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L’italiano medio di Maccio

Una comicità local quasi da Cochi e Renato, una sceneggiatura che è pur sempre superiore alla media, l'augurio di diventare in fretta Checco Zalone: perché Italiano medio di Maccio Capatonda non è la tragedia che vi stanno raccontando.

Molto random, come nello stile di ciò di cui vado a parlare. Tre-considerazioni-tre su Maccio Capatonda e Italiano medio, il suo primo film ora nelle sale, 1.972.073 euro di incasso nel primo weekend di programmazione, ottime speranze per le settimane future. Sinossi breve: Giulio Verme, aspirante salvatore del pianeta, ecologista, vegano, un po’ grillino ingerisce per circostanze idiote (accezione neutra) una pillola che permette di usare solo il 2% del cervello. Diventerà un tamarro post-berlusconiano, post-uominiedonne, post-qualunquecosa, mosso solo dalla fregola di scopare e col sogno di partecipare al culto nazionale del momento: il talent-reality MasterVip. C’è molto altro, ma non importa.

 

1. Il cinema italiano, le sceneggiature del cinema italiano

In un panorama in cui i copioni prevedono Raoul Bova senza braccia che cambia i pannolini con i piedi (è successo al cinema poco più di un anno fa), Raoul Bova che resta in coma qualche giorno e si risveglia Dustin Hoffman in Rain Mansuccesso al cinema pochi mesi fa), Raoul Bova contadino pugliese che a furia di zappate a chilometro zero fa innamorare una fashionista abituata al jet-set parigino (sta succedendo al cinema adesso); in un panorama nazionale messo così, dicevo, Maccio Capatonda ha idea di cosa sia scrivere. Da comico, certo, ma con la lucidità necessaria a dire più cose sul famigerato stato del paese di tutto quello che mediamente passa al cinema di questi tempi, ovvero Raoul Bova.

Poi viene la noiosissima questione della “maschera” (vedi anche al punto 3). Che basterebbe, secondo alcuni, a giustificare i buchi di sceneggiatura. In Italiano medio ci sono, e parecchi: ma si contano più le invenzioni dei buchi, e da noi non è affatto scontato. Poi viene una certa sciatteria nelle riprese e nel montaggio, ma non fa distinzione il Cinema Italiano maiuscolo, cosiddetto d’autore, dove tutti sono maestri anche se ancora fanno i doppiaggi delle scene esterne fuori sinc. Maccio Capatonda ha, più che il limite dello sketch televisivo che è la croce di molti suoi colleghi passati al cinema, quello di essere stato uno dei primi YouTuber italiani, forse suo malgrado. I trailer-parodia che hanno nutrito una buona generazione (La febbra, Mobbasta, tanti di noi li conoscono ancora a memoria) non reggono evidentemente la durata di un film.

Maccio Capatonda ha, più che il limite dello sketch televisivo che è la croce di molti suoi colleghi passati al cinema, quello di essere stato uno dei primi YouTuber italiani, forse suo malgrado. I trailer-parodia che hanno nutrito una buona generazione non reggono evidentemente la durata di un film.

Non per assolvere nessuno, la sciatteria è sempre una colpa. Ma, così come non era più bella la Tv di una volta, non lo era neanche il cinema popolare: non sempre. Totò e Alberto Sordi hanno fatto anche film orrendi, a volte girati con i piedi, come farebbe Raoul Bova senza braccia. Il che non vuol dire che Maccio Capatonda sia necessariamente Totò o Alberto Sordi, ma insomma ci siamo capiti.

2. Fuorisede a Milano

Maccio Capatonda è molto milanese. È un milanese fuori sede, immigrato from The Abruzzis, con tutto il carico di provincialismo che ne deriva. È milanese per quella cifra di ironia che va da Cochi e Renato e arriva a Elio e le Storie Tese. La gag di Via Del Tutto Eccezionale, una strada in cui accade tutto quello che presumibilmente non dovrebbe succedere, starebbe bene dentro una canzone del gruppo del Pippero. È l’ironia che punterebbero a fare anche I Soliti Idioti, che però cascano dentro quella da cinepanettone (si vedrà se nell’imminente La solita commedia – Inferno più che per le scenette da oratorio ci sarà spazio per vere parafrasi dantesche).

