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Maicon, prima di lui c’era solo il terzino

”È bollito" dicevano. Come no. La seconda giovinezza di un giocatore che ha inventato un ruolo e ancora oggi ne rimane l'interprete migliore.

Era bollito, come no. Finito. Dicevano: non corre più. Maicon li ha saltati. Ha messo la freccia a destra, con quel gomito alto che sembra un’ala aperta per aumentare la velocità. Perché corre, altroché. Corre come prima. E gioca, si batte il petto, urla, lotta. Roma ha riconsegnato al calcio un giocatore diverso da altri. Uno di quelli che portano un ruolo a essere ciò che non era fino a prima del loro arrivo. Perché lui ha preso il terzino di spinta alla Djalma Santos, alla Facchetti, alla Cafù e l’ha trasformato in un vero laterale in più. Per capirsi: nessuno riusciva a fare la fase difensiva e quelle offensiva con la stessa intensità per tutta la partita. Il terzino era un lampo: due, tre, quattro, cinque progressioni a partita. Straordinarie perché contingentate. Il resto era ordinario. Lui ha ribaltato: l’eccezione è diventata regola. Un colosso agile, un armadio pesante ma mobile, un difensore, un centrocampista, un attaccante. Moderno, di più: contemporaneo. Quello che mancava in ogni altra squadra ce l’aveva l’Inter e ce l’ha la Roma. Il gol alla Fiorentina non era necessario, ma è utile a rimetterlo al centro del mondo. Perché la cessione al Manchester City era stato un buon affare economico, con pessimi risultati tecnici. Abbiamo pianto per l’addio al calcio italiano di Ibrahimovic, di Thiago Silva, di Verratti e abbiamo taciuto un po’ troppo su quello di Maicon. Perché è forte. E perché è determinante. Quanti terzini hai conosciuto che cambiano squadre e partite? Ecco Maicon, che a volte sembra giochi a calcetto e altre a football americano. Che fa cose strane, che lancia urla e si dà i pugni sui pettorali come un wrestler. Qualcuno ricorderà le immagini di Inter-Siena di qualche anno fa: il tocco di esterno a scavalcare il portiere e poi la corsa verso la curva, seguito di Mourinho. Nudo, perché è un gladiatore. Maschio, perché un gol così all’ultimo minuto o quasi dice che hai le palle. Poi il pugno sul petto, l’allenatore scosso come un cestino di vimini sotto il suo braccio. “Sono forte, sono forte, sono forte”. Lo fa ancora. Lo fa spesso. E’ un anti-mantra: non gli serve a darsi coraggio, ma a toglierlo agli altri. Maicon per se ha già fatto abbastanza e non ha bisogno di convincersi ancora. Neanche gli avversari, però. Bisogna trovarselo davanti una volta: spaventa per la forza, perché chiunque gli si metta di fronte sa che sarà superato in velocità e se resisterà diventerà una mosca attaccata alla linea laterale, schiacciato dal questa pressa che mulina metri con il pallone e senza. Più potenza e forse meno gol di Facchetti, diverso eppure simile: l’idea di andare, di partire, di seguire, di indicare con uno scatto l’idea di un lancio, di una giocata, di uno schema. Mettigliela sulla corsa e poi lascialo giocare.

Nell’era di Mourinho fu per molto tempo semplicemente il migliore. Nel suo ruolo non c’era, e forse non c’è ancora, un solo calciatore nel pianeta che possa pensare di essere meglio di lui

Non ha inventato un ruolo, l’ha adattato alle sue caratteristiche: peso per altezza, per agilità, per tecnica,per tattica. L’algoritmo racconta una carriera incredibile: era già forte nell’era dell’Inter di Mancini, ma poi ha fatto di più. Nell’era di Mourinho fu per molto tempo semplicemente il migliore. Nel suo ruolo non c’era, e forse non c’è ancora, un solo calciatore nel pianeta che possa pensare di essere meglio di lui. Dici “ma è un terzino”. E’ questo il bello: il calcio di oggi è fatto di questi mostri, di quello che una volta era il due, stava perennemente sulla fascia destra a controllare l’ala sinistra agile, scattante, tecnica, oggi trasforma quello stereotipo in una statua di bronzo che in una certa fase della carriera faceva 105 metri in 13 secondi. Era, casualmente, il momento in cui molti chiedevano a Mourinho di far esordire Santon. E lui: “Non posso farci niente se ha davanti il terzino destro più forte di sempre”.

