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Marco Rubio in love

Storia di un candidato (e di una maglietta) che vuole essere il “bae” dell’America, e ha iniziato inaspettatamente la sua storia d’amore con gli elettori americani.

L’ultima t-shirt messa in vendita dalla campagna elettorale di Marco Rubio sta andando a ruba. Costa trenta dollari, ma ci sono difficoltà di consegna, i tempi sono lunghi, perché tutti la vogliono, e per ora, in attesa di capire quel che sarà, molti si accontentano dell’adesivo che replica l’immagine della maglietta (costa cinque dollari, e arriva): Rubio che sorride e sotto la scritta Ru(bae)o. Il candidato repubblicano più giovane e più in ascesa in questo inizio primarie 2016 vuole far pensare agli elettori di essere il loro “bae” – un termine colloquiale che sta per “babe”, tesoro, è stato sdoganato da una canzone di Miley Cyrus, “Come Get It, Bae”, i ragazzini lo usano normalmente, con gli amici e con i fidanzati. Ecco, Rubio vuole essere il “bae” dell’America, ha iniziato inaspettatamente la sua storia d’amore con gli elettori in Iowa, conquistando un terzo posto che per lui, date le premesse, vale come il podio più alto, e non vuole interromperla più.

In New Schermata 2016-02-05 alle 10.55.34Hampshire, dove si vota a quelle che tecnicamente sono le prime primarie perché in Iowa si sono tenuti i caucus (e ovviamente entrambi gli stati ci tengono a segnalare la differenza), Marco Rubio arriva carico di speranze e di preoccupazioni. Deve dimostrare che tiene, che il primo successo non è stato un exploit isolato, che ci sono gli strumenti – i soldi, la strategia, la calma – per arrivare in fondo e arrivare primi. I sondaggi gli danno tiepidamente ragione, ma cambiano di continuo, e comunque dopo le sorprese dell’Iowa circola un certo scetticismo nei confronti delle previsioni. Ma ora il quarantenne senatore della Florida deve badare a non soccombere agli attacchi di quelli come lui, i suoi simili, gli altri moderati repubblicani che corrono come lui alle primarie. Rubio non teme tanto Donald Trump, che peraltro si sta sgonfiando dopo l’insuccesso in Iowa: non lo cita mai, si ricordano soltanto due tweet in cui parla di lui, dei 30 milioni di dollari che finora Rubio ha speso in spot televisivi nemmeno uno riguardava un attacco a Trump. Quando nei giorni scorsi alcuni elettori del New Hampshire, nei tanti incontri cui ha partecipato, l’hanno implorato di dire qualcosa di brutto e definitivo nei confronti di Trump, Rubio ha abilmente glissato. Non vuole prendersela con Trump, vuole pararsi dai colpi dei candidati che gli assomigliano.

La storia di Rubio, si sa, è l’incarnazione del sogno americano, una storia di ottimismo e football, di chance prese al volo e di talento, ma è anche una storia di padri. Il suo, prima di tutto: Mario, immigrato cubano che ha lavorato come barista, morto nel 2010 per un cancro ai polmoni, due mesi prima che suo figlio fosse eletto al Senato della Florida. La storia di Mario ricorre spesso nella retorica di Rubio, il quale ricorda che suo padre gli diceva sempre: «In este pais, ustedes van a poder lograr todas las cosas que nosotros no pudimos», in questo Paese potrai ottenere tutte le cose che noi non abbiamo potuto, e da qui parte per raccontare una storia sempre uguale e pur sempre eccezionale: l’immigrazione, i pochi soldi, i lavori umili, il riscatto.

Republican Presidential Candidate Sen. Marco Rubio (R-FL) Campaigns In New Hampshire

L’“altro” padre è quello che, con i suoi soliti toni burrascosi, Trump chiama il «car dealer di Rubio»: Norman Braman, 83 anni, un impero nel business delle automobili, una fortuna personale che ammonta a quasi due miliardi di dollari, una collezione d’arte sofisticata con Warhol e Picasso (ama molto Lucian Freud, ma dice che i suoi quadri sono difficili da tenere in una casa, e allora ci ha rinunciato, perché “l’arte bisogna viverla”), ex padrone dei Philadelphia Eagles, l’aria calma del filantropo con la passione per la politica. Braman si è imbattuto in Rubio quando questi era ancora un giovane che si affacciava nel Partito repubblicano della Florida, e subito ha iniziato a seguirlo e sostenerlo: a unirli c’è il football, l’amore per Israele, il disprezzo per il “big government”. Chi li conosce, dice che Braman tratta Rubio come un figlio, forse perché non ne ha mai avuto uno (ha due femmine), forse perché ha intravisto un buon investimento, forse perché Rubio ha un gran rispetto per le figure paterne, perché la sua storia nasce dal coraggio di un padre. Braman è tra i più grandi donors della campagna di Rubio, e ora ne stanno arrivando altri: gli ultimi dati della Federal Electoral Commission, dicono che gli investimenti “tradizionali” repubblicani – quelli del cosiddetto establishment, anche se ormai non si capisce più bene che cosa s’intende davvero con questo termine – stanno confluendo sul senatore della Florida, mentre quelli più trasversali e di “rottura” vanno verso Ted Cruz.

Nella vita di Ru(beo)0 i padri sono buoni e la storia che vuole raccontare è a lieto fine

La capacità di attrazione di Rubio dipende molto da quel che deciderà di fare il terzo padre: Jeb Bush. L’ex governatore della Florida, ultimo rampollo presidenziabile della famiglia texana (anche qui, volendo parlare di padri, non si scherza), è stato a lungo padrino di Rubio: lo ha lanciato, lo ha fatto crescere, l’ha seguito passo a passo, ha condiviso con lui molte battaglie. Era il suo vice perfetto, se non fosse che poi Rubio ha tradito il padre e ha deciso di candidarsi da solo, e tutti i commentatori hanno pensato: finirà a morsi. E infatti oggi Jeb Bush è un feroce oppositore di Rubio (non il più spietato: quello è Chris Christie del New Jersey), sta facendo una campagna elettorale in New Hampshire pensata per demolirlo: dice che Rubio è inesperto, che se si arriva con lui a novembre si perde sicuramente, che è un tipo molto controllato (anzi, il suo staff lo controlla), ma a lungo andare dimostrerà che quella che adesso sembra calma tranquilla, poi sarà assenza di grinta. È un tentativo estremo, da parte di Jeb Bush, di bruciare la stella di Rubio per poter far splendere la propria: il posto vincente è uno solo. Il padre vorrebbe mangiarsi il figlio, ora e subito, ma poi, come spesso accade quando finisce il lungo e brutale giro delle primarie in cui il massacro è tutto in famiglia, forse sarà il primo a dare il suo sostegno a Rubio, se dovesse essere lui il prescelto. Perché nella vita di Marco Rubio i padri sono buoni e coraggiosi e ottimisti, e la storia che Ru(bae)o vuole raccontare è a lieto fine, parla d’amore.

 

Nelle immagini: Marco Rubio in New Hampshire e la sua nuova maglietta, che sta andando a ruba (Foto Getty Images)
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