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L’ultima rincorsa di Gerrard

Come Steven "Stevie G." Gerrard, icona glocal, si è conquistato l'Inghilterra partendo dalla provincia dell'impero. È ancora lì, dopo una vita ad Anfield. E stavolta vuole fare l'unica cosa che gli manca davvero: vincere il campionato.

Piange Gerrard. Piange. Perché la Premier vale più della Champions. La vede adesso, per la prima volta. Meno quattro, 12 punti possibili e poi la gloria. Piange perché la partita di domenica contro il Manchester City ad Anfield è stata sua. Il migliore senza segnare. Possibile? Sì. Succede quando sei Steven Gerrard, quando anche chi si convince che solo gli attaccanti meritino considerazione, non possono fare a meno di guardarlo. Suo il campo, sua la squadra, sua la vittoria. La palla tra i piedi e quella strappata dai piedi degli altri.

Gerrard è all’ultimo miglio dell’unica cosa che vuole. Campionato. Guarda il passo: il doppio di quello degli altri. Occhio quando carica il tiro: è un compasso, una molla, una stecca. Ora valla a prendere ‘sta palla. La ragnatela del sette è appena volata: quella è la “casetta”, dove il pallone prende alloggio e sembra che si fermi. Sta lì, che è la tua stanza. Gerrard si diverte a entrare e uscire: non cerca la finezza del tiro a giro, il suo è teso e preciso. Uno dei migliori del mondo senza mai essere arrivato neanche lontano dal podio del pallone d’Oro. Lui c’è in quella classifica, sempre. Da anni. Giù: ottavo, decimo, dodicesimo. Dicono: non ha vinto niente. Anche quando s’è preso la Champions a Istanbul contro il Milan non l’hanno voluto premiare. C’erano altri. C’era Ronaldinho, all’epoca al Barcellona. Lui terzo.

Gerrard si diverte a entrare e uscire: non cerca la finezza del tiro a giro, il suo è teso e preciso. Uno dei migliori del mondo senza mai essere arrivato neanche lontano dal podio del pallone d’Oro.

Gerrard è pallone d’Oro per nascita, perché appartiene a se stesso. Unico. Cioè primo, allora. Non devi avere una medaglia al collo per essere il numero uno. Steven non sa, forse immagina soltanto. Non c’è altro giocatore come lui: un centrocampista che segna come un attaccante, che tiene una squadra insieme come un leader, che attacca, difende, costruisce, distrugge. Modesto, però tosto. Timido, però deciso. Tira su la fascia da capitano, alza il calzettone, infila la maglia nei pantaloncini. Poi comincia a correre. Diciassette anni così. Diciassette. Perché ci sono calciatori che fanno parte del presente e non ti chiedi mai quand’è che abbiano cominciato. Gerrard ha 34 anni ed è un giovane vecchio. Quando compì dieci anni di campo, l’Inghilterra lo celebrò: 29 novembre 1998-29 novembre 2008, dieci anni di un eroe. L’enfasi stride con la sua faccia, con la sua espressione da normale, quasi banale. La cerimonia non gli appartiene se lo guardi in quelle immagini del 1998: quelle da adolescente sbarbato dell’esordio in campionato. L’ha sparata enorme il Guardian qualche tempo fa: la frangetta da vecchi Oasis e quella maglia rossa sovrabbondante anche sul suo fisico da piazzato. Gerrard era un bambino cresciuto. Un piccolo in un corpo grande. Era Stevie G, perché a Liverpool non aveva neanche diritto al cognome: il pargolo, il ragazzino, la mascotte. Stevie, solo Stevie. “G”, al massimo. Quello che era stato piccolo tifoso, poi piccolo calciatore nei pulcini, negli esordienti, nei giovanissimi, negli allievi, in primavera. Stevie che mise il piede dentro Anfield a cinque minuti dalla fine di una partita inutile con il Blackburn e poi in quella contro il Tottenham, dove gli misero contro David Ginola, quindi il talento: Stevie uscì a pezzi, massacrato dalla stampa e dal pubblico. «Il ragazzino non ce la fa», scrissero. Unica volta. C’era anche Michael Owen in campo. Lui era già qualcuno: aveva giocato un Mondiale, aveva illuso il pallone. La dimostrazione che il pallone d’Oro racconta solo mezza verità. Michael l’ha vinto nel 2001. E poi? Poi un cammino al contrario, indietro, una parabola in progressivo calo, il futuro offuscato dal passato. Un ventenne finito prima dei trenta. La tristezza della notorietà l’ha portato in alto quando era un ragazzino e l’ha lasciato a secco da maturo. Le gambe rotte, le ginocchia deboli, i muscoli sfilacciati: non c’è scampo alla regressione.

