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Lo Zen e l’arte del nuotare

Un viaggio filosofico e letterario nell'arte del nuoto come forma di meditazione e come fuga dalla realtà. Partendo da Confucio fino a Nicola Keegan. Buoni bagni, buone bracciate.

Non curo il vento che soffia e i colpi dell’onda,
meglio che passeggiando in un giardino,
oggi ho allargato il petto al respiro.
Confucio in riva al fiume disse:
“Tutto scorre via, così!”

Versi della poesia “Nuotare”. Tratta dalla raccolta Diecimila fiumi e mille montagne. Pubblicata nel 1957 nella rivista “Shih K’an” (Poesia) di Pechino. L’autore è un nuotatore che l’anno precedente ha attraversato il fiume Yang Tse. Il Presidente Mao Zedong.

Nuotando non penso a Mao né a Confucio (che Mao avrebbe poi rinnegato), piuttosto a un haiku sul nuoto. Quel componimento di diciassette sillabe in tre versi sembra perfetto per sintetizzare la natura che ti appare in mare, il senso di distacco che induce il nuoto. Provo a comporlo, tra una bracciata e l’altra, un’inspirazione e un’espirazione. Nuotando i pensieri si sciolgono, scorrono via, proprio come scrive Mao. Ne colgo frammenti tra un lampo di sole, le sfumature di colore nel cielo e nel mare, un pesce sul fondo, un gabbiano che vola radente, le bolle che escono dalla bocca e si formano attorno alle braccia, la cresta di un’onda, l’improvviso calore di una corrente, a volte gocce di pioggia. Ma non riesco a sincronizzare le bracciate col conto delle sillabe d’immagini e sensazioni tradotte in parole. Mi limito a memorizzarle, ripetendo mentalmente quelle parole come un mantra del nuoto, usando il potere occulto del suono come una formula magica per unire il movimento del corpo allo scorrere del pensiero. Una volta uscito dall’acqua, però, sono solo parole. Cerco allora un haiku sul nuoto, ma quei versi di Mao, non un haiku, sono quanto di meglio riesca a trovare.

«Per noi umani l’acqua è un mezzo di fuga dalla realtà» scrive Michel Odent, pioniere delle terapie acquatiche. In realtà l’acqua è la materia dei sogni, il nuoto è il medium che ci permette di percepirli, incrociarli ai pensieri. Acqua e nuoto sono connessi da una dinamica non lineare, s’integrano nella dimensione naturale del caos, dove tempo e spazio possono scorrere in modi diversi, in modo apparentemente casuale.

“Era come se l’acqua, similmente all’oppio, innalzasse i nuotatori a un’esistenza di livello superiore, garantendo loro un rifugio dall’odiata vita di tutti i giorni” (Charles Sprawson)

Questa è anche la dimensione naturale del nuotatore. «Oppiomani e nuotatori avevano la medesima tendenza a considerarsi degli esseri solitari, remoti, superiori alle menti ottuse e convenzionali; le descrizioni delle loro esperienze si avvicinano a quelle di chi ha appena esplorato un territorio ignoto, e ritorna per stupirci con le sue scoperte… Era come se l’acqua, similmente all’oppio, innalzasse i nuotatori a un’esistenza di livello superiore, garantendo loro un rifugio dall’odiata vita di tutti i giorni», scrive Charles Sprawson nel saggio L’ombra del massaggiatore nero. Il nuotatore, questo eroe. Il libro, edito il Italia da Adelphi, rincorre la storia di uno sport antichissimo e il significato che le diverse culture hanno attribuito all’acqua, ma soprattutto il gioco mutevole e sensuale delle citazioni da autori di tutti i tempi e paesi. «Un libro meravigliosamente poetico e variegato che parla di nuoto e del significato che il nuoto ha avuto, passando per Byron e per Goethe, dai Greci ai nostri giorni» lo definisce il nuotatore, scrittore e neurologo Oliver Sacks.

Quel libro del 1992 è divenuto l’esempio perfetto di un nuovo genere: la “letteratura natatoria”. La definizione (che non rende merito all’eleganza del tema e va ripensata nuotando) comprende saggi e romanzi e unisce due concetti emulsionati come il corpo nell’acqua: cultura e arte del nuoto. Lo stesso Sprawson ne è incarnazione: esperto di pittura del XIX secolo e nuotatore d’endurance (resistenza, termine che si applica a tutti gli sforzi atletici caratterizzati dalla ripetizione dello stesso gesto). Del resto, annota: «Gli antichi romani di un uomo ignorante erano soliti dire: non sa né leggere né nuotare». Il saggio di Sprawson, poi, ci fa comprendere ciò che distingue il nuotatore dalle altre tribù umane. Lo spiega con le parole di Murray Rose, nuotatore australiano degli anni ‘50-60, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Melbourne e Roma: «La qualità principale necessaria ai nuotatori è quella di ‘sentire l’acqua’. Essi dovrebbero usare braccia e gambe come i pesci le pinne, e saper avvertire la pressione dell’acqua sulle mani per mantenerla nel palmo durante la bracciata».

In acqua, ripensando a quel brano, mi viene in mente un antesignano della letteratura natatoria (con connotazioni sub): Gianni Roghi, giornalista, fotografo e “avventuriero” di terra e mare, prematuramente scomparso e dimenticato (difficile trovare le sue opere, come Uomini e pesci). Nel 1955 Roghi è stato il primo a definire il termine “acquaticità”: «La virtù di trovarsi a proprio agio nell’elemento acqua e di sapersi valere con vantaggio delle proprietà fisiche che esso ci presenta…L’acquaticità non è una disciplina sportiva e neppure una tecnica: è un’attitudine, una condizione, una mentalità».

Nuotando e pensando alle sottili differenze tra l’acquaticità e il “sentire l’acqua”, è il momento di porre un’altra distinzione. Quella tra il nuoto in mare (l’open water swimming, dicono oggi) e in piscina. E poiché, com’è ormai evidente, il nuoto è un’esperienza trascendentale (pare che Immanuel Kant fosse un sostenitore del nuoto), per definire la differenza potremmo utilizzare le forme della meditazione.

“Nuotando indietro sulla tua stessa scia, avevi sempre paura di scontrarti con una te stessa in arrivo dall’altra parte” (Nicola Keegan)

Il nuoto in mare è come la Vipassana. In pali, la lingua dei primi testi buddhisti, significa “osservare le cose come sono in realtà” e non come appaiono. Non ha un carattere astratto, metafisico. E’ una forma di meditazione che intende sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura. In parole più semplici si tratta di far fluire pensieri, cercando la consapevolezza di ciò che sta facendo, delle sensazioni e della propria attività mentale. Il nuoto in piscina è come il Zazen, la meditazione della scuola Zen. La parola, “seduti semplicemente”, significa che ci si raccoglie in meditazione con semplicità, senza scopi e aspettative, senza nulla volere e pensare. La percezione cosciente non si rivolge più all’esterno ma converge verso il soggetto.

Anche queste distinzioni sono state prese a terra e andranno verificate nuotando. A terra, però, altri libri di genere natatorio sembrano confermare la differenza. Ad esempio La resistenza del nuotatore (1999), romanzo di Sebastiano Nata. In questo caso macinare vasche è un mezzo di resistenza alle emozioni e analisi della propria coscienza messa in crisi dalla decadenza fisica e psichica del padre. Il che, per esperienza personale, si può fare anche in mare. Ma l’ambiente si rivela meno favorevole ai disturbi psicotici (dei figli).

In altri due romanzi di recente uscita il nuoto in piscina appare come una forma solipsistica di rifugio in sé per eludere la realtà. Sembra anche che l’acqua abbia connesso gli autori, Nicola Keegan e Bill Broady, per osmosi. Il titolo è lo stesso, La nuotatrice e le trame sono entrambe incentrate sull’ascesa e la caduta di una giovane nuotatrice. Nel romanzo della Keegan, il nuoto è anche un mezzo di maturazione, mentre in quello di Broady, un modo per perdersi, in cui la riflessione sul nuoto assume connotazioni relativistiche: «Nuotando indietro sulla tua stessa scia, avevi sempre paura di scontrarti con una te stessa in arrivo dall’altra parte».

