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Michael Shannon

Identikit di Michael Shannon: volto d'autore e talento naturale, specialista in disturbi mentali

A Hollywood, l’humblebrag è disciplina Olimpica. Prendete una superstar e domandatele cosa si prova a essere una celebrità ammirata da milioni di suoi “simili” – “simili” solo in senso strettamente biologico, è chiaro – e, nove volte su dieci, riceverete una risposta così: «Non è tanto male… ma resto una persona semplice. Dentro». È altrimenti nota come la risposta “com’era buona l’apple pie che cucinava la mia nonna…”. Anche Michael Shannon una volta ha dato una risposta così («Non ho mai voluto essere una stella del cinema. Non ho mai avuto ambizioni in merito. Prendo ogni giorno come viene e questo è tutto») ed eppure, per qualche ragione, venendo da lui un’affermazione del genere suona un po’ meno paracula. Sarà che il rapporto tra Michael e lo spettatore generalista è ancora nella fase «Shanno…chi?» o che si è più portati ad attribuire un temperamento genuinamente “originale” a una faccia così piuttosto che a una faccia così, fatto è che, senza dare troppo nell’occhio, a 38 anni MS si è costruito una credibilità da “volto d’autore” grazie a una serie di apparizioni in film e serie importanti come Revolutionary Road e Boardwalk Empire e a una manciata di ruoli da protagonista in piccole produzioni molto amate dalla “gente che piace”.

Si comincia alla fine degli anni ’90 con Jesus’son, dall’omonima raccolta di racconti dello scrittore di culto Denis Johnson, in cui uno Shannon venticinquenne fa una delle cose – il disadattato – che gli riescono meglio e che diverrà nel tempo la sua cifra espressiva, e si prosegue con TigerlandCecil B. Demented, Shotgun Stories, Bad Lieutenant, My Son My Son What Have Ye Done ma anche con film “da incasso” come Bad Boys II, 8 Mile Pearl Harbor. In molti di questi ruoli, MS si mette in luce per le sue doti di attore inquietantemente credibile come nevrotico, schizofrenico, bipolare, maniaco depressivo etc: un campionario di disturbi mentali all’interno del quale si aggira con naturalezza, a seconda di quello che prevede il “menù” psichiatrico del copione. Che, si sa, quando Hollywood decide che sai fare molto bene una parte finisce che ti cerca solo per quella.

Nel caso di Shannon “quella parte” è quella del matto ma ciò non sembra infastidirlo troppo, tanto che l’ultimo ruolo in cui ha fatto una figura eccellente è nuovamente un ruolo da spostato, anche se in questo caso si tratta di uno spostato che, come si dice a Napoli,  “tiene ragione”. Il film è Take Shelter di Jeff Nichols (un regista che meriterebbe un profilo a parte) e Michael si cala alla perfezione nei panni di un buon padre di famiglia affetto da premonizioni, sempre più vivide e realistiche, di un’Apocalisse imminente. La sua è una straordinaria prestazione da Cassandra schizoide e, come tutte le Cassandre, inascoltata, sullo sfondo di un’America rurale e fuori dalla Storia “interpretata” da una piccola cittadina dell’Ohio, distante meno di trecento chilometri da Lexington nel Kentucky: il luogo che ha dato i natali a Michael, e a George Clooney tredici anni prima di lui.

L’eccezionale performance in Take Shelter gli è valsa la candidatura a una ventina di premi in giro per il mondo, la maggior parte dei quali poi incassati e ora in bella mostra nella sua casa di Chicago, vicino alla lettera con cui, nel 2008, l’Academy gli ha comunicato la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista per Revolutionary Road. Una nomination inequivocabilmente ottenuta sulla base di un’unica, straordinaria sequenza. Alla fine la statuetta andò, postuma, ad Heath Ledger per il “suo” Joker, ma a Michael rimase la soddisfazione di aver rubato la scena ai due “titanici” (ops) protagonisti del film: Kate Winslet e Leonardo Di Caprio.

Shannon ha più volte dichiarato che il suo sogno era fare l’architetto o il jazzista e di aver cominciato a recitare semplicemente perché nel suo liceo era la sola alternativa allo sport, che detestava. Quella dell’ “attore per caso” è una tesi avvalorata anche da una delle sue migliori amiche nello showbusiness, l’attrice Amy Ryan: «È uno di quegli attori che giureresti che non sia un attore. Ti fa trattenere il fiato perché ti sembra di avere a che fare con una persona reale e di starne spiando l’interiorità». Un fatto particolarmente evidente nei ruoli più “borderline”, in cui da lui svaporano flotte di fantasmi apparentemente autentici e personali, che eccedono di molto “il verosimile” dei personaggi. Chi però, per questo, si immagina chissà quale turbolenta vita privata resterà deluso, l’uomo è felicemente sposato da 4 anni e mezzo con l’attrice Kate Arrington con il bonus di un figlio.

Di recente MS è apparso in Mud, l’ultima opera di Jeff Nichols con cui, dopo Take Shelter (2011) e Shotgun Stories (2007), forma uno dei più interessanti connubi artistici del cinema indie degli ultimi anni. Chi ha visto il dramma, in concorso all’ultimo festival di Cannes, ne ha parlato entusiasticamente anche se in questo caso il protagonista non è Shannon ma un Matthew Mc Counaghey alla – così pare – “prova della vita”. Per continuare con il canovaccio della sua carriera, alternare buoni film medio-piccoli e kolossal medio-mediocri, per il 2013 Shannon si è segnato sull’agenda due ruoli: Mold, il kryptoniano cattivo di Man of Steel, l’ennesimo (secondo me) disperato, seppur in grande stile, re-boot dell’ormai (secondo me) irrecuperabile saga di Superman e il ruolo di Richard Kulinski, sicario della mafia italoamericana realmente vissuto, nel molto atteso Iceman. Nel caso ve lo steste chiedendo: sì, Kulinski era pazzo.

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