Owen è entrato in una strada senza uscita quando il suo corpo s’è inceppato e esattamente l’opposto di ciò che ha fatto Steven. Di più, anzi. Perché Michael non ha mai raggiunto lo status che oggi ha toccato Gerrard. «Il giocatore più importante della storia del Liverpool con Kenny Dalghish», ha scritto l’Observer. Liverpool, già. Roba locale? Aspetta un attimo. Stevie è un’icona glocal, cioè il mix assoluto di provincialismo e globalizzazione: una star nata in un paesino alle porte di Liverpool, cresciuta in un sobborgo, diventato eroe della squadra della sua città e contemporaneamente conosciuto ovunque. Chi c’è così adesso? Anche in questo è unico, Steven. È il Totti d’Inghilterra, solo che Francesco ha vinto all’apice della sua carriera, Gerrard ha cominciato il suo percorso lento verso la fine senza ancora aver vinto nulla in Inghilterra. Piange, allora. A 4 giornate dalla fine con la possibilità di prendersi la prima Premiership della vita a 34 anni. Gerrard è solo, supera quelli che hanno fatto il suo percorso nel passato, tipo Alan Shearer. Li supera perché lo scarto generazionale lo spinge molto di più verso l’estero. Non devi essere un fanatico di calcio inglese per sapere chi è questo calciatore, lo sai perché è sempre uno dei dieci giocatori più forti del mondo. Non vince il pallone d’Oro né il Fifa world player perché è troppo difficile premiare quelli che non fanno i fuochi d’artificio, perché essere completi e contemporaneamente unici non basta a essere sgargianti. Siamo nella middle class del pallone. Lui e Lampard, cioè il meglio che si sia avuto negli anni Duemila in mezzo al campo in qualunque squadra. Cioè la nuova via del pallone inglese, tornata lacrime e sangue dopo la parentesi di Beckham e dei suoi fratelli: Fowler, Scholes, McManaman, Owen, Neville, Ferdinand, Collymore.

«Il giocatore più importante della storia del Liverpool con Kenny Dalghish» (The Observer).

Si cambia, s’è già cambiato. Lampard è rimasto, Gerrard anche. Lo hanno voluto tutti in questi anni, ma non è partito, non ha superato la Manica per arrivare nel Continente. Convenienza: in nessun altro posto sarebbe come è a Liverpool. «Io non me ne andrò mai da qui». Ha firmato prima fino al 2011, poi per l’eternità. C’erano il Real Madrid, il Barcellona, l’Inter, il Bayern Monaco. Gerrard ha rischiato di essere vittima del credit crunch, quando il Liverpool non aveva più liquidità e non c’era nessuno pronto a dare qualche sterlina per evitare le cessioni. Anche un’altra volta stava partendo, quando il club aveva debiti pesanti e ingestibili. Lo tennero per miracolo. E adesso è ancora lì a gestire un altro passaggio generazionale, perché ha preso l’eredità  dell’era beckhamiana e l’ha accompagnata in direzione della post modernità.

È cresciuto pensando che Liverpool sarebbe tornata grande. L’ha fatto con lui: ha visto finire l’era del Manchester che vinceva senza avversari, che girava il mondo a raccattare soldi come se fossero granelli di polvere. L’era dei Fergie Boys è finita, ricominciata e finita di nuovo. Liverpool è tornata dal basso, da dietro: ha vinto una coppa dei Campioni contro il Milan, ha martellato come gli operai in una fabbrica, ha scalato come un minatore che vuole rivedere la luce. Eccola di nuovo, insieme al Chelsea internazionale. L’Inghilterra, l’Europa, il mondo. Steven è il padrone di una città che è il pallone. Perché c’è poco in giro per il pianeta come quello che si respira in un posto dove esiste Liverpool-Everton. Il pallone, appunto. Che qui è lontano dalla politica e dalla religione, dalle classi sociali, dall’estrazione culturale. Pure dalla famiglia. Si impara: hai la metà delle possibilità di diventare Red e metà di essere un Toffee. E non ci devi per forza nascere. L’importante è che alla fine odi Manchester. E questo va bene, perché il nemico è comune e vicino. Altri mattoni rossi, altre ciminiere, altra nebbia. Non ha il mare e si fotta. Non ha i Beatles. Ha battezzato il nuovo corso del New Labour e stop: Gordon Brown che non sarà mai Blair. Qui a Liverpool staranno sempre con Tony. L’Inghilterra che espatria e accoglie. È il mondo, oltre Londra. Football, anche. Vieni e riparti: Atlantico e poi quel fiume che ti porta nel cuore dell’Isola. Il pallone batte quattro volte e rimbalza anche sotto la pioggia: Liverpool-Everton è una partita che non ha uguali. «Respira calcio, chiudi gli occhi e vedrai le immagini di questa partita», dicono lì. È difficile da spiegare, perché sembra che ogni derby sia così. L’adrenalina, la tensione, l’ansia. Vincere per sentirsi migliori. Case contro case. Io e te: compagni di scuola, compagni di vita. Contro. Ci si conosce e ci si detesta. Sopra uno, sotto l’altro: sei mesi di godimento. Poi di nuovo. Tutto vero, poi però si arriva qui e si capisce che invece è diverso: forse è il tetto che fa la differenza. Sapere che non si supera mai la barriera, non per gli steward o i poliziotti. Perché viene da dentro. Tensione e lotta. Punto. Allora sai che tutti i predecessori di Steven una volta stavano nell’Everton: McMananman, Fowler e Owen tutti passati da blu a rossi.

