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Mazzarri è adeguato a governare l’Inter

Si può dire che Walter Mazzarri sia il miglior allenatore che l'Inter potesse trovare? Si può. E che è adatto all'Inter, semmai è questa Inter a non essere adatta a lui. Una difesa di WM, timoniere in una società allo sbando, senza dimenticare la grande esperienza al Napoli.

Mazzarri vattene is the new piove governo ladro.

L’Inter perde e gioca due partite drammatiche con Cagliari e Fiorentina?
#mazzarrivattene.

Mazzarri vince senza stravincere in Europa League?
#mazzarrivattene.

Ti rubano la macchina?
#mazzarrivattene.

Nell’era di hashtag e parole chiave Walter Mazzarri mette tutti d’accordo, dall’interismo meno attento e saltuario ai più affezionati bauscia, con il placet dichiarato di alcuni insospettabili come Tommaso Pellizzari, che sul Corriere della Sera l’ha definito inadeguato a guidare l’Inter, un po’ quel che fece l’Economist con Berlusconi nel 2001: Walter Mazzarri is unfit to lead Inter.

Inadeguato, il destino di Mazzarri secondo Tommaso Pellizzari è quello del generoso ma sega, come si diceva un tempo di chi giunge all’occasione della vita con un bagaglio di esperienze mediocri e gli abiti stazzonati da troppi viaggi in seconda classe. Preparato ma non abbastanza, si applica ma non basta, non basta ma non basta. Quindi #mazzarrivattene perché sei #inadeguato, magari con più stile (quello che ferisce più di mille pedate nel culo), ma il concetto resta identico. Il meglio che il tecnico di Livorno (si dice sempre così, anche se sei di San Vincenzo e magari ti girano le palle: abituatici, sei il tecnico di Livorno), riesce a raccogliere di questi tempi è la compassione di chi lo vede travolto dagli eventi, annaspare senza più nemmeno quella grinta antipatica di cui lo si accreditava come primo requisito. Per quel poco che conosco Walter Mazzarri credo sia la cosa più terribile da accettare, quella compassione senza più rumore dei nemici.

Mazzarri non è inadeguato, Mazzarri è un ottimo allenatore che non può diventare l’unico responsabile delle nevrosi nerazzurre, quelle in campo e quelle societarie.

Ora però fermiamoci un attimo e consideriamo con la lucidità e i tempi lenti dello scritto cosa davvero ha fatto e sta facendo Mazzarri, uomo solo se mai ce ne fu uno. Premetto che nutro grande stima nei confronti di Pellizzari, che conosce bene il calcio e pallone, cosa rara in un mondo di pasticcioni approssimativi come quello del giornalismo sportivo. Tommaso in genere pesa uomini e circostanze con saggezza, ma rispetto al suo editoriale di pochi giorni fa mi permetto di offrire un’altra lettura della sua gestione tecnica dell’Inter. Mazzarri non è inadeguato, Mazzarri è un ottimo allenatore che non merita hashtag e non può diventare l’unico responsabile delle nevrosi nerazzurre, quelle in campo e quelle societarie.

Adeguato senza ma, senza alcuna avversativa.

Scriverlo nel mezzo di una delle mille crisi dell’ultimo anno e mezzo sa di provocazione, nessuno può dirsi felice del disastro delle ultime partite, della mancanza conclamata di un gioco riconoscibile, di una continuitàtattica che possa cancellare le montagne russe così consuete negli anni del lutto mai elaborato, quelli del post Mourinho per intenderci.

Nessuno che paghi regolarmente un abbonamento come il sottoscritto, senza arrendersi a disillusione, delusione e acciacchi dell’età. Quindi intendiamoci: l’Inter di queste settimane e di buona parte dell’anno scorsoè una squadra mediocre, brutta da seguire e ingrata. Come spesso accade all’Inter, per la verità. La novità è la totale assenza di picchi emotivi e speranze, la cancellazione sistematica del concetto di pazza Inter. Si potrebbe perdere? Si perde. Difficile vincere? Non si vince. Non un salto di qualità, mai. Ora, possibile ritenere Mazzarri un ottimo allenatore, del tutto adeguato a un progetto serio? Possibile.

Perché parlare degli ultimi tre anni dell’Inter prescindendo dall’instabile contesto societario, da una trattativa interminabile e convulsa come quella tra Moratti e Thohir, della prodigiosa mancanza di pianificazione e della moltitudine di giocatori anziani e rotti, di giovani senza talento e di eterne promesse abuliche che hanno vestito il nerazzurro è un’ingiustizia bella e buona. Capisco la necessità di semplificazioni, la foga con cui si forzano alcune equazioni:

«Allenava la Reggina, mica può continuare a pensare di giocare nello stesso modo».

O anche: «È buono per le provinciali e per le squadre in difficoltà, una grande è un’altra cosa».

Oppure: «Gli blocchi le fasce e non sa più che fare».

