncé ha detto all’attore “dovrò copiarti” un motivo ci sarà; e poi perché forse più di The Handmaid’s Tale, Hamilton è davvero nello spirito del tempo, perché racconta di stati e nazioni come progetti e non come entità statiche, e di cittadinanza come condivisione di valori e aspirazioni.

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Arnaldo Greco

Tra lavoro e tempo libero sono molto più le cose che ho visto attraverso uno schermo che quelle viste senza schermo, tanto che, forse, nel 2018, dovremo fare la classifica inversa: le migliori cose non viste attraverso uno schermo. Solo che poi ci toccherebbe comunque leggerle su uno schermo e saremmo punto e a capo… Oltretutto, leggendo la mia stessa lista appena compilata, mi pare anche di aver sprecato un sacco di tempo perché buona parte di ciò mi appresto a citare non è proprio annoverabile nella categoria dei capolavori. Tranne The place che è il miglior film (nell’immagine). Al punto che l’ho visto due volte. Ed ecco, forse le classifiche sincere sono quelle con le cose viste più di una volta. In mezzo all’abbondanza di intrattenimento a disposizione e alla frenesia di non perdersi niente – “siamo in competizione col sonno” dire giustamente il boss di Netfix – le cose viste più di una volta sono le uniche a cui teniamo davvero, anche quelle brutte. Per esempio ho visto due volte lo special comico di Judah Friedlander. Un po’ stufo delle serie, quest’anno ho provato a guardare (algoritmo permettendo che, nonostante le paranoie comuni, sono convinto non abbia ancora capito i miei gusti) tutti gli special comici di Netflix e quello che mi ha fatto ridere di più è quello. Ho spostato dei mobili in casa e, di conseguenza, ho guardato molta (ho lasciato accesa, più propriamente) più tv generalista rispetto agli anni scorsi, l’unica cosa che riesco a guardare sempre fino alla fine è Quattro Ristoranti. Poi, visto che i miei figli sono cresciuti, il 2017 è stato anche l’anno in cui ho cominciato a cercare con più costanza qualcosa da guardare assieme a loro. E’ un’alchimia complicata, tra i gusti, la noia, che sia un po’ impegnativo ma che non lo sia troppo, soprattutto che non mi faccia prendere il telefonino in mano perché se si accorgono che lo guardi assieme a loro però poi in realtà stai guardando il telefonino allora ti chiedono di tornare ai cartoni. Per questi scopi la cosa migliore del 2017 è stata Planet Earth II. (Mentre sullo schermo dello smartphone per me il 2017 è l’anno di Fight List, giochino imperdibile, e del mercato Nba che ormai è uno spettacolo più affascinante delle partite).

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Clara Mazzoleni

Big Little Lies non è soltanto la serie che ho preferito tra quelle che ho guardato quest’anno. È l’unica cosa che sia riuscita a risucchiarmi completamente e, soprattutto, a non deludermi. Ho un bruttissimo vizio: tendo a guardare soprattutto il genere di film e serie che so già che potrebbero piacermi. Il 2017, in questo senso, è stato un anno di delusioni. Le cose che avrei pensato sarebbero state le mie preferite non mi sono piaciute. Il documentario su Joan Didion, The Center Will Not Hold, che ho rivisto 4 volte solo perché come tutti sono fissata con lei, a ripensarci non era niente di che: molto delicato, sì, ma poco profondo, per niente esauriente, la punta di un iceberg. Quello su Lady Gaga, Five Foot Two, l’ho trovato semplicemente bruttissimo. 13 reasons why: dialoghi stupidi e situazioni involontariamente comiche (ma lo giustifico, dopotutto è pensato per un pubblico molto più giovane di me). To the bones (una ventenne anoressica che viene ricoverata in una clinica per disturbi alimentari) è l’ennesima occasione persa per fare un film decente su questo importante argomento (ha fatto schifo anche a chi è molto più giovane di me). Perfino L’Inganno di Sofia Coppola, che attendevo come una manna dal cielo, mi ha lasciato interdetta. Stupendi gli abiti, bravissime tutte, storia semplice e magnetica come una parabola cristiana o una novella di Boccaccio, idea bellissima (quella di fare un remake di un altro film cambiando il punto di vista), ma tutto sembra svilupparsi troppo in fretta: secondo me, nonostante tutti i pregi, è il film peggiore di Coppola. E quindi, tornando a Big Little Lies (nell’immagine) posso dire che è l’unica cosa che mi ha fatto innamorare. Già dalla sigla di apertura stavo a bocca aperta. Un prodotto impeccabile in cui pulsa un’energia cupa e rabbiosa, proprio come la Celeste di Nicole Kidman.

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Davide Coppo

Meno male che c’è stato l’autunno, e poi l’inverno: a distanza di pochissimi giorni sono riuscito a vedere due delle mie cose preferite di sempre, per quanto riguarda le esperienze visive: un documentario Bbc narrato da David Attenborough e un film di Sofia Coppola. La “cosa vista” preferita, più memorabile nel senso stretto della parola, di questo 2017 è stata Blue Planet 2. Come l’anno scorso per Planet Earth 2, Bbc ha mandato in onda il secondo capitolo della sua serie documentaristica più famosa, dedicata interamente ai mari e agli oceani. Ma il mare, a differenza delle terre emerse, ha un senso misterioso maggiore, e non di poco; gli esseri che lo abitano, mammiferi o pesci e non solo, sono così diversi da quelli che siamo abituati a conoscere fin da bambini – l’elefante, il leone, il leopardo, la scimmia – da rendere Blue Planet 2 una sorta di documentario di fantascienza. Uno sguardo sulle abitudini, gli usi e i costumi di un altro mondo interno al nostro stesso pianeta. Un mondo che, esattamente come lo spazio, non possiamo abitare né esplorare, a meno di immergerci in sottomarini simili a navicelle spaziali. Il risultato è entusiasmo e meraviglia e una giusta dose di rammarico. Poi c’è stato L’inganno, un film in cui un soldato ferito e disertore, durante la Guerra civile nordamericana, viene accolto in una casa da varie donne di età diverse. Visivamente è un film poco coppoliano, ma con un ritmo – anche qui, poco coppolianamente – teso e nervoso dalla prima all’ultima scena. Al centro di tutto, il desiderio e la seduzione. Mi ha affascinato, turbato, mi ha fatto prendere strade rivelatesi cieche, mi ha fatto desiderare, giudicare, innamorare, odiare. Poi, probabilmente, scelgo Detroit di Katrhyn Bigelow. I suoi due film bellici – Zero Dark Thirty e The Hurt Locker – sono due tra i due film che ho riguardato di più negli ultimi anni. Qui si parla di guerra civile, quella di Detroit negli anni Settanta tra comunità afroamericana e bianchi, stato, polizia, esercito. Un filmone, piuttosto definitivo, su uno spaccato storico e sociale che, è superfluo da dire, ha degli inquietanti risvolti distopici.

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