L’infortunio avuto al City ci ha riconsegnato la sua forza. Il calcio italiano aveva sbagliato a privarsene, quello inglese ha fallito a non aspettarlo. S’è infilata la Roma. L’ha chiamato: stiamo costruendo una squadra che potrebbe essere buona per te, vieni? E’ andato, tra lo scetticismo di chi aveva pensato che davvero uno così potesse bollirsi in un anno e mezzo. Errore. Maicon corre perché è il contrario di ciò che molti pensano. Non è istinto, è lavoro. L’aria da sbruffone convinto della propria superiorità fisica è la sovrastruttura del personaggio. E’ il contorno di un professionista che fatica, che studia, che migliora. Si guarda, per esempio. Appena arriva a casa, dopo una partita, si rivede: “A volte ritorno dalle trasferte alle 3 di notte e mi riguardo subito per capire dove posso migliorare”. Poi c’è una storia dell’alimentazione, del cibo, della preparazione. L’ha raccontata la Gazzetta dello Sport qualche tempo fa: “La conclusione di un lungo discorso sulle sue abitudini alimentari è stata che lui è una specie di Braccio di Ferro, ma al contrario: forte come Popeye, e su questo non ci sono dubbi, però le verdure le mangia dopo aver fatto uno sforzo, non prima: ‘A casa mia moglie Simone mi prepara la sopa, una zuppa di verdure. Non mi gonfia i muscoli, non mi fa correre di più: semplicemente mi fa bene e la mangio sempre dopo le partite. Sempre'”.

Non è simpatico, anzi per molti è esattamente il contrario. Non fa nulla per sembrare accomodante, non si presenta in tv, non si lascia avvicinare dopo gli allenamenti. Le interviste si contano, anche perché alla fine sa che quelle domande che non sopporta, tipo quelle sulla vita, sulla famiglia, sul Brasile della sua gioventù, arrivano sistematicamente. L’unica a cui risponde volentieri è quella sul nome. Perché ti chiami Maicon? “Non lo so”. Come a dire, ti rispondo volentieri, ma non ti rispondo. Così s’alimenta la leggenda dell’impiegato dell’anagrafe che capì male le richieste del padre: aveva detto di aver scelto Michael e si trovò Maicon. Vero? “Non lo so”.

Ha un’ironia che molti hanno confuso per sbruffonaggine, oppure una sbruffonaggine che lui spaccia per ironia. Così a molti non piacque la battuta che ai tempi dell’Inter fece su Ronaldinho: “Potrei dirgli: ‘Ti ricordi di quando giocavamo insieme nelle giovanili del Gremio e tu mi portavi i biscotti e la Coca Cola?’”. Il Gremio è la squadra che l’ha messo su un campo da calcio, prima di abbandonarlo. “Io ho cominciato a giocare a Criciuma, la mia città. Giocavo in casa, in spiaggia, ovunque: ho cominciato a parlare e ho chiesto un pallone. Mio padre non si meravigliò: era stato un terzino destro anche lui e poi era diventato allenatore. Mi ritrovai in difesa per sua volontà: giocavo centrocampista offensivo, decise che dovevo arretrare. Giusto, no?”. E’ come se non l’avesse scelto. Perché è come se non avesse un ruolo. Ha la presenza: c’è lui e si sta coperti. Dietro, in mezzo e avanti. Perché ha preso un talento naturale e l’ha innaffiato con l’allenamento. L’ha fatto crescere coi muscoli e divertire con la velocità: a quasi 33 anni ha solo smesso di chiedersi in quanto fa 105 metri.

 

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