Di nuovo, con Mazzarri vale un po’ tutto, come fossimo davanti a un bimbo di cinque anni che per caso si è seduto in panchina e senza i rudimenti del mestiere ha deciso di fare l’allenatore dell’Inter. Ribaltiamo la sentenza iniziale o almeno correggiamola: l’Inter è inadeguata.

I danni di lungo periodo di un certo morattismo spinto, l’assenza di un organigramma solido e credibile, quello strano dispotismo in guanti di velluto che molti ottimi giornalisti hanno lodato per 20 anni, compiaciuti della signorilità del Presidente, tutti questi danni si sono accumulati fino a diventare una matassa gigantesca e impossibile da sbrigliare. Troppi debiti, troppi dirigenti dal curriculum inconsistente e l’incapacitàsconcertante di sfruttare il miracolo di Mourinho e invertire la tendenza hanno trasformato la società in una compagnia di giro tanto simile a quella ricca e grottesca della fine degli anni Novanta, intrappolata dal blasone e dalle aspettative, incapace di trattare con la propria, appunto, inadeguatezza. La memoria storica di vittorie troppo recenti ci ha fregati tutti, la povertà del campionato italiano ci ha convinti che bastasse poco, ma quel che l’Inter aveva da offrire era davvero troppo poco.

C’è toccato vedere l’onesto Rocchi titolare per estinzione dei compagni di reparto, ci sono toccate goffaggini grandi, piccole e mostruose come le partenze last minute di Eto’o e Snejider.

Ha peccato di superbia Benitez, ha improvvisato come meglio poteva Leonardo, è stato allontanato perché esteticamente incompatibile Gasperini, ha tirato a campare Ranieri, è stato trattato con il frullatore Stramaccioni e tutto questo è accaduto mentre il gruppo di giocatori piùmeraviglioso della storia recente dell’Inter se ne andava in un lento e straziante valzer delle candele senza logica: via quelli giovani e forti, trattenuti i vecchi, anzi blindati con stipendi milionari. C’è toccato vedere l’onesto Rocchi titolare per estinzione dei compagni di reparto, ci sono toccate goffaggini grandi, piccole e mostruose come le partenze last minute di Eto’o e Snejider, la prima a campagna abbonamenti chiusa da poco. Il passaggio cruciale dello scorso anno, quello della cessione della maggioranza delle quote, il salto dal noto all’ignoto è stato molto piùtraumatico di quanto si sia percepito dal di fuori.

Bene, se si è evitata la catastrofe lo si deve alla grande “adeguatezza” di Walter Mazzarri, che ha fatto da allenatore, motivatore, organizzatore e fulcro di ogni attività pubblica della squadra anche in momenti di puro involontario umorismo come la quasi-cessione di Guarin alla Juventus.Non coadiuvato dall’uscente a singhiozzo Branca, mai o mal supportato da un mistero del calcio italiano come Fassone (quello che all’epoca di Mourinho lavorava per la Juventus e considerava ridicola la squadra che ora dirige, o almeno così recita la sua job description), Mazzarri si ècaricato l’Inter sulle spalle e ha dato buona dimostrazione di quanto siano larghe e solide.

Nella ricostruzione della carriera di WM che Pellizzari offre ai lettori del Corriere c’è menzione dei suoi successi di provincia, si respira il sudore di spogliatoi scassati e su tutto aleggia l’aroma della torta della nonna, come in una vecchia pubblicità sul calcio vecchio. Peccato che non si parli a sufficienza di Mazzarri al Napoli.

Dell’invenzione di Cavani, che mai più giocherà come con Mazzari, di Lavezzi (idem) e di quel gioiello di centrocampista offensivo che era e che non è più Hamsik. Di una squadra che giocava a tre dietro e non si metteva in ridicolo (come accade invece ora, chissà se anche qui per la gioia di Fassone), e che in pochi anni è cresciuta fino a diventare una buona alternativa alla Juventus invincibile di Conte. Anche quello era ed è Mazzarri.

Al quale si può rimproverare magari la troppa fiducia nella soliditàpsicologica di alcuni dei suoi uomini, la pervicace certezza che abbiano la sua stessa concentrazione e voglia di mangiarsi il campo, l’illusione che alcuni talenti discontinui diventino improvvisamente degli stakanovisti della giocata intelligente o quella che Nagatomo impari a giocare nella propria metà campo. Che sono tutti errori, intendiamoci, ma riusciamo per un momento ad analizzare il materiale umano a disposizione di Mazzarri senza paragonarlo a quello di Mandorlini, che di pressioni ne ha parecchie di meno?

Mazzarri allena qualche ottimo giocatore (Handanovic, Juan Jesus, Medel, Osvaldo), due potenziali campioni ancora troppo intermittenti (Icardi e Kovačić), qualche stella in fase calante (Palacio e Vidic) e poco altro, tranne forse l’eccezione Dodô. Il resto sono mestieranti, più o meno utili alla causa ma con difetti incorreggibili. La timidezza di Ranocchia, la stanchezza di Hernanes, i pasticci difensivi di Nagatomo, gli imprevedibili piedi di Jonathan e così via. In sostanza quello a disposizione di Mazzarriè un gruppo fragile, sopravvalutato e complicato da assemblare, facile all’esaltazione e mai consapevole della fatica che servirebbe per portarsi a livello delle migliori. Non un’impresa impossibile, ma servirebbe cambiare mentalità e Mazzarri ci prova. Fa da scudo, si presenta di continuo davanti alle telecamere proponendosi come capro espiatorio, ha insomma completamente cambiato le sue modalità comunicative che invece erano un enorme problema, quell’atteggiamento passivo-aggressivo che per i suoi detrattori è sintomo di un pianginismo incorreggibile.