Maccio Capatonda è milanese anche per una certa idea di comicità a suo modo di nicchia, molto “local”, e anche per questo il successo non era scontato. Qui ci sono riferimenti precisi ai palazzinari della riqualificazione di Porta Nuova, ai parchi e parchetti promessi e poi smentiti («Quel bosco l’hanno rasato mentre la gente era via per il ponte», Elio e le Storie Tese, Parco Sempione, 2008: appunto), alle sciure bene col senso di colpa che animano battaglie civiche per passare i pomeriggi, alla bicicletta come mezzo di riconoscibilità sociale cittadina, al culto vegan che fa sentire i milanesi così moderni, così teneramente vicini alla contemporaneità, i burger bar che ormai si contendono con i Mens Sana gli affitti stellari in centro.

 

3. Dio Checco

Il 27 novembre scorso è successa la cosa più bella di tutti i tempi, fortuna ci sono i telefonini e l’abbiamo potuta vedere tutti online in tempo due. Francesco De Gregori e Checco Zalone hanno cantato insieme alla Feltrinelli di Bari – il primo era in tour in città. Checco ha prima intonato al pianoforte La donna cannone di quell’altro, arrangiandola come Non dirgli mai di Gigi D’Alessio; poi ha fatto cantare al Principe la hit Gli uomini sessuali, lanciata nel suo primo film, Cado dalle nubi. È stato un momento inarrivabile per vari motivi, ma uno soprattutto: era l’ennesima dimostrazione che Checco Zalone è davvero dio, ormai ha vinto tutto. E c’è poco da dire sull’alto e il basso, il pop e la poesia, non sarò di certo io a farlo.

Se fossi Maccio Capatonda, anch’io vorrei disperatamente essere Checco Zalone. Vorrei essere dio. Per i soldi che fa, per il potere raggiunto, per la possibilità di dire, oggi, faccio quel cazzo che mi pare.

Se fossi Maccio Capatonda, anch’io vorrei disperatamente essere Checco Zalone. Vorrei essere dio. Per i soldi che fa, per il potere raggiunto, per la possibilità di dire, oggi, faccio quel cazzo che mi pare. C’è un terreno di scrittura comune. Anche Checco parte dal nonsense e da una sociologia meno facile di quel che sembra e ci costruisce attorno un’Italia tristemente plausibile. Anche per lui – veniva da Tv e teatri di cabaret – la tenuta narrativa dei film è stata una conquista: Sole a catinelle, l’ultimo film nonché il più grande incasso italiano di tutti i tempi, è più compiuto dei precedenti Cado dalle nubi e Che bella giornata. Forse succederà anche ai prossimi film di Maccio Capatonda, che al momento sono dati per scontati.

Hanno anche un altro tratto comune, una certa presunzione, la timidezza di chi dice molte cose giuste quando indossa la famigerata maschera e poi la toglie e si caga un po’ sotto. Checco, in quanto dio, oggi quella timidezza l’ha persa. Canta La donna cannone versione D’Alessio e dice a De Gregori: «È molto più bella così». Maccio Capatonda sembra non essersi ancora ammorbidito. «La mia aspettativa [sul risultato al botteghino] era quasi nulla. Mi sento sempre a repentaglio», dichiara sommessamente nell’intervista pubblicata ieri su Repubblica. Su Twitter però scrive: «Stiamo facendo il bottoghino» (non è un refuso), con la spocchia del fuorisede che è arrivato. Gli auguro di diventare dio. Anche se di dio ce n’è uno solo, di italiani medi – seppur ben raccontati – tantissimi.

 

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