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Manic Monday

Il vademecum del pellegrino di Wimbledon, l'alta borghesia del "lawn tennis" e la fila ordinata del Manic Monday (in cui ci lascia Serena Williams).

Terza puntata del diario da Wimbledon. Qui la prima e qui la seconda.

Per cogliere lo spirito dell’All England Club non è necessario passare le due settimane del torneo tra l’edera che ricopre dolcemente i muri dei campi, basterebbe procurarsi una copia del Wimbledon Compendium che viene fornito quando si ritira l’accredito. Dietro la copertina patinata che ritrae i campioni in carica del singolare maschile e femminile si cela un tesoro di informazioni più o meno improbabili, elencate in uno stile senza tempo. Il tutto stampato su una carta inutilmente lucida, in un carattere tipografico vecchio di decenni. In realtà già lo shot glamour della copertina tradisce un attaccamento a rituali così codificati e impolverati da suscitare un’immediata simpatia: i due vincitori, ingessati negli abiti della circostanza e nella posa obbligata, sono resi ancora più buffi dall’essere obbligati a indossare un tondino appuntato sul vestito, con su stampato in oro il nome del Club, l’anno, e poi con una striscia bianca su cui si leggono i loro nomi, scritti a penna. Come un paio di reclute che hanno superato un esame, i vincitori del torneo di tennis più importante del mondo si agghindano per bene – e fino a qualche anno fa dovevano anche fare un ballo insieme, – per poi vedersi attaccata addosso una spilletta usa e getta col proprio nome scribacchiato, come un marchio a ricordare quanto transitorio sia il trionfo, quanto facilmente ci si dimenticherà di loro per passare oltre come se nulla fosse accaduto.

Dentro il volume si fornisce l’elenco di coloro che hanno giocato una finale indossando occhiali da vista, oppure chi indossava una fascia in testa o un cappello.

Dentro il volume poi viene riportata ogni sorta di amenità con estrema serietà e scrupolo: ogni edizione del torneo utilizza circa 54250 palline, non la solita media piena di zeri tanto per dare un’idea, ma una stima di decine di migliaia, spalmata su decenni e decenni, valutata in un’approssimazione di poche unità, perché qui i fatti sono importanti. Come è importante fornire l’elenco di coloro che hanno giocato una finale indossando occhiali da vista (con liste diverse tra vincitori e finalisti), oppure chi indossava una fascia in testa o un cappello, con la specifica del tipo di accessorio, marca e modello; poi c’è la lista dei giocatori ambidestri, le variazioni del costo del noleggio di cuscini per gli spettatori, gli anni in cui i diversi campi sono stati muniti di teloni di copertura, la cronologia delle invasioni di campo. La prima documentata, nel 1949: «La sfida tra A.C. van Swol e R. Abdessalam era da poco iniziata quando uno scoiattolo ha fatto la sua comparsa sul Centre Court. I giocatori si sono concessi un attimo di relax mentre i raccattapalle scacciavano l’animale». Oppure il 1998: «Un topo ha interrotto il gioco durante l’incontro tra Y.A. Kafelnikov e M.A. Philippoussis». Quasi tutti i giocatori hanno anche l’iniziale del secondo nome, di cui ovviamente non si trova traccia da nessun’altra parte. La storia delle invasioni sembra lo specchio delle epoche che hanno attraversato il XX secolo. Ecco il 1981: «L’incontro tra Miss S.D. Barker e Miss A.K. Kiyomura e Miss J.C. Russell e Miss V. Ruzici fu interrotto per oscurità alle 9:35 p.m., sul punteggio di 5 pari nell’ultimo set. Tra urla e fischi diversi cuscini, programmi ufficiali e altri oggetti furono lanciati in campo». Poteva succedere solo negli anni ’80. Si prosegue con le descrizioni delle condizioni metereologiche delle varie edizioni, che spesso assumono i toni delle massime elusive de I Ching: «1976. Il torneo più caldo di sempre. Nessun sollievo in una calura rovente dall’inizio alla fine. Niente pioggia per tutto il torneo». Oppure: «1984. Tempo eccellente – Solo due giornate momentaneamente guastate da pioggia.»

Residui di questa adorabile assenza di ironia si trovano tutt’oggi anche nei materiali prodotti a getto continuo per la stampa, come l’elenco delle presenze nel Royal Box del Centrale, di cui viene fornito un aggiornamento quotidiano: una lista di personalità riportata con il cognome sulla sinistra e poi un «Mr & Mrs» scritto accanto, seguito dal solo nome di battesimo dell’uomo, con quello della donna tra parentesi, così: «Mr & Mrs Harry (Judy)». Immagino che questo tipo di identificazione sia riservato alle coppie sposate, perché in altri casi figurano entrambi i nomi, a volte con il Mr o la Mrs sostituiti da un «Dr», probabilmente un marchio di carenza nobiliare mascherato da titolo professionale, a rimarcare i segni della gretta borghesia. Che poi il pubblico di Wimbledon ce lo immaginiamo tutto così, ed è vero che qui si incontrano costantemente creature che sembrano galleggiare sopra le banali faccende della vita. L’alta società la noti da tante piccole cose: i sorrisi inespressivi, i capelli e gli abiti ben tagliati, oppure dei pantaloni bianchi attillati portati su tacchi alti in un giorno di pioggia, lasciati serenamente a picchiettarsi di macchie di fango sui polpacci. Vanno in giro contenti con le loro caraffe di Pimm’s, il bibitone alcolico nazionale che sa di zenzero, dolciastro, servito pieno di ghiaccio e limone e che dopo pochi sorsi dà subito uno stordimento iperglicemico, ideale per assistere distrattamente a tutto il circo che si svolge attorno al proprio privilegio.

Ma non ci sono solo loro, c’è anche la società civile che per qualche giorno all’anno è irretita dall’armonia campestre del lawn tennis, e si accampa e fa notte per ottenere un biglietto. La vado a trovare nella domenica di mezzo, quando non si gioca, unico Slam che si prende il lusso di non prevedere incontri nel potenziale giorno di maggiore incasso. Arrivo su un pratone invaso da tende, rigorosamente disposte in un labirinto corrispondente all’ordine di arrivo e che si tradurrà in un’ordinata fila al botteghino l’indomani (o dopo due o tre giorni, a seconda di quando e cosa si vuole acquistare). Si gioca a racchettoni, a pallone, badminton e persino a rubgy usando i sacchi a pelo come ovale. Si mangia cibo in scatola, si beve birra, non si possono fare barbecue e alle 10 di sera scatta la consegna del silenzio, pena espulsione dalla Fila per i molesti. Fa bel tempo, sarebbe stato interessante venire a vedere cosa facevano queste migliaia di poveri cristi se avesse piovuto. Gli ultimi quattro giorni del torneo la Fila però non ci sarà più, a quel punto la scala sociale interviene per annunciare che i giochi sono finiti, e solo un’indistinta massoneria può entrare per assistere a semifinali e finali.

Vado a parlare con i primi della Fila, sono arrivati di venerdì mattina, quasi 72 ore prima della messa in vendita dei biglietti per il Manic Monday.

Vado a parlare con i primi della Fila, sono arrivati di venerdì mattina, quasi 72 ore prima della messa in vendita dei biglietti per il Manic Monday, il leggendario lunedì della seconda settimana dove si giocano tutti gli ottavi di finale, bruciandoli in un sol giorno in una sorta di potlatch tennistico, il rito dei Nativi Americani in cui vengono distrutti beni di valore per cementare le relazioni nella comunità. Il primo della fila si chiama Chris, è basso, pelato e muscoloso e quindi fortemente anti-tennistico, ma viene qui a campeggiare dal 1983, fino a oggi ha mancato solo sei edizioni. Seconda in ordine di arrivo c’è una distinta signora che viene da una decina d’anni, da quando ancora la Fila si faceva solo sui marciapiedi che portano ai gate e non sul pratone come adesso, dopo che finalmente il city council si è deciso a concederne l’uso. Wanda Thornburrow, così si chiama, con quel cognome deliziosamente astruso come fosse l’invitata di una cena degli equivoci scritta da P.G. Wodehouse. Nei primi anni ’60 giocava a tennis e una volta a Wimbledon, da junior, si è tolta lo sfizio di battere Virginia Wade, l’ultima britannica a aver vinto uno Slam. Ma non me l’ha detto lei, l’hanno spifferato i vicini di tenda, perché lei non ne vuole molto parlare, dice che non si ricorda neanche l’anno, e che poi all’epoca era diverso, lo facevano solo per divertirsi. Wanda mi dice anche che sull’asfalto l’attesa era comunque molto divertente, con i poliziotti che a sera si univano ai pellegrini del tennis per tirare due calci al pallone.

Poco dopo, mentre mangio una pizza in un locale nei dintorni, ascolto le chiacchiere di un quartetto di italiani che si prendono una pausa dal campeggio forzato. Parlano a alta voce con l’eccitazione di chi si conosce da poco e si sta simpatico, con la solidarietà istintiva dei connazionali all’estero. Afflitto da un’inattesa solitudine vorrei unirmi a loro, per partecipare alle chiacchiere alcoliche su trasferte improbabili da un torneo all’altro. Ma qualcosa mi trattiene, sento la conversazione virare verso temi più personali, il gruppo è già consolidato. Due sono di Roma, gli altri due hanno un accento veneto; uno dei romani lavora in un centro estetico, l’amico accenna a un suo aneddoto speciale, lo incoraggia a raccontare la vicenda. Ma con un avvertimento: «Nun te la brucia’ sta storia, stamo a Londra, nun te capita più».

Anche il lunedì degli ottavi è bruciato in fretta come un cerino, ed è vero che ci sarebbe da parlare di Serena Williams che ha perso, ma è storia già passata. Che cadano favoriti ormai quest’anno è diventato normale, e il torneo femminile, ormai delineati i quarti di finale, presenta un’incertezza su chi potrà essere la vincitrice come non capitava da anni. Diverso il discorso per il singolare maschile, ormai poche o nulle le incognite sulla via della finale Murray-Djokovic, quasi tutti i giovani di buone speranze sono stati mandati a casa un’altra volta. Però è rimasto un polacco alto più due metri che si chiama Jerzy Janowicz: un anno fa non lo conosceva nessuno, oggi lo guardano tutti un po’ preoccupati. Serve a 240 all’ora ma sa dare anche qualche carezza alla palla, in più l’anno scorso ha persino battuto Murray salvando un match point. Qui dopo aver vinto il suo ottavo di finale si è inginocchiato, perché mai era arrivato ai quarti di uno Slam. Subito dopo si è messo a firmare autografi a decine di persone, con una foga che tradiva l’estrema voglia di farlo, come se li firmasse per se stesso e non per i fan. È affascinante osservare gli atleti in quel momento magico in cui sono ancora tra di noi, ci parlano e ci sorridono, ma sono già oggetto di profonda ammirazione. È una finestra breve, poi impareranno a essere cordiali e disponibili, ma firmeranno gli autografi con un altro sguardo, con una forma di assenza che è necessaria a difendere la propria persona dal loro personaggio pubblico. Jerzy ancora non è arrivato a quel punto, e oggi ha autografato persino le sue scarpe e le ha lanciate tra il pubblico; poi gli hanno chiesto che taglia ha di piede e lui ha risposto, dice che porta il 49.

 

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