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Quando gli sceneggiatori scrivono romanzi

Il caso più recente è Heather, più di tutto. Pubblicato da Einaudi, è l'esordio letterario del creatore di Mad Men.

Dovremmo riuscire a esprimere il nostro giudizio su un romanzo senza essere influenzati dall’indotto che il suo autore porta con sé. Dovrebbe sempre poter contare solo il testo, come dicono gli editor con nonchalance. Ma non è così, praticamente mai. Non lo è per l’esordiente sconosciuto, figuriamoci quando a esordire è uno dei migliori sceneggiatori al mondo, ideatore di una delle migliori serie tv mai prodotte (Mad Men) e pluripremiato da Emmy e diversi altri premi (l’ultimo nel 2016 è quello della Writers Guild of America, per l’ultima stagione di MM), sceneggiatore e produttore esecutivo dei Soprano. Matthew Weiner col suo primo romanzo, Heather più di tutto (Einaudi), si porta addosso addirittura il peso di essere stato nel 2011 inserito dal Times tra le «100 persone più influenti al mondo» e da The Atlantic tra i «21 pensatori coraggiosi» al fianco del presidente Obama e del compianto geniaccio Steve Jobs.

Weiner non è il primo tra le grandi menti della tv d’autore a varcare la soglia della letteratura: a suo modo l’ha fatto J.J. Abrams, con lo strano oggetto editoriale di S. La nave di Teseo di V.M. Straka (Rizzoli Lizard 2014), che insieme allo scrittore Doug Dorst ha sovrapposto all’originale romanzo di Straka (andando a prendere le anastatiche delle vecchie edizioni del libro nelle diverse lingue) la storia di due lettori del libro dipanandola sulle note a margine che ognuno dei due aggiunge per comunicare con l’altro; e poi David Simon – il creatore di The Wire – che da reporter ha scritto, ormai quindici e dieci anni fa, due true crime su Baltimora, Homicide e Corner, che sono diventati le omonime serie tv di Nbc e Hbo; si attendono, inoltre, i racconti di Raphael Bob, lo showrunner della serie animata rivelazione Bojack Horseman, che verranno pubblicati da Knopf col titolo di Someone Who Will Love You in All Your Damaged Glory: Bang-Your-Knee, Bust-Your-Heart-Open Love Stories, già ampia traccia della voce dall’ironia graffiante a cui l’autore ci ha abituato col suo cavallo antropomorfo strafatto sul divano della sua villa a Hollywood alla ricerca del suo tempo perduto.

E infine, lo sceneggiatore e produttore Noah Hawley, adesso famoso per la produzione della serie Fargo e Legion, ma che cominciò la sua vita da showrunner con le serie di Bones e I soliti sospetti, ha al suo attivo diversi romanzi, ultimo dei quali Prima di cadere (Einaudi Stile Libero 2016, nella bella traduzione dello scrittore Marco Rossari), una macchina narrativa perfetta, dall’intreccio potente e sofisticato, che attraverso una narrazione estesa ma mai gratuita crea un thriller magistrale – fatto di depistaggi e colpi di scena – e di forte caratura letteraria (il romanzo ha vinto l’Edgar Allan Poe Award 2017, che ha nell’albo d’oro nomi del calibro di King e Lansdale).

Non è insomma una novità che gli scrittori della tv contemporanea si cimentino con la narrativa letteraria. Ma il debutto di Weiner con un vero e proprio romanzo è particolarmente altisonante, accompagnato dai quotes di James Ellroy e Nick Cave che mettono in risalto l’intensità della storia e del modo in cui viene raccontata – «Prima di arrivare al cuore del libro, ogni personaggio deve passare sotto l’affilatissima lama della scrittura di Weiner in un crescendo degno di un quadro di Bosch».

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Heather, più di tutto è un romanzo breve, 110 pagine appena. Ricorda per dimensioni e per atmosfera della storia (una venatura noir che si fonda sull’incombenza dell’evento detonante e finale sin dalle prime pagine attraverso l’abile costruzione dell’attesa per il lettore) Acqua di mare di Charles Simmons (uscito nel 1998, e pubblicato in Italia da BUR nel 2007): seppure affrontino drammi diversi, entrambi i romanzi ruotano intorno all’adolescenza, intorno alla vita dei figli di famiglie borghesi rispetto ai relativi genitori, attraverso un racconto tipicamente americano. La vicenda della famiglia Breakstone si snoda intorno al naturale magnetismo di Heather, l’unica figlia di Mark e Karen – genitori attenti e in competizione sotterranea e costante per la sua attenzione, la sua confidenza, il suo affetto – e allo svilupparsi di un forsennato senso di protezione paterno quando l’uomo intuisce la presenza di un pericolo che lambisce la vita della figlia materializzatosi nella figura di Bobby, un operaio della ditta di ristrutturazione del palazzo in cui vivono i Breakstone, giovane ex galeotto dal difficile passato di figlio di tossicodipendenti. Ellroy “quota” questo romanzo dicendo che «colpisce dove fa più male», e cosa c’è di più doloroso anche del solo pensare a qualcuno che possa fare del male a nostra figlia? Le pulsioni scatenate da circostanze come questa bypassano la razionalità, ci legittimano a tutte le soluzioni possibili, ci trasformano in invincibili guardie del corpo pronte a qualsiasi piega degli eventi.

Weiner punta tutto su ciò che ce lo fa amare da scrittore televisivo, l’abilità di restituire attraverso l’uso del dettaglio, della scena veloce, porzioni di esistenze e di personalità, mantenendosi sempre alla giusta distanza, azzerando il giudizio implicito sull’agire dei suoi personaggi («Era quasi come se avesse la personalità di un uomo molto deciso, talmente sicuro di sé da sentire continuamente il bisogno di sminuirsi», parlando di Mark, «Le piaceva vincere, cosa che faceva spesso e con garbo, apparendo sinceramente interessata alla verità e all’etica ma esultando fra sé quando vinceva» descrivendo la personalità di Heather, «I suoi desideri erano stati negati tanto a lungo che ora si trasformarono in un basso ronzio di necessità, costante nel suo corpo come una molla tesa dentro le membra» raccontando come il passato si ripercuota su Bobby).

Ma al contrario del ritmo cadenzato utilizzato in Mad Men, in cui la dilatazione narrativa, grazie alle immagini, si apre ai silenzi, alla contemplazione degli spazi e ai lenti movimenti dei personaggi (contrapposti poi a dialoghi veloci e spesso tecnici o accalorati), qui Weiner procede per sottrazione e nell’esiguo spazio di poco più di cento pagine ci regala uno squarcio di crisi borghese, di dinamica familiare, di amore genitoriale forte e persistente, ma senza cedere un centimetro anche alla più pallida ombra di sentimentalismo – ed è in tutto questo che appare il nume tutelare di A.M. Homes, ringraziata da Weiner, in primis e più di tutti, alla fine del libro. Quello di Weiner è un dramma in piena regola, con improvvise e veloci messe a fuoco su virtù e meschinità dell’uomo contemporaneo, sugli istinti selvaggi, sull’incapacità di comunicazione, sullo squallore di certa parte di realtà.

E se, nonostante tutti i pre-giudizi, in positivo e in negativo, l’obiettivo resta sempre quello di prendere in considerazione solo il testo, a prescindere dal cv dell’autore, dai blurb iperbolici, dalle campagne marketing e dai piani mediatici degli editori, allora quello che emerge è una piccola perla letteraria, che si legge tutta d’un fiato, e che chiudendo l’ultima pagina lascia quel vago senso di amarezza e quella strana sensazione che ti costringe a continuare a rimuginarci sopra, come ci succede sempre alla fine dei racconti Carver. E questo non può che essere un bene.

 

Foto Getty
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