Gerrard non ha mai cambiato. Sempre “red” per merito del padre che giocava in un campionato dilettantistico e nei week-end portava il figlio ad Anfield. Nella Kop. Cioè nella curva più bella del mondo senza essere una curva. Stevie se lo ricorda sempre. In una  intervista ha raccontato di avere una stanza dedicata solo ai memorabilia: tiene le maglie di tutti i calciatori con cui ha giocato contro, tiene i suoi trofei, le sue fotografie da calciatore e da tifoso. «Il primo flash che mi viene in mente è sempre quello di Liverpool-Arsenal del 1991, il gol di Thomas per i Gunners». È quello che ha fatto impazzire Nick Hornby in Febbre a 90°, il gol della vittoria del campionato dell’Arsenal dopo una vita. Gerrard è nato come uno sconfitto e non vuole mollare prima di aver vinto. S’è preso una Champions, ma non basta. Vuole la Premierleague, il campionato, lo scudetto. «Mi sono stancato di non aver vinto nulla in Inghilterra», ha detto in un libro che nel 2007 è stato giudicato il miglior libro di sport dell’anno in Gran Bretagna. Gerrard: My Autobiography, scritto con Henry Winter. Si apre con una dedica: «io gioco per Jon-Paul», cioè Jon-Paul Gilhooley, cugino di Steven morto a dieci anni nella strage di Hillsborough del 15 aprile 1989. «È stata dura quando ho saputo che uno dei miei cugini aveva perso la vita, vedere la reazione della sua famiglia mi ha spinto a diventare il giocatore che sono oggi». Capito? Uno di Liverpool, del Liverpool, che ha perso un familiare così nella più grande tragedia del calcio inglese e che ha cambiato per sempre la storia del football e del tifo nel Regno Unito. Ecco, Gerrard è il seguito della storia. È la storia. Piange adesso contro il City, nel weekend che ha commemorato proprio l’anniversario dello strazio di Hillsborough.

Steven non parla molto. Di se stesso dice sempre così: «Sono solo uno scouser». Cioè è di Liverpool, vuol dire che si sente da lontano che è un po’ tamarro. L’accento in Inghilterra vale più che in Italia e dice che i nordisti sono più grevi dei sudisti, che dalla voce sai se uno ha studiato o no, se è figlio di un ceto o di un altro. Steven viene della periferia dell’impero. Però è da lì che è partito per prenderselo. Quando è diventato capitano i giornali inglesi si sono chiesti se fosse all’altezza. Sì, no, forse. Commenti, articoli, interviste. Alla gente piace, Steven. Come fa a non piacere? Rielabora il passato e lo trasforma in presente: è uno che ci crede, che combatte, che segna, che esulta. C’è un gol contro l’Olympiakos di qualche anno fa. Vale per tutti: mancano tre minuti alla fine, il Liverpool avanti 2-1. Per qualificarsi aveva bisogno di due gol di differenza: palla fuori, ribattuta, tocco indietro, controbalzo da fuori area: una casetta in basso, all’angolo sinistro. Poi una corsa sotto la Kop, con le braccia larghe e la bocca di più. Cioè tutto se stesso: la potenza, la precisione, la grandezza. Non ci sono palloni d’oro, quando senti un’emozione così. Liverpool e l’Europa. Manca l’Inghilterra, solo quella.

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