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Marianna 5 Stelle

La "piccola" Scalfaro non è fra le papabili. Eppure sarebbe il non-presidente ideale per i Cittadini grillini, fra slanci bio e neopauperismi.

Non figura nei primi posti delle papabili per il Quirinale, almeno non nel sondaggio online del Corriere della Sera, che vede prima Emma Bonino col 40,3% delle preferenze, poi Anna Finocchiaro (14,2%), Tina Anselmi (11,2%), e poi nell’ordine Rosy Bindi, Elsa Fornero, Adriana Poli Bortone, Susanna Camusso, Anna Maria Cancellieri, Paola Severino e (ultima) Renata Polverini.

Eppure il nome perfetto e grillinamente compatibile per il colle più alto è lì davanti tutti, essendo naturalmente Marianna Scalfaro, sessantotto anni, figlia del presidentissimo barricadero che fece cadere il Berlusconi I, rimpiantissimo in questi giorni a sinistra e forse anche a destra (altri tempi, si sospira, quando il Quirinale aveva ancora influenza sulla magistratura). Fu la “signorina di ferro” come presero a chiamarla gli uscieri del Quirinale, che mise piede alla Presidenza insieme al padre, vedovo inconsolabile e castigatore di costumi il 25 maggio 1992 in una elezione imprevedibile più di tanti conclavi (rimane la memoria iconografica nel Divo, con Andreotti che applaude, e Franco Evangelisti cioè il solito A Frà che te serve, a sottolineare che “questa è classe”).

«Capii subito che avrei rischiato d’essere schiacciata dai formalismi. Lì dentro erano pezzi storici perfino i tovaglioli rammendati e i centrotavola cui mancava solo il nastro per il caro estinto»

Figlia-badante, originariamente la “first daughter” si chiamava Gianna Rosa ma venne ribattezzata col nome della madre, che morì 17 giorni dopo averla data alla luce, e da allora vegliò “silente ma non assente” come disse in una rarissima intervista a Marzio Breda del Corriere, sul padre magistrato novarese, poi deputato, presidente della Camera, contro ogni previsione presidente della Repubblica in un periodo disperato come oggi, ma con in più le bombe. Riservatissima più del padre, profilo piemontese aquilino, di torinese magrezza (pur essendo di Novara), è stata forse la presenza più elegante al Quirinale dopo la maggiorata Donna Vittoria Leone, che però veniva seguita dai servizi segreti perfino in crociera in un’Italia alle prese con una first lady troppo hollywoodiana. Marianna Scalfaro invece elegante e minimalista e perfetta in foto con Giorgio Armani, la regina Sofia, con i Clinton. E lei naturalmente sarebbe la nostra Hillary; non “due presidenti al prezzo di uno”, come da slogan clintoniano, ma una ben rodata habituée della Manica Lunga e del Torrino. Posti che non le sono piaciuti mai granché, peraltro: «Capii subito che avrei rischiato d’essere schiacciata dai formalismi. Mi sentivo ripetere di continuo: Si è sempre fatto così. Lì dentro erano pezzi storici perfino i tovaglioli rammendati e i centrotavola cui mancava solo il nastro per il caro estinto». Atmosfere da Piero Chiara in cui la Signorina doveva muoversi come una sorella Tettamanzi di Venga a prendere il caffé da noi, tra cimeli, culti repubblicani minori e minestrine, e tante preghiere, e naturalmente «gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica», gaddianamente. In attesa di un Ugo Tognazzi che non venne (a quanto si sa) mai a conquistarla, se non nelle sembianze misteriche di Adolfo Salabé, architetto-dandy e proprietario di boutique-hotel, gentiluomo di Sua Santità, accusato d’essere ristrutturatore di case di potenti a loro insaputa (corsi e ricorsi immobiliari romani) e suo eventuale chaperon. Con lui venne fotografata «mentre andavamo a scegliere delle tappezzerie per il Quirinale»; e si fecero molte illazioni che la ferirono molto; mentre forse era il tentativo disperato di togliere polverosità e abbellire il Palazzo, con le sue tubature dei condizionatori a vista e i rifacimenti Savoia cheap con linoleum (se il referendum del ’46 fosse andato in altro modo, però, che sliding door, visto il gusto e la passione di Umberto II per l’interior decoration). Ed è subito metafora.

