Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Invenzione di un omicidio

Making a Murderer, serie true crime del momento, un'indagine collettiva per tirare fuori di prigione Steven Avery.

Nel novembre del 2005 Laura Ricciardi e Moira Demos sono due studentesse di cinema a New York, compagne di corso e amiche. Un giorno scorrono le cronache del New York Times e si fermano su un articolo il cui titolo recita «Freed by DNA, Now Charged in New Crime». Parla del caso di Steven Avery, 43enne del Wisconsin arrestato per aver ucciso e tentato di bruciare i resti di Teresa Halbach, fotografa di appena 25 anni, nel cortile della proprietà di famiglia il giorno di Halloween.

Ricciardi e Demos noleggiano un’auto, si fanno prestare una videocamera e partono per la contea di Manitowoc, il luogo del delitto. Decidono di andare in Wisconsin anche per la curiosa cornice che, riporta il pezzo del Times, gli fa da sfondo. Quando viene incriminato, Avery è già impegnato da qualche settimana in un processo in sede civile: ha chiesto 36 milioni di dollari di risarcimento alla sua contea perché è stato ingiustamente in carcere per 18 anni, da innocente. Nel 1985 l’uomo era stato indagato e condannato per una violenza sessuale ai danni di una donna sulle sponde del lago Michigan venendo scagionato soltanto nel 2003, grazie ai passi avanti nel campo dell’analisi del DNA. Making a Murderer, la serie di Netflix uscita a fine dicembre, è il risultato di due anni e mezzo passati dalle filmmaker nei luoghi della vita di Avery, cioè piane gelate d’inverno e assolate d’estate, corti distrettuali e molte prigioni. Prodotto nell’arco di più di un decennio, lo show è costruito sulle testimonianze dirette del suo protagonista, su quelle dei suoi familiari, su quelle dei suoi legali; si propone di rispondere a una domanda: how do we as a society respond when injustice is exposed?

Gli esegeti del mercato televisivo inquadrano questo approdo di Netflix al genere true crime in un trend iniziato col clamoroso podcast Serial e proseguito con The Jinx, lo show con cui HBO ha raccontato la vicenda criminosa di Robert Durst, rampollo del settore immobiliare newyorkese.  Ma nell’epopea di Steven Avery risaltano molte caratteristiche uniche. Innanzitutto, in questo A sangue freddo televisivo dei nostri tempi c’è una tesi di innocenza, già evidente nella scelta del titolo: Steven Avery non ha mai ucciso Teresa Halbach, anzi è vittima del sistema («the system» è tra le espressioni più ricorrenti della serie) e, in particolare, di poliziotti che l’hanno incastrato per non trovarsi costretti a risarcirlo. E se Durst era un membro dell’upper class di Manhattan, il corpulento quarantenne del Wisconsin parla un inglese grammaticamente scorretto, ha un quoziente intellettivo basso, non si è mai allontanato dallo sfasciacarrozze dove vive con la sua famiglia, numerosa e poco inserita nella comunità locale. Soprattutto, se su HBO la serie aiutava la giustizia a fare il suo corso (com’è noto Durst è stato arrestato dopo una confessione mandata in onda nell’ultima puntata), Making a Murderer è invece per prima cosa un’accusa delle storture di quello stesso «sistema» («Where is the justice?», chiosa in una puntata il protagonista in una telefonata registrata dal suo penitenziario).

La prima puntata della serie, disponibile integralmente su YouTube, si apre con le immagini di un uomo dal cranio rasato e con una folta e lunga barba bionda. È lo stesso Avery a novembre del 2003, appena uscito di prigione dopo 18 anni. Scherza, prende in braccio un neonato, si lascia scappare qualche risata. Poi si passa a un intervento di Walter Kelly, legale del Wisconsin Innocence Project, l’ente che lo ha fatto rilasciare e che lo ha assistito nel processo di risarcimento. Racconta i fatti dall’inizio: dice che una cugina, a cui Steven stava particolarmente antipatico, nel 1985 lo accusò di averla minacciata con un’arma da fuoco, e che a luglio di quell’anno, quando Penny Beerntsen – membro di un’importante famiglia della comunità locale – venne stuprata e picchiata da un uomo, il vice sceriffo dell’epoca disegnò un identikit partendo non dalle parole della vittima ma dalla foto segnaletica di Avery. La donna, in stato confusionale, confermò, «è lui».

Da qui in avanti, e per dieci puntate, Making a Murderer diventa una serie sconvolgente fatta di ricostruzioni, contaminazioni, prove, depistaggi, false testimonianze, omissioni, che restituiscono in controluce i contorni di un’insensata persecuzione contemporanea. Forbes ha scritto che «si tratta del primo vero dibattito nazionale che Netflix ha stimolato con uno dei suoi show», e a tutti gli effetti non c’è bisogno di una particolare insofferenza all’ingiustizia per sentirsi coinvolti nelle vicende legali di Avery. In un’intervista a Vulture, Laura Ricciardi ha spiegato di aver voluto permettere allo spettatore di seguire lo sviluppo dei personaggi coinvolti nella trama. E la famiglia di Avery, disposta da subito a collaborare con le registe nella realizzazione della docu-serie, dimostra di essere fatta da persone umili, assorbite dal loro lavoro, ignoranti, ascrivibili a quell’estetica Midwest che qualcuno ha ribattezzato white trash.

