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Lucio Magri

Abbronzato, borghese, radici cattoliche, appassionato di sci: epitaffio per un (qualcuno direbbe) radical-chic

Ai molti obituaries su Lucio Magri, ai quali questa Figu rimanda, per fortuna – aggiungo – quasi tutti rispettosi della sua scelta estrema, uno dei quali – il funebre cocktail-party degli amici più stretti nella casa romana del quartiere Monti, raccontato da Simonetta Fiori su Repubblica – resterà senz’altro nella piccola storia del giornalismo italiano recente, vorrei aggiungerne uno, quasi anonimo, scovato per caso su Indymedia. «È morto Lucio Magri. – scrive un certo Chaim – Lo chiamavano l’abbronzato i compagni della vecchia sezione del Pci perché andava a sciare, frequentava gente della borghesia. Credo che in fondo non gli perdonassero la questione del Manifesto o addirittura la sua origine cattolica. Chi sa dove saranno finiti, se sono morti prima che fosse troppo tardi».

L’abbronzato. Gli sci. La borghesia. È difficile spiegare a chi non c’era – Lucio Magri mancava dal centro della scena politica da almeno vent’anni – perché un intellettuale comunista rigoroso, curioso, magari inconcludente questo sì – uno che, per dire, aveva scritto del ’68 su Les Temps Modernes su invito di Jean Paul Sartre in persona – fosse identificato con quelle che all’epoca venivano considerate, almeno pubblicamente, intollerabili debolezze. Solo all’epoca? Non credo. È abbastanza facile scovare quanta di quella retorica comunista/cattolica sia approdata per vie diverse fino a noi, fino agli strepiti anti-Casta e fino all’eterna invettiva di destra sui radical-chic. Ci torneremo.

Magri, dopo il 1969 e il Manifesto, stava a sinistra del Pci e a destra della galassia dei gruppi extraparlamentari. Perciò era un bersaglio facile per tutti quelli che sentivano di avere più ragione di lui. Si narra che all’Unità, dopo la scissione del gruppo del Manifesto, alcuni redattori particolarmente ortodossi si esercitassero in piccole beffe nei confronti di quegli intellettuali e giornalisti non poco hipster per dirla con parole d’oggi. Sulle pagine sportive capitava di veder pubblicati tanto per sfottere i piazzamenti di una gara di sci tra giornalisti alla quale avevano partecipato Lucio Magri e la sua compagna di allora Luciana Castellina. E, se la leggenda è vera, pare che venissero persino pubblicati resoconti di corse ippiche addirittura dadaisti nelle quali i nomi di Magri e degli altri scissionisti facevano capolino tra il nome di un cavallo e l’altro.

Questa roba della sci, poi, appare oggi di una crudeltà incomprensibile. Ha ricordato Guido Moltedo – ex cronista politico del Manifesto – citando un racconto di Achille Occhetto: «Nei fine settimana, andavano in montagna d’inverno e prendevano, già piuttosto adulti, lezioni di sci. Magri, prima di andare sulle piste, studiava meticolosamente tutti i manuali di sci. Teoricamente, prima di infilare gli sci, era preparatissimo. E di quello sport sarebbe diventato un fanatico». Allo sci club dei giornalisti erano iscritti – rubo qui da un ricordo di Alfredo Pigna, popolarissimo conduttore della Domenica Sportiva del tempo, che ne era il capitano: Giorgio Bocca (ottimo fondista), Jas Grawonsky, Luciana Castellina, Lucio Magri, Luigi Pintor, Rolly Marchi, etc. Fatto sta che ancora all’inzio degli anni ’80 poteva capitare di leggere battute su Lucio Magri come questa, firmata dalla vignettista Ellekappa: “Pci: nuovi attacchi di Lucio Magri”. Per illustrare la battuta erano raffigurati un paio di sci.

Ma lo sci non è tutto. C’è una formidabile intervista a Marta Marzotto, che di Lucio Magri fu amante e compagna per una decina d’anni – figurarsi quale mortale peccato per i suoi avversari politici – che lo descrive così: «Un formidabile rivoluzionario da salotto, Magri. Guai se per il gigot d’agneau non c’erano il purè di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g… grossi grani grigi». E ancora: «Bello, intelligentissimo e infelice. Forse perché ce l’aveva con il mondo: rimproverava al mondo intero il suo sogno di essere a fianco di Che Guevara. Impossibile fargli capire, per quanto mi riguarda, che non era colpa mia».