Lei non accetterebbe, forse. Però peccato, perché in un certo modo grillina ante litteram e adatta a tempi di spending review; profilo bassissimo, nemmeno una parola ai giornalisti in sette anni

Lei non accetterebbe, forse. Però peccato, perché in un certo modo grillina ante litteram e adatta a tempi di spending review; profilo bassissimo, nemmeno una parola ai giornalisti in sette anni, silenziosissima, nel pieno dettato della Carta, perché «la Costituzione non contempla la figura della figlia del presidente della Repubblica». Studi giusti: psicologia e teologia, poi la discesa a Roma col padre che progrediva in carriera e affrontava la Dolce Vita con piglio Pio XII, schiaffeggiando signore scollate in via Veneto. E dopo viaggi negli Stati Uniti e soggiorni a Londra e in India, alla ricerca di diversa spiritualità; poi sempre molto volontariato. «Di fronte a tante realtà disumane, a volte mi sono ritrovata a chiedermi se certe organizzazioni servivano ai poveri o agli addetti ai lavori. Mi venne spontaneo coniare un motto: i poveri sono fonte di sussistenza e benessere per i ricchi», motto che andrebbe benissimo come epigrafe per il Non Statuto Cinque Stelle. E lei non protesterebbe di certo per i pochi agi del clericale hotel Saint John, luogo di sbarco low cost e imu-esentato dei grillini, lei che per anni, prima e dopo il Quirinale, ha seguito il padre nella triste via Serafini, nella zona residenzial-lugubre di Forte Bravetta dove è tornata a vivere nel 1999. Non rimpiangendo né l’ex reggia pontificia né di sicuro l’infanzia solitaria nella casa della zia Concetta Cattaneo, nel novarese.

Lei potrebbe tenere insieme veganismi e neopauperismi km zero, anche: con orti bio e organic proprio nei giardini Vaticani

Certo, di scendere in campo glielo aveva chiesto il centrosinistra nel 2001 ma lei rispose che «ognuno dovrebbe battersi in prima persona per il rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nella vita di tutti i giorni, e indipendentemente dalla posizione che occupa», manifesto perfetto dunque per una Prima Cittadina o Non-Presidente, sempre secondo il Non-Statuto. Lei potrebbe tenere insieme veganismi e neopauperismi km zero, anche: con orti bio e organic proprio nei giardini Vaticani (per il consueto ricevimento del 2 Giugno, spremute in bicchieri di carta biodegradabili e verdurine coltivate da maestranze magari distaccate dal vicino ministero dell’Agricoltura).

Oppure, invece, la rivoluzione: finalmente unchained da fantasmi paterni, nella tenuta presidenziale di Castel Porziano, magari una nemesi, con atletici corazzieri oliati a portare drink a una presidentessa liberata e moderna che riceve filosofi e artisti intorno alla famosa piscina d’acqua salata e riscaldata di misura olimpica. Magari picnic in presenza del Papa Emerito, come un sovrano in esilio, con cordiali inviti ricambiati di Castello (Gandolfo) in Castello (Porziano).

Ma no: più probabili dialoghi interreligiosi col nuovo Papa operativo argentino. Tutto in maniera cattolicamente molto adulta. Del resto, a Giovanni Paolo II che la interrogava se la sua religiosità fosse in linea con quella paterna, quand’era First Daughter ebbe a dire che «non siamo omologati, Santità». Adesso, tutto potrebbe essere anche più semplice: visite informali, magari con scambi reciproci col nuovo Papa grillino e francescano molto amante del mezzo pubblico, che potrebbe recarsi al Quirinale col 64 senza emissioni di Co2 (da San Pietro, scendere fermata via Nazionale).

 

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