Perché se Mazzarri ha un difetto, il suo è quello di faticare a gestire il dissenso, l’incapacità di accettare critiche banali al proprio lavoro, come se ogni sciocchezza chiesta nel post partita fosse un affronto alla professionalità costruita in anni. Lo si vede soffrire, sudare, incazzarsi e non rifugiarsi mai nella zona grigia delle risposte standard, quelle che salvano tanti suoi colleghi dalla tortura delle conferenze stampa. Perché se a Mazzarri dici che la sua squadra ha giocato male, che il 3-5-2 (e le sue variazioni) è prevedibile e scontato, lui soffre veramente.

Giocherà forse di rimessa, anche se dopo tanti anni di calcio visto e malamente praticato questo genere di etichetta è un po’ grossolano, di certo cerca di sfruttare al meglio le doti dei suoi. Se ci sono e quando ci sono. Ma è più semplice trattare Mazzarri come un parente povero, di quelli con le scarpe grosse e un po’ sporche di terra, uno che ogni volta che calca l’erba di San Siro la insozza tutta.

Io penso che Mazzarri sia inadeguato a una squadra inadeguata, invece.Quindi adeguatissimo, perché qualcuno il lavoro sporco lo dovrà pur fare e per lavoro sporco s’intende quello del rinnovamento e della normalizzazione, della costruzione di un gruppo di lavoro che possa durare anche oltre la scadenza del suo contratto, della scrematura di tutti questi prestiti e usati sicuri. Mazzarri sa costruire buone squadre, basta regalargli un po’ di fiducia.

Oppure levargliela tutta, senza però mettere in dubbio la sua adeguatezza o almeno non così gratuitamente, non dopo una partita sbilenca in casa con il Cagliari e una passeggiata umiliante come quella che il suo undici ha messo in scena a Firenze. Perché significherebbe pensare che Mazzarri ha chiesto a Nagatomo di sbagliare il millesimo colpo di testa, a Vidic di continuare a mostrarci il suo canto del cigno e via così.

Infine, parlando di moduli e uomini. Mazzarri ha chiesto due incontristi e ha perso (per volontà propria o della società), uno dei migliori centrocampisti della storia dell’Inter, quel Cambiasso che pur da fermo giocava ancora con intelligenza e cattiveria. Ha avuto in dono Medel, inesauribile picchiatore, e il misterioso M’Vila, che del calciatore a oggi ha mostrato solo il taglio di capelli e la fidanzata. Facendo di necessità virtù Mazzarri ha tentato di giocare con il solo Medel davanti alla difesa e due trequartisti (Hernanes e Kovačić), a creare possesso e superiorità. Peccato che nessuno dei due, fatta eccezione per la partita con il Sassuolo, sappia offrire supporto alle maratone di Medel. Così il pasticcio è fatto. Rimedi?Coprirsi e giocare sulle fasce, ma se sulle fasce non si salta mai l’uomo, siamo da capo. Insomma, in questo momento l’Inter è prigioniera di Mazzarri e Mazzarri dell’Inter, ma è un passaggio molto naturale, l’assestamento che i tifosi non possono più sopportare perché vorrebbero tornare a competere da subito, oggi.

La prima stagione di Mancini fu una sequela di pareggi estenuante, ma si capiva che la squadra cominciava a seguire qualche criterio razionale di organizzazione. La prima stagione di Mourinho fu vincente ma zoppicante. Quei due allenavano delle corazzata, posto che qualsiasi paragone con Mourinho è ingiusto e grave: non ci si può confrontare con un genio, non sul suo terreno. Mazzarri ha allenato una squadra senza guida societaria, allo sbando, per un’intera stagione. Questa è la seconda e posso solo immaginare la sua sofferenza nel vedere Ibarbo fare il bello e il cattivo tempo a San Siro e Cuadrado trattare la trequarti dell’Inter come una balera in cui si alterna il latino-americano all’umiliazione di Ranocchia, ma voglio pensare che sia, ripeto, un passaggio.

Mazzarri è inadeguato a una squadra inadeguata, ma è l’unico che può correggere la rotta ora. A meno che non si continui a considerarlo il punto debole di una squadra tecnicamente formidabile, che senza di lui dominerebbe in lungo e in largo. In tal caso credo sia sufficiente capire cosa state bevendo e continuare a farlo per sempre, perché deve essere davvero ottimo.

 

Nell’immagine in evidenza, Mazzarri a gennaio 2014 contro il Genoa. Valerio Pennicino / Getty

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