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L’Italia ai tempi del gelato

Un'analisi antropologico-politico-economica del Grande Dibattito Sul Gelato, da Pascale a Madia, ma ancora prima: l'antica segreteria del corso di Avanzi, Ugo Tognazzi, l'invenzione del Maxibon. Perché il gelato, in fondo, è un giro d'affari da quasi 3 miliardi.

«Ci sa fare col gelato», va bene, non sarà il titolo più elegante della storia del giornalismo, però conferma un’ossessione nazionale delle più archetipiche: non son passati ancora tre mesi dal carrettino a palazzo Chigi, dopo la solita copertina perfida dellEconomist con un premier italiano che mangiava un cono su una nave tipo Concordia, però europea; e dunque Renzi convocava questo carrettino e ostentava coni artigianali dall’accoppiamento discutibile; e alla Leopolda, un mese fa, ecco, nella navata sinistra, sotto le volte sgarrupate-basiche dell’ex stazione, sotto i grandi cartelli già celebri di profeti non capiti in patria (i Beatles, l’automobile, Picasso), un altro carretto dei gelati proprio uguale a quello Grom, e però qui a chilometri zero, di una gelateria “Il Fiorino”, forse appartenente a gigli magici o forse controllata estero su estero dal caymanese Davide Serra (si attende puntata scomoda di Report).

Adesso questa contrapposizione anche antropologica e andrologica tra calippi di lotta e coni di governo: che però, se ci fosse una politica economica, parrebbe una campagna orchestrata benissimo a sostegno di un settore tanto importante per pil decotti. Secondo dati Cna Alimentare-Sole24 Ore, il comparto del gelato rappresenta infatti un giro d’affari in Italia da 2,7 miliardi: 2 miliardi arrivano da coni, coppette e vaschette venduti lo scorso anno (con 150mila addetti); 300 milioni li fattura l’industria delle macchine specializzate (15 imprese e 450 dipendenti, senza considerare i 500 milioni di ricavi e i 500 occupati per gli arredamenti e le attrezzature specializzate); 450 milioni è il business dell’industria di ingredienti e semilavorati (80 marchi, 1.600 addetti). Il settore soffre un po’ la crisi, ma non tanto: apertura di nuove gelaterie +0,5% nell’ultimo anno, ma dopo un +13% nei quattro anni precedenti; e, in totale, 20.500 gelaterie più 30.000 bar con gelati sfusi.

Al netto del solito dualismo nel paese di Capuleti-Montecchi, Dc-Pci, Leopolda-Cgil, ecco un dibattito che può far bene, sostenendo i consumi: il gelato.

Dunque, al netto del solito dualismo nel paese di Capuleti-Montecchi, Dc-Pci, Leopolda-Cgil, ecco un dibattito che può far bene, sostenendo i consumi, con simbolismi forse trucidi ma che funzionano sempre e fanno parte di immaginari consolidati ma attuali: dal gelatino che Ugo Tognazzi ispettore dell’Agenzia delle entrate lecca sul lungolago come sostitutivo di altri piaceri dopo aver concupito una serie di sorelle molto liquide e relativo coccolone (Venga a prendere un caffè da noi, regia di Alberto Lattuada, 1970) al Gelataio Simac, elettrodomestico aspirazionale in tempi pre-Nespresso, quando ancora si esportava; il Gelataio, in versione da 1,6 o 0,8 chili che si chiamavano rispettivamente “The ice cream man” e “The ice cream boy”, sempre rigorosamente al maschile, corrispettivi forse oggettivi alla “forza di venti braccia” di un altro modello Simac, la Pastamatic, già celebrata come foriera di amplessi made in Italy in Wall Street (1987, Oliver Stone), entrambe trovate di un ingegner Alfredo Cavalli di Gessate, già produttore di pentole, inventore della Simac e molto amico di Silvio Berlusconi, a cui commissionava grandi risorse pubblicitarie ai tempi molto sessisti di spettacoli come Drive in.

Ma il gelato italiano da sempre alimenta non solo inconsci collettivi ma anche fatturati soggettivi: inventato da un siciliano Procopio Dei Coltelli a Parigi nel 1686, che sperimentava gusti dai nomi oggi perfetti da reintrodurre in gelaterie senza glutine e crudiste (“fiori d’anice”, “fiori di cannella”, “frangipane”), ha sfruttato con successo l’avvento televisivo, con certi claim che forse inconsapevolmente incarnavano e definivano spiriti nazionali meglio di diciture governative retoriche: in fondo, “Cuore di panna” ci rappresenta meglio come nazione del solito “Un popolo di eroi santi navigatori”, forse.

In fondo, “Cuore di panna” ci rappresenta meglio come nazione del solito “Un popolo di eroi santi navigatori”, forse.

Poi, certo, le allusioni e illusioni sessuali, sempre da spiaggia, quasi sempre bonarie: Motta (oggi Nestlè) già inventrice del diminutivo Mottarello, ha poi puntato sull’onomatopea Xl, forse seguendo trend di crescite anatomiche nazionali conseguenti al boom, con prodotti come Maxibon, