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L’uomo d’acciaio

La lunga "maledizione" di Superman al cinema: in molti c'hanno provato e hanno fallito, ora tocca a Nolan. Risultato: bene ma non benissimo.

Era agosto del 2006 e al solito mi trovavo nella mia casa di montagna senza nulla da fare. Avete presente quando siete in vacanza in montagna mentre piove, quando tutti sono al mare a prendere il sole? Ecco, quella bella sensazione lì. Quella che per quattro secondi circa ti fa pensare che forse, alla fine, un po’ ti manca essere in ufficio in città. Fortunatamente è una sensazione che dura molto poco. Giusto il tempo di sfogliare il giornale e scoprire che in un paese vicino c’è l’anteprima di uno dei film più attesi dell’anno: Superman Returns.

Dopo la prima sequenza action un bambino seduto al mio fianco si gira verso suo padre e chiede: “Papà, ma perché Superman ha le mutande sopra i pantaloni?”. Ed in quel momento capisco che il film di Singer è destinato a fallire

Ve lo ricordate? All’epoca c’era molta attesa. Il supereroe più famoso della Dc Comics mancava dai grandi schermi da quasi vent’anni. L’ultimo film era stato l’orribile Superman IV del 1987, quello diretto da Sidney J. Furie. L’attore che per tutta la nostra infanzia aveva impersonificato L’Uomo d’Acciaio, Christopher Reeve, era tristemente morto nel 2004, dopo nove lunghissimi anni passati immobile su di una sedia a rotelle a causa di una brutta caduta da cavallo. Nel frattempo i film ispirati dai fumetti erano drasticamente cambiati: c’erano più soldi, storie più belle, registi più bravi. Uno di questi era Bryan Singer, già dietro la macchina da presa per un capolavoro generazionale come I Soliti Sospetti e ben due capitoli (notevoli) della saga degli X-Men. La Marvel s’era già presa una bella fetta di mercato con i primi due capitoli di Spider-Man firmati da Sami Raimi e la Dc aveva appena risposto con Batman Begins di Christopher Nolan, ovvero con quello che con il senno di poi è stato il primo tassello di una nuova via per il cinema supereroistico. In questa situazione esce Superman Returns del fenomeno Singer, una sorta di reboot/remake dei vecchi film anni Ottanta. C’è un grande cast: Kevin Spacey nella parte del villain Lex Luthor, Eva Marie Saint come madre adottiva di Superman, Frank Langella, Parker Posey, due belloni come James Mardsen e Kate Busworth. Addirittura si estraggono dal cilindro magico due assi come vecchi filmati con Marlon Brando e un veterano come Jack Larson, ovvero il primo Jimmy Olsen televisivo. E nella parte del protagonista un bellone nuovo che risponde al nome di Brandon Routh. Insomma, quei film dove è impossibile sbagliare. Mi siedo al buio della sala tutto contento: dopo la prima sequenza action (dove Superman solleva un gigantesco aeroplano) un bambino seduto al mio fianco si gira verso suo padre e chiede: “Papà, ma perché Superman ha le mutande sopra i pantaloni?”. Ed in quel momento capisco che il film di Singer è destinato a fallire. Non funziona per i grandi come me e allo stesso tempo non funziona per i bambini. L’aria è cambiata: Singer, con i due sceneggiatori che l’avevano già accompagnato per X-Men 2, non riesce a trovare una chiave di lettura. Si strizza l’occhio a quell’innocenza che il personaggio creato da Jerry Siegel e Joe Shuster si porta appresso, e che era stata resa quasi cartoonesca nei film degli Ottanta, in un periodo in cui i buoni in calzamaglia cominciano ad essere credibili come i nuovi alfieri del noir. Non si ride e non ci si emoziona. In compenso anche dal punto di vista dell’action va male: l’uomo più potente dell’Universo viene utilizzato solo ed unicamente per sollevare o spostare cose pesanti. Superman in questo film non fa nulla di nulla se non volare col suo costumino vintage, avere un ciuffo immobile e sollevare cose pesanti. Superman Returns fu una grande delusione. L’ennesima insoddisfazione proveniente da un progetto che sembra quasi essere maledetto.

Sembra proprio che chi provi a portare Superman su grande schermo ne esca con le ossa rotte. Eppure noi fan siamo sempre qui. Perché è difficile sapere dire di no a un personaggio come questo

Sì, perché in giro la gente chiacchiera, mormora, spettegola. E sembra che Superman porti sfortuna. Il primo Superman televisivo caduto in disgrazia (il vecchio George Reeves, protagonista di un nostro vecchio Unforgiven). Il secondo Superman, un attore con lo stesso cognome, condannato su una sedia a rotelle per una semplice caduta. Un progressivo disinteresse da parte dei fan dei fumetti nei confronti di un personaggio che, dopo aver cambiato la storia della letteratura supereroistica, oggi viene considerato noioso e monocorde. Un regista giovane e promettente come Bryan Singer che vede il suo progetto naufragare nel momento in cui gli Studios gli negano la possibilità di un sequel e il povero Brandon Routh che viene massacrato dalla critica per la sua interpretazione e che ad oggi è considerato uno dei peggiori attori viventi. Il famoso progetto poi mai realizzato con Nicolas Cage come protagonista e Tim Burton e Kevin Smith che si litigavano il posto da registi. Insomma, sembra proprio che chi provi a portare Superman su grande schermo ne esca con le ossa rotte. Eppure noi fan siamo sempre qui. Perché è difficile sapere dire di no a un personaggio come questo. Per noi Superman è un film che non è mai stato realizzato secondo le sue potenzialità: è una soddisfazione che non ci siamo ancora tolti. Una bella storia che ancora nessuno è stato in grado di raccontarci come dovrebbe e che rimane nei nostri occhi e cuori di lettori di fumetti. Ma ogni tanto qualche uomo coraggioso raccoglie la sfida e ci prova.

Nel 2008 la Warner Bros. ha cominciato a interessarsi a un vero e proprio reboot del franchise. La storia è abbastanza semplice: i diritti dei film sono sempre stati in mano alla fondazione Shuster & Siegel. Se la casa di produzione non avesse messo in piedi un nuovo film, gli eredi dei diritti del personaggio sarebbero stati in grado di far partire una di quelle cause che qualsiasi studio sano di mente vorrebbe evitare. A questo punto entrano in scena David S. Goyer e Christoper Nolan. Il secondo lo conoscete, il primo è lo sceneggiatore della nuova trilogia di Batman. Goyer è un personaggio misterioso che funziona a fasi alterne: è capace di cose ottime come The Dark Knight, ma anche di cose non proprio riuscitissime, vedi JumperIl Corvo 2.

Come già fatto per il secondo e terzo capitolo della trilogia di Batman, si rinuncia a sbattere il mostro in prima pagina. La parola Superman è bandita, viene pronunciata giusto due volte nel film e verso la fine

Dietro la macchina da presa viene chiamato Zack Snyder, già regista di Watchmen300, film tratti da due delle più importanti graphic novel di sempre. Tutto comincia ad assumere una forma verso la fine del 2010 e nell’agosto del 2011 cominciano le riprese. Il cast è di tutto rispetto: nella parte che fu di Marlon Brando, un gonfissimo Russell Crowe, al suo fianco vecchie glorie come Kevin Costner e Diane Lane, un villain straordinario come Michael Shannon, la candidata all’Oscar Amy Adams e un nuovo Superman. Questa volta tocca a Henry Cavill mettersi in gioco. L’attore di origini inglesi, oltre ad essere dotato di un fisico che sembra scolpito nel marmo, è anche di rara beltà. L’abbiamo già visto in Immortals di Tarsem Singh, nella serie Tv I Tudors e in quel pasticcio che era La Fredda Luce del Giorno. Non particolarmente espressivo, ma efficace quanto basta. La storia scritta da Goyer è da una parte un semplice reboot in grado di riscriver per l’ennesima (ma definitiva) volta le origini del perosnaggio, ma dall’altra ha una sua complessità. Dopo il successo di The Avengers, la DC Comics ha deciso di contrattaccare con un film sulla Justice League (stessa idea: film con ammucchiata di supereroi) e questo Man Of Steel dovrebbe essere il primo film targato Dc a gettare le basi di una realtà in cui i vari personaggi della casa editrice convivono. E poi c’è il titolo, che abbiamo appena citato: Man Of Steel. L’Uomo d’Acciaio. Come già fatto per il secondo e terzo capitolo della trilogia di Batman, si rinuncia a sbattere il mostro in prima pagina. La parola Superman è bandita, viene pronunciata giusto due volte nel film e verso la fine. Qui si vuole ripartire da zero, fare piazza pulita di quello che c’è stato prima e battere nuove strade. Ma com’è in definitiva Man of Steel?

Si esce contenti dalla visione di questo film. Soprattutto perché negli ultimi trenta minuti esplode finalmente tutto. Per la prima volta Superman è libero di tirare dei bei ceffoni. E contando che parliamo di un uomo con una forza assolutamente incontenibile, la questione è rilevante. Superman non solleva solo cose pesanti (anche se nella prima parte del film…) ma verso la fine corre, si muove e mena come un fabbro. E ad ogni suo pugno cadono dei palazzi. Tonnellate e tonnellate di cemento, vetri e lamiere che franano e si spaccano. Uomini che vengono scagliati attraverso edifici, fino a quando di edifici da perforare non ce ne sono più, come (e meglio che) in un cartone animato. Perché finalmente possiamo vedere in movimento quello che per anni abbiamo potuto immaginare guardando le vignette. Dal punto di vista dell’azione, Man Of Steel è assolutamente insuperabile. Il resto invece qualche pecca sfortunatamente ce l’ha. Il trattamento Nolan al personaggio, quello fondamentale nella riscrittura di Batman, qui sembra essere forzato.

Se escludiamo una bella sequenza con un Kevin Costner in gran forma, Man Of Steel pecca di eccessiva freddezza e a lungo andare, nella lugna parte introduttiva risulta freddo

Il problema di Superman è la sua aria solare, innocente, naif. Qui sembra che si sia fatto di tutto per renderlo invece estremamente serioso, quasi cupo. Le implicazioni cristologiche del personaggio vengono spiattellate senza troppo preoccupazione allo spettatore dopo solo 5 minuti di film e il tono che si sceglie di seguire è quello della massima serietà. La narrazione segue diversi piani narrativi, tentando di confondere le acque e rendere il gioco più complesso e gli attori sembrano tutti incredibilmente convinti, soprattutto Shannon. Quello che manca, in un film eccessivamente lungo (143 minuti) è, oltre a una certa leggerezza forse necessaria al personaggio, un po’ di emozione. Se escludiamo una bella sequenza con un Kevin Costner in gran forma, Man Of Steel pecca di eccessiva freddezza e a lungo andare, nella lugna parte introduttiva (prima dei fuochi d’artificio cui facevamo riferimento poco sopra) risulta freddo. In una battuta il film segue un po’ l’andamento dello score scritto dal solito Hans Zimmer: è bellissimo, ma alla fine ti risulta un po’ difficile ricordarti il tema principale. Peccato. Rimaniamo però in attesa del già annunciato sequel: la strada è comunque quella buona.

 

Immagine: il Superman “storico” di fine ann ’50 interpretato da George Reeves

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