Making a Murderer restituisce in controluce i contorni di un’insensata persecuzione contemporanea

Tra loro però per la legge americana al momento ci sono non uno, ma due assassini. Quattro mesi dopo il secondo arresto di Avery, Brendan Dassey, all’epoca sedicenne nipote di Steven con ritardi cognitivi, viene interrogato a scuola da due agenti dell’Fbi, a cui confessa di aver partecipato allo stupro, all’uccisione e alla dispersione dei resti di Teresa Halbach. Da quell’occasione in avanti ritratterà sempre la sua deposizione, dirà (com’è vero, e le immagini dell’interrogatorio lo provano) che gli era stato detto che se avesse ammesso «ciò che volevano» l’avrebbero lasciato andare. Lui, rivela in una telefonata con la madre, da parte sua voleva soltanto tornare a casa in tempo per vedere Wrestlemania.

Il semi-analfabetismo degli Avery («Che significa “discordanti”?», chiede a un certo punto Brendan alla madre in un’altra telefonata; «Non lo so di preciso», risponde lei), non fa che aumentare il senso di impotenza in chi assiste allo show. In una delle sue telefonate Steven, sfiduciato, commenta amaramente che «i poveri perdono sempre»: l’accusa è riuscita a farlo dichiarare colpevole di omicidio da una giuria popolare nel 2007. Non gli è stata concessa nemmeno la condizionale, a cui Dassey, condannato poche settimane dopo, allo stato attuale potrà aspirare solo nel 2048. Le prove dei crimini di Steven Avery e Brendan Dassey? Una macchia di sangue di Teresa nella Toyota Rav4 trovata nel cortile dell’uomo, le chiavi dell’auto rinvenute nella sua camera da letto e alcuni proiettili .22 nel garage. Eppure sia le chiavi che i proiettili sono stati messi agli atti dell’inchiesta solo dopo l’arrivo sulla scena del crimine di alcuni funzionari della contea di Manitowoc, teoricamente estromessi dall’indagine per l’evidente conflitto di interessi dato dal processo di risarcimento in cui erano coinvolti. E il sangue? Un test effettuato con fretta apparentemente insolita dall’Fbi ha escluso che si trattasse di una macchia collocata da terzi, ma una perizia della difesa ha scoperto che una vecchia fiala di sangue di Avery – parte del materiale archiviato col primo processo – era stata maneggiata e forata dall’ago di una siringa.

MAM_Vertical_Keyart_US.0La tesi innocentista è difficile da non perorare: il tenente James Lenk e il poliziotto Andrew Colburn, direttamente implicati nel processo intentato da Avery contro la sua cittadina, dopo qualche puntata si rivelano essere le stesse persone che hanno registrato per prime le prove. Nel corso del processo seguito passo passo dalla registe i due avvocati difensori, il pragmatico Jerry Buting e il più zen Dean Strang (che a tratti pare uscito da L’attimo fuggentediventano per lo spettatore qualcosa di molto simile a due eroi, mentre il procuratore Ken Kratz, Repubblicano che nel 2010 ha lasciato la sua carica per aver molestato la vittima di una violenza sessuale, assume tutti i connotati dell’antagonista spietato. Kratz ha dichiarato di non essere stato contattato per fornire la sua versione dei fatti –  smentito dalle autrici – e poi ha sottolineato che la serie tralascia «l’80 o il 90 percento» delle prove che inchiodano Avery. Non è l’unico a pensarla così, a dirla tutta: in questi giorni sono sorti molti thread su Reddit, articoli e post a commento della vicenda. Uno in particolare, pubblicato sul sito Pajiba, vede un ex fautore dell’innocenza dell’uomo elencare una serie di elementi probatori che la serie non avrebbe presentato.

Che l’abbia fatto o meno, per definire Making a Murderer si può scomodare un aggettivo fastidiosamente abusato: “necessario”. Era necessario fare luce sulle numerose zone d’ombra del secondo processo di Steven Avery? Era necessario che i suoi parenti e le sue compagne avessero modo di avviare un dibattito su un sistema legale che non funziona come dovrebbe? Era necessario che qualcuno costringesse il Wisconsin Innocence Project a reinteressarsi al caso? Da qualche giorno c’è anche una petizione alla Casa Bianca per chiedere il perdono presidenziale di Avery, a dimostrazione che la serie è riuscita a mobilitare il suo pubblico, dando il la a una sorta di indagine collettiva che potrebbe portare a una revisione del processo. Chiamatelo potere della tv: l’altro ieri Ricciardi e Demos hanno annunciato al Today Show di aver saputo da un membro della giuria che ha emesso la condanna che i giurati hanno votato per la colpevolezza «perché temevano per la propria incolumità».

Nell’immagine in evidenza: foto segnaletica di Steven Avery ai tempi del suo primo arresto nell’estate del 1985.
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg