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Max Richter, il Mozart con gli occhiali a specchio

Tra Arrival e il nuovo disco dedicato a Virginia Woolf, ritratto del più contemporaneo interprete di quella che potremmo chiamare "musica classica".

Dove si trova oggi la forma della musica classica? Si ritiene comunemente che il suo spirito sia finito nelle alte concettualizzazioni della musica contemporanea, in quei laboratori di ricerca sperimentale. Ma si tratta di lavori destinati soprattutto all’ascolto degli “esperti”, degli “appassionati”, a cui manca quindi la forza di impatto di quella tradizione. Dall’altra parte tutti quelli che hanno tentato di portare l’eredità classica nel campo del pop hanno in qualche caso avuto successo di pubblico, ma sono spesso stati considerati nel migliore dei casi dei semplificatori (strizzatine d’occhio con cose facili facili). Max Richter è l’eccezione. Così come in passato lo sono stati Philip Glass, Michael Nyman o Brian Eno.

Tutti avete sentito una composizione di Richter anche se non lo sapete. Lo avete sentito se avete visto Arrival o Leftover o Black Mirror o Valzer con Bashir o Shutter Island, perché Richter è anche un autore di colonne sonore o comunque un autore il cui repertorio è stato saccheggiato dai film e dalle serie tv. Soprattutto è un compositore di musica classica, anzi di una musica che lui stesso definisce “post-classica”. Usa gli strumenti, scrive le note sui fogli, ma si avvale dei computer. I suoi lavori sono ricchi di riferimenti letterari, che escono fuori grazie a veri e propri reading su musica: Kafka e Milosz in The Blue Notebooks (il disco che lo ha consacrato), Viriginia Woolf nel suo ultimo lavoro uscito da qualche giorno per Deutsche Grammophon – «la più austera delle etichette di musica classica» – The Three Worlds, un disco tripartito e dedicato a Miss Dalloway, Orlando e Le Onde, tratto da uno spettacolo realizzato per il Royal Ballet di Londra.

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Ha fatto prestigiosi studi classici (anche alla scuola di Luciano Berio a Firenze), ma ha iniziato a farsi conoscere nel movimento della musica elettronica di fine ‘90, soprattutto con la collaborazione a un disco fondamentale di quegli anni: Dead Cities di The Future Sound of London (1996) in cui c’è una traccia a lui dedicata e intitolata “Max”. Quando aveva tredici anni, ha raccontato a Bomb, e viveva a nord di Londra – nato in Germania, i suoi genitori si trasferirono in Inghilterra quando era bambino – il ragazzo che consegnava il latte a casa sua gli fece conoscere la musica minimalista: a differenza di tutto quello che aveva ascoltato fino a quel momento, era una musica che gli trasmetteva il sentimento del presente. Che poi è esattamente l’effetto che produce la sua di musica, qualcosa che non potrebbe esistere senza il passato ma che esce da quei confini, e trova corrispondenze con lo spirito del tempo. «La mia vita», ha dichiarato, «può essere divisa tra un prima e dopo, in mezzo c’è il momento in cui ho ascoltato l’apertura della linea di basso di “Autobahn” dei Kraftwerk. L’altra cosa è stato il capolavoro di Eno, Discreet Music».

È nato alla metà degli anni ’60 e la sua discografia è già molto ampia. Il suo primo disco “da solo” – in precedenza le collaborazioni con FSOL, Roni Size, Vashti Bunyan e la partecipazione all’ensemble pianistico Piano Circus – è Memoryhouse del 2002. Il già citato The Blue Notebooks, basato sui taccuni di Kafka, è del 2004. Pubblicato inizialmente da Fat Cat Records, la storica etichetta indie di Brighton, è entrato più tardi nel catalogo di Deutsche Grammophon. Dentro quel disco, c’è la voce di Tilda Swinton che legge Kafka e Milosz, e i rumori campionati di una macchina da scrivere, suoni di pioggia e tristissime melodie di piano e archi mischiate con suoni elettronici. Musica classica? Quando uscì, Richter disse che il disco nasceva come protesta contro la guerra in Iraq. Quale che sia la risposta, il passaggio da un’etichetta di musica alternativa al marchio storico della classica con lo stesso identico album è un caso unico e stranissimo. Già da quel disco qualcuno ha iniziato a considerarlo troppo pop e spurio per essere considerato un compositore serio.

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Negli anni poi si è imbarcato in progetti singolari e grandiosi con risultati sempre molto interessanti: il rifacimento delle Quattro stagioni di Vivaldi o Sleep, una specie di monumentale sinfonia per addormentarsi, che lo stesso autore ha definito «musica per un rave vuoto».

Ho riconosciuto quella che qualcuno ha definito la musica più triste del mondo nella scena di apertura di Arrival, “On the Nature of Daylight”. Ed effettivamente l’accostamento con il film di Villeneuve, così come quello con serie tv del tenore di Black Mirror e Leftover, ha una precisa corrispondenza con lo stile richteriano: il futuro prossimo e ipertecnologico visto da una prospettiva emotiva e umanizzata: per usare il titolo di un famoso racconto di fantascienza deli anni ’80, è “Mozart con gli occhiali a specchio” (copyright di Bruce Sterling e Lewis Shiner).

Dopo qualche giorno, ho poi incominciato ad ascoltare il nuovo disco e l’ho fatto per ore, perdendomi nel continuum. La voce di Richter, resta inconfondibile, gli strati di archi e la line del piano e i tappeti elettronici guidati da un senso ipnotico di ripetizione: malinconia, perdita, una forma di compiacimento del tragico.  La cosa più vera che ho sentito dire a proposito della musica di Richter è che «suona stranamente familiare». È come ci si trovasse al cospetto di una cosa nuova che però abbiamo già visto. Un déjà vu, appunto. Come il semagramma di un eptaopode, un segno che fa coesistere nella stessa frazione di tempo passato e futuro. Musica classica?

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