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L’Italia di Le Corbusier

Al Maxxi di Roma, una nuova mostra esplora il rapporto tra l'artista francese e il nostro Paese, dove (per le solite ragioni) non riuscì mai a concludere un progetto e fu snobbato.

«L’idea di cui vi parlo in questa lettera è la seguente: sono rimasto scosso dal vedere come Roma si sia sviluppata divorando magnifiche periferie formate da paesaggi non solo meravigliosi, ma anche i più celebri, i più commoventi. Là ove una casa si installa, il paesaggio viene ucciso e Roma perde a poco a poco tutto il beneficio del suo sito altero». A scrivere non è un ambientalista del Wwf ma Charles-Édouard Jeanneret, poi detto Le Corbusier, in una missiva inviata al Governatore di Roma Giuseppe Bottai. Siamo nel 1934, Le Corbu sta facendo anticamera da quindici giorni e Mussolini, fondatore di “villes radieuses”, di città nuove, già grande architetto di Sabaudia e di Littoria e di Pontinia e di Pomezia, committente dunque ideale per qualunque urbanista, non lo riceve e non lo riceverà mai. La lettera è uno dei reperti che si trovano nella grande mostra romana che inaugura oggi al Maxxi (e chissà cosa direbbe il maestro razionalista dei pilastrini e delle curve del museo dell’irachena Zaha Hadid, per non parlare del trombone nerastro come certi altoparlanti da stereo fuoriclasse, di Anish Kapoor, 14 metri per 4, nell’atrio), “L’Italia di Le Corbusier”, che sembra una commedia surreale alla Tati col maestro del razionalismo svizzero che per le più diverse ragioni, nel paese che considera naturale culla dell’architettura non riesce a costruire neanche una capanna.

L’Italia è sempre troppo presa da altre questioni, o costretta a dare la precedenza a architetti locali, o bloccata da burocrazie già insidiose, o da sospetti, e respinge regolarmente tutti i suoi progetti. E lui è costretto a fare del turismo: come in queste due settimane romane nel 1934; nonostante le missive a Bottai, nonostante poi l’invio della sua Oeuvre Complète, con dedica deferente, al Gran Capo del Governo, fondatore di città nuove, di cui si ricorda l’appoggio del Fascismo agli architetti razionalisti, Le Corbusier non sarà mai ricevuto a palazzo Venezia. Si dedicherà così, tra una conferenza e l’altra, a gite turistiche al Pantheon, a San Pietro (c’è anche una foto di lui stravaccato sulla scalinata, non c’erano ancora ordinanze anti-panini, all’epoca, evidentemente), e almeno due ricognizioni nel bonificato agro pontino. Molte foto di Sabaudia nuova di zecca, e il progetto (mai accettato dai committenti) di costruire la “terza Roma”, Pontinia, che invece verrà eretta dall’ingegnere Alfredo Pappalardo e dall’architetto Oriolo Frezzotti.

Le Corbu, che è sospettato di essere anche un bolscevico, non demorde e propone a Bottai un piano rivoluzionario per abbattere i costi e i tempi di edificazione: 50 giorni invece dei 265 di Sabaudia, risparmi del 30% grazie a blocchi prefabbricati poi montati in loco. Ma niente: sempre in attesa dell’incontro fatale, disegnerà anche un piano per la periferia nord della città con «quattro grattacieli destinati ad abitazioni, situati a grande distanza l’uno dall’altro» (respinto); per un palazzo Littorio da erigere tra la basilica di Massenzio e il Colosseo (respinto). Manda schizzi e progetti, e il povero Bottai è costretto a rispondere come con un piazzista troppo insistente: «Illustre Le Corbusier; vi ringrazio per lo schizzo allegato al progetto precedente; veramente riconoscente per l’interesse con cui seguite i nostri problemi urbanistici, colgo l’occasione per inviarvi i miei più cordiali saluti».

Ma l’amore non corrisposto con l’Italia sorge prima, nel 1907, quando Charles-Édouard Jeanneret non ancora Corbusier parte per un primo mini-grand tour col suo maestro di art nouveau Charles L’Eplattenier, in un viaggio su orme ruskiniane: Pisa, Firenze, Venezia; e poi Siena, Bologna, Padova. Di tutto Le Corbusier fotografa, disegna, con bozzetti e con chine e acquarelli, fino a ritrovare nel convento certosino del Galluzzo «la soluzione della casa-spazio unico», cioè poi il grado zero della machine à habiter che applicherà nei suoi progetti futuri e un po’ alveareschi a partire dal padiglione dell’Esprit Nouveau del ’25 a Parigi. Altro viaggio, nel 1911, tour d’Oriente à rebours, Istanbul e poi dal sud della penisola verso la Capitale; qui scrive al suo maestro che «l’Italia mi fa guardare all’Oriente e che “l’Italia è ancora e sempre un mito». Soprattutto, qui atterra in una Roma umbertina e dannunziana in grande spolvero, con un Expo che celebra il cinquantenario dell’Unità d’Italia non generante scandali e arresti per infiltrazioni di mafie e ‘ndrine e cadute di giunte colluse, ma invece manufatti magari discutibili ma subito instant classic: il Vittoriano candido e soprattutto quella deliziosa colata di cemento in una valle Giulia non ancora sessantottina e pasolinizzata, con un Palazzo delle Belle arti (non ancora Gnam) e la galassia di padiglioni nazionali finti-neoclassici planati nei boschi verdeggianti in mezzo alla villa Borghese, oggi esotiche accademie straniere di cui si invidiano i residenti.

Anche al nord laborioso, non è che gli vada poi bene: a Torino incontra il senatore Agnelli, ma a parte una foto in una Balilla Sport sul tetto del Lingotto (1934) non ricava molto. Manda lettere agli amici Nervi e Ponti; incontra il conte Volpi, presidente della Confindustria, per un progetto di Porto Marghera (mai accettato). Quello che gli dà più speranze è Adriano Olivetti, che lo illude rispettivamente su: una piccola casa d’abitazione per sé stesso; l’ampliamento della fabbrica di Ivrea; la stazione sciistica di Breuil, in val d’Aosta. Nessuno di questi progetti va in porto; Le Corbu dovrebbe rifarsi con la creazione del grande centro di calcolo elettronico della Olivetti a Rho. I contatti con l’erede Roberto Olivetti vanno avanti per anni, dal 1961, i progetti e i bozzetti si moltiplicano, e prevedono uno stabilimento con linee di montaggio e laboratori di ricerca da costruirsi sull’autostrada Torino-Milano, e ancora una scuola e una biblioteca per i dipendenti, in tradizione olivettiana. Tutto è pronto, quando nel 1964 la Olivetti vende la divisione “grandi cervelli elettronici” alla General Electric. Le Corbu muore l’anno seguente, riuscirà a non vedere realizzato nessuno dei suoi progetti italiani, neanche quello postumo del nuovo ospedale di Venezia (chiamato dal comune nel 1962, il progetto per una struttura tra la stazione ferroviaria e Cannaregio, approvato in tutti i suoi gradi burocratici, viene colto dalla morte dell’architetto nel 1965. Il suo prosecutore, Guillermo Jullian de la Fonte, sospenderà i lavori nel 1978 quando l’opera verrà definitivamente abbandonata).

 

(Immagine: Le Corbusier, Progetto per il Centro Calcolo elettronico Olivetti a Rho. Schema esplicativo, 19 aprile 1962. Courtesy Fondation Le Corbusier).


 

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