Rivoluzionario da salotto. Gigot d’agneau. Metto da parte le riletture del pensiero politico di Lucio Magri (a cominciare dalla bella idea recente di aver rimesso circolazione alla vecchia poesia di Brecht sul “sarto che voleva volare”, e si schiantò a terra per dimostrare che comunque l’uomo prima o poi avrebbe inventato l’aeroplano – Il sarto di Ulm). Rileggo invece a mo’ di celebrazione il meraviglioso e chilometrico pezzo dello scrittore Tom Wolfe che diffuse in tutto il mondo l’espressione “radical-chic”. Uscì sul New York Magazine nel 1966 col titolo “Radical-Chic: That Party at Lenny’s”. Racconta con punte di inarrivabile barocchismo e psichedelico namedropping (c’è anche un servizio fotografico) la festa di compleanno del maestro Leonard Bernstein, ultrademocratico e di sinistra, che per non farsi mancare niente invita nel suo appartamento una delegazione delle Black Panthers in cerca di fondi per liberare certi loro compagni in galera.

Ne traduco un pezzettino: «Ci si chiede cosa mangeranno le Pantere Nere per aperitivo. Piaceranno loro quei piccoli assaggi di formaggio Roquefort cosparsi di noci, quei gambi di asparagi con un velo di maionese, le polpettine au Coq Hardi, che vengono offerte ora su piatti d’argento preziosamente orlati, da cameriere in un uniforme nere e colletto bianco inamidato? Negalo se vuoi, ma questi sono i pensieri metafisici che attraversano la testa di ciascuno in queste serate radical-chic a New York…». È un pezzo di grande divertimento. Una folle e amorale sarabanda di glamour, politica, sesso, e formaggi francesi.

Fu Indro Montanelli, e questo racconta ancora la storia del giornalismo, a sdoganare in Italia il termine radical-chic nella famosa “Lettera a Camilla”, scritta contro Camilla Cederna, che dei radical-chic italiani era la diva assoluta. Da Wolfe a Montanelli e, negli anni, al nostro piuttosto triste presente, dopo il crollo del Neroniano Berlusconi e l’avvento al governo dei Bocconiani beghini, il passo è breve. Troppo breve. E la precipitazione, assoluta. C’è una coazione a ripetere nella nostra storia recente di cui il povero Lucio Magri viene fuori suo malgrado come protagonista incolpevole (“la notte – ha ricordato Luca Telese su Il Fatto – la passava a leggere i libri di Hobsbawn”), che fa tristezza. E semmai nel racconto di Wolfe, Magri sarebbe stato più vicino alle Panthers che non a Bernstein.

Ma già, ci sono le cameriere. Su The front page, il blog di Rondolino e Velardi (entrambi ex spin doctor, un po’ troppo disinvolti, di D’Alema), si consuma un attacco forte, forse l’unico al racconto di Simonetta Fiori che citavo all’inizio: «Per amor di Dio, che viva a lungo, questa specie di aristocrazia nera della sinistra italiana. Che continui a raccontarsi di rivoluzioni sognate e fallite, di manifestazioni gioiose e trame segrete, di storici convegni e storiche scopate. Abbia una sola attenzione: ad un certo punto qualche cameriera sudamericana rovescerà sulle loro stazzonate giacche di velluto tutto il Martini del mondo. Versandolo dal bicchiere giusto, quello a cono. Magari in memoria del compagno Magri, che non meritava il decadente epitaffio della Fiori».

Da parte mia, ho solo una specie di epitaffio carnevalesco per Lucio Magri, ed è questo. Il “comunismo” (di qualsiasi cosa si tratti, o si sia trattato, anche solo di una dannosa e inspiegabile infatuazione lisergica per intere generazioni nel passato recente di questo paese) non doveva essere qualcosa che rendesse tutti più poveri e tristi, credo. Al contrario (come invece risulterebbe da una lettura poco più che superficiale di Marx), avrebbe dovuto rendere tutti più ricchi. Gigot d’agneau. E Roquefort per tutti. E iPad, iPhone, come dimostrano i riots di Londra, o le file chilometriche a tutte le svendite nei centri commerciali di questo mondo.


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