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Lontano dal paradiso (fiscale)

A Cannes il film su Grace Kelly con Nicole Kidman e Tim Roth, che ha aperto il Festival, è stato fischiato. Racconta come l'attrice-principessa si oppose eroicamente alle tasse di De Gaulle, e a modo suo confuta anche Piketty.

Le regine stanno finendo. Dopo il capostipite The Queen, poi Diana, si scende di rango per arrivare alle altezze serenissime; ecco dunque questa Grace di Monaco, che ha inaugurato Cannes e esce oggi in sala, regia di Olivier Dahan; le regnanti con un minimo di iconicità e educazioni sentimentali variegate e (possibilmente) morti tragiche stanno velocemente venendo meno; dunque, consigli disinteressati: perché non metter su subito un bel biopic su Paola del Belgio, che nasce romana, dunque con facilitazioni per doppiaggi a Cinecittà, e molto scapestrata, con contaminazioni pop (la canzone Dolce Paola, di Adamo, hit tra minatori italiani in Belgio, dunque anche con rimandi sociali importanti); oppure, scendendo, anche la granduchessa del Lussemburgo, cubana, parente di Batista, dunque con topoi guevariani già pronti – del resto il direttore della fotografia di questo Grace, Eric Gautier, è anche quello dei Diari della motocicletta); ma il Lussemburgo avrebbe senso perché questo Grace è soprattutto un tenero, ribaldo, sincero manifesto pro-paradisi fiscali.

Non è infatti la storia di Grace Kelly, né dell’ascesa – abbandono delle scene, matrimonio principesco –  né della tragica morte, che non si vede, fermandosi il film vent’anni prima. Tutto invece è centrato sull’attacco francese contro il principato – siamo nei primi anni Sessanta – col generale De Gaulle che giustamente vorrebbe far pagare le tasse ai monegaschi, e minaccia un’aggressione militare. Qui viene ritratto come un Assad assetato di sangue, e nella parte finale del film, la più politica, grande discorso di Grace a un ballo della Croce Rossa, a dire tra le lacrime e la commozione dei sudditi esentasse «io credo nell’amore» e «amo la mia famiglia», e «Monaco ama la libertà» e «io ho scelto Monaco», dunque per la proprietà transitiva, chi bombarderà i Grimaldi bombarderà anche l’amore e la libertà, e per estensione tutto l’amore offshore del mondo. Questo manifesto fieramente liberista apre Cannes con tempismo perfetto, proprio mentre l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sta mettendo in riga gli ultimi paradisi fiscali rimasti; il 6 maggio la Svizzera ha infatti annunciato che rinuncerà dopo 80 anni al suo core business del segreto bancario: chi insiste, invece, verrà messo in black list.

Dunque per la proprietà transitiva, chi bombarderà i Grimaldi bombarderà anche l’amore e la libertà, e per estensione tutto l’amore offshore del mondo.

Storicamente, pare che De Gaulle volesse esiliare proprio in Svizzera i Grimaldi se non avessero ceduto; si arrivò naturalmente a un compromesso: qui però si mostra soprattutto il coraggio di Grace di fronte all’imposizione (fiscale) della Francia della Quinta Repubblica. I francesi vogliono stremare il buon popolo monegasco; De Gaulle sobilla pure una sorella cattiva di Ranieri per rovesciare il trono. Il generale invia addirittura un emissario molto maleducato, che manca di rispetto a Sua Altezza Serenissima: e Ranieri giustamente gli dà un ceffone. È l’unico momento vitale di Ranieri, peraltro. Qui impersonato da un Tim Roth che si spera abbia almeno preso molti soldi su un conto segreto monegasco o svizzero, in un contesto di fotografia e regia e scrittura da fiction di Rai1 con Anna Valle. Stesse dinamiche, anche: belle mogli inascoltate in case troppo grandi, mariti imprigionati dai ruoli e dalla fabbrichetta. Anche qui, Ranieri ne esce malissimo, da cui forse i malumori dei Grimaldi. Pavido, sbevazzone, freddo con la moglie, la fa dormire separata, almeno fino a quando lei non gli risolve la grana col generale De Gaulle. A quel punto, risolto il problema fiscale, come in fondo un cumenda brianzolo alle prese con l’Irap, lui la ama di nuovo tantissimo, e dormono insieme (la mattina dopo lei decide di non recitare più, bastava poco in fondo).

Grace risolve proprio tutto: caccia anche la cognata complottista (esisteva davvero, Antoinette, cercò davvero di rovesciare il fratello, Ranieri fece un appello in televisione e sospese la Costituzione, ma nel film questo non c’è); abbandona l’idea di tornare a recitare, e si lancia in una campagna scatenata di p.r. per diventare una monegasca perfetta, e sfruttare il soft power dei rotocalchi tipo Diana o Bergoglio. Consigliata in questo da un conte per cui la corte non ha segreti, tipo conte Mosca della Certosa di Parma, ma più frou-frou, con barboncino nero, lui le insegna il francese e come si sta a tavola e come si riceve l’inchino. Lei nel film non impara nulla di tutto ciò, continua a fare discorsi un po’ piagnucolosi, tipo «io sono una ragazza di Filadelfia, sapete», come poi Diane Keaton in Manhattan di Woody Allen («sapete, noi crediamo in Dio»).

Abbandona l’idea di tornare a recitare, e si lancia in una campagna scatenata di p.r. per diventare una monegasca perfetta, e sfruttare il soft power dei rotocalchi tipo Diana o Bergoglio.

Funziona tutto benissimo: anche se la parte Pigmalione è quella meno realistica: nella realtà, il matrimonio d’interesse lo fa Ranieri, lui è capo di un principato coi sigilli dei creditori, lei ha vinto un Oscar e si è fidanzata con Cary Grant, Bing Crosby, William Holden e Gary Cooper. Coi soldi accumulati dal padre John “re del pomodoro” Kelly, Grace il principato se lo sarebbe potuto comprare tutto, e i protocolli li aveva imparati perfettamente anche recitando nel Cigno, 1956, in cui fa l’erede al trono di un piccolo regno europeo. Difficile pensare che fosse intimidita dalle congiure di una corte smandrappata su uno scoglio. Avrà avuto qualche cedimento, forse, ma poi ci prende gusto e si sa che prima di morire voleva vedere Carolina accasata con Carlo d’Inghilterra – del resto poi si sa che almeno da cinquant’anni le uniche in grado di reggere o anche solo desiderare un regno, piccolo o grande, sono signorine borghesi con mamme molto aspirazionali (la mamma di Grace, tedesca, Margaret Majer, di Schloss Helmdorf , cattolicissima, atleta, fu la prima insegnante di ginnastica della University of Pennsylvania; qui, nel film, quando Grace la chiama al telefono volendo un po’ sfogarsi, tra De Gaulle che minaccia l’invasione e Hitchcock che le chiede di tornare al cinema e fare Marnie, le dice: ma che sei matta? le ricorda che lei è una ragazza di Filadelfia – ancora – e ha raggiunto obiettivi molto importanti, e di non pensarci neanche a tornare indietro).

Questo conte molto camp comunque fa studiare a Grace antichi libri di storia patria, da cui si evince che – messaggio subliminale all’Ocse e alla Francia di oggi, a Hollande e alla sua tassa del 75% sui grandi patrimoni – il principato non fu invaso mai, e resistette perfino a Luigi XIV. Dunque, il conte filologicamente, e esagerando anche, la manda dare una mano al mercato a delle brave signore monegasche; e poi a portare delle brioscine ai gendarmi francesi che stanno blindando la frontiera in vista dell’invasione. C’è poi un prete dal cuor d’oro, a cui si confida tutta la Corte, appartato e schivo, però con un filo diretto col Vaticano, una specie di don Georg Gänswein però con parabola opposta; questo del film a un certo punto lascia il principato rutilante per ritrovar se stesso, mentre don Georg come si è visto recentemente con re e regine e con Obama, ama moltissimo il suo ruolo di p.r. della Casa Pontificia. C’è poi la Callas, interpretata da Paz Vega, morosa di Aristotele Onassis che con le sue navi e il suo casinò era il principale azionista del principato; con lei ci sono bei momenti di solidarietà tra star fuorisede: «non arrenderti mai, tu sei una artista!» le dice il soprano, e poi canta struggente O mio babbino caro del Gianni Schicchi pucciniano prima del suo discorso motivazionale alla convention anti-De Gaulle. C’è una contessa Baciochi molto mondana e rutilante che è un po’ la lady Matacena dell’epoca, mentre non ci sono ancora sparatorie di mafia russa o calabrese come quelle recenti; del resto il principato, prima dell’era-Grace e della cementificazione, era sonnolento e finanziariamente disastrato e sobrio; i Grimaldi una dinastia povera e protestata ma onorevole, non ancora circense; Ranieri aveva i buffi, come si vede nel film; il boom immobiliare e le conseguenze dell’amore cafonal sono opera proprio di Onassis, presidente della Società dei Bagni di Mare, che suggerisce il matrimonio con Grace per ottenere un po’ di pubblicità, e inventa  il parco giochi per l’1% (inteso come il vituperato 1 per cento dei grandi ricchi globali contro cui oggi si inneggia); qui lui ha un paio di battute buone, a una signora dice «lei è seduta sul pisello più grande del mondo» perché sta su uno sgabello di pelle di scroto di balena dello yacht Christina (la storia è vera, lo yacht di Onassis, oggi in vendita, sta ancorato proprio a Montecarlo).

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Questo comunque è chiaramente anche un film pro-1 per cento, e Grace riesce a rovesciare anche l’equazione alla base del libro di Thomas Piketty, Il Capitale nel ventunesimo secolo. Lì, per rovesciare i ricconi, si prova che R>G, cioè che la rendita del capitale è maggiore della crescita economica, di qui le prosapie e le disuguaglianze; però qui G di Grace batte R di Ranieri, non c’è gara. Grace salva infatti tutti dal complotto ed è palese che Monaco 1962 uguale Italia 2011, dove Ranieri è Berlusconi e le potenze pluto-giudo eccetera sono lì pronte a fare il colpo di Stato, allora come oggi, come rivela Tim Geithner, ex ministro del Tesoro americano, nel suo libro-verità Stress test che esce proprio oggi in America. L’Italia ha anche un bel momento quando, al precipitare degli eventi, in preparazione di un fondamentale vertice, nel climax, nel vortex, Ranieri non dice: “schierate le truppe”, o anche “vi faccio vedere come muore un monegasco”, ma, inopinatamente, «chiamatemi subito Fanfani» (se Wolf of Wall Street finisce poi col naufragio sulle note di Gloria di Umberto Tozzi, nella rotta per Montecarlo, qui si poteva anche finire con un filologico Ouragan di Stephanie di Monaco – ma invece lei non compare per niente, e il film finisce prima del suo concepimento: ma forse si farà un sequel, o magari anche una serie. A lei il film non è piaciuto per niente, comunque).
 

Nell’immagine: la principessa Grace di Monaco nel 1966 a Siviglia. (Gianni Ferrari, Getty Images)

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