Sempre in piscina, si svolge la trama di “Barracuda”, dell’australiano d’origine greca Christos Tsiolkas, come il protagonista del romanzo che supera le barriere di classe affermandosi nello sport nazionale. Con scene di nuoto che richiamano un esperienza mistica, Barracuda è il libro che esprime al meglio il senso del nuoto come zazen: “E poi accadde: quella sensazione per cui non era più cosciente delle singole parti del suo corpo… Fu la quiete, e lui era l’acqua”. Un pezzo che rappresenta perfettamente quel “sentire l’acqua” descritto da Murray Rose (forse quel campione australiano ha ispirato l’autore).

“Nel suo continuo ciclo di creazione e distruzione, il mare rappresenta un inizio e una fine, un’alternativa a un’esistenza bloccata” (Philip Hoare)

Tra una nuotata e l’altra in diversi mari del Mediterraneo, tuttavia, apprezzo sempre più i libri che si avventurano in acque aperte e la forma meditativa che implicano.Ad esempio Nuotare. Perché amiamo l’acqua di Lynn Sherr, ex corrispondente della ABC News. Anche lei è una nuotatrice di endurance come Sprawson e il suo libro ricorda L’ombra del massaggiatore nero: è una specie di apologia e analisi del nuoto, della sua storia e cultura, della psicologia del nuotatore. Non ha le sottigliezze e le profondità del precursore, ma è interessante per la visione femminile del tema. Comprese le digressioni sociologiche sui costumi da bagno (come quando ricorda l’opinione di Diana Vreeland sul bikini: “la cosa più importante dopo la bomba atomica”).

L’ultimo libro con cui condivido il tempo sullo scoglio base delle mie nuotate è The Sea Inside di Philip Hoare, un Henry Thoreau marino, che nuota lungo la costa atlantica vicina alla sua casa di Southampton, in Inghilterra, e in tutti i mari dove lo conduce la sua attività di osservatore del Sesto Continente (in italiano è stato pubblicato il suo precedente libro, “Il Leviatano”, consacrato ai cetacei). Il libro mette assieme memorie personali, racconti di viaggio e storia naturale, osservati con un lucido stupore. E’ in questa consapevolezza, dice, che sta la nostra liberazione: «Nel suo continuo ciclo di creazione e distruzione, il mare rappresenta un inizio e una fine, un’alternativa a un’esistenza bloccata, un’esistenza cui siamo legati, quando potremmo invece liberarci».

Infine, dato che siamo in mare e nuotando ne osserviamo lo spazio interno, vale la pena approfondire, immergendoci in esso e nella lettura di Deep: Freediving, Renegade Science, and What the Ocean Tells Us About Ourselves” di James Nestor. E’ un saggio-racconto sul freediving, l’apnea, attività sportiva ma soprattutto modo di esplorare «il cuore dell’oceano, che cosa c’è là, come funziona e come noi ci funzioniamo». Per scoprire che: «Siamo stati fatti per bagnarci».

Una controindicazione questo stato ce l’ha: non puoi resisterci se non riesci a convivere con te stesso. Per il resto non ci sono limiti d’età o condizione fisica. Il pericolo è un altro: un’ipersollecitazione dell’ego. Accadde proprio col presidente Mao, con Benito Mussolini (che amava farsi riprendere mentre nuotava). E lo dimostra il traversatore dello Stretto di Messina dei nostri giorni.

*

Bibliografia

Diecimila fiumi e mille montagne”, di Mao Zedong, Editori Riuniti
L’ombra del massaggiatore nero. Il nuotatore, questo eroe”, di Charles Sprawson, Adelphi.
Uomini e pesci”, di Gianni Roghi, Sperling & Kupfer.
La resistenza del nuotatore”, di Sebastiano Nata, Feltrinelli.
“La nuotatrice”, di Nicola Keegan, Mondadori.
La nuotatrice”, di Bill Broady, Bompiani.
“Barracuda”, di Christos Tsiolkas, Atlantic.
Nuotare. Perché amiamo l’acqua”, di Lynn Sherr, Ultra.
“The Sea Inside” di Philip Hoare, Melville.
“Il Leviatano” di Philip Hoare, Einaudi.
“Deep: Freediving, Renegade Science, and What the Ocean Tells Us About Ourselves”, di James Nestor,
 Houghton Mifflin Harcourt.

 

Nell’immagine: David Hockney, Sunbather, 1966 (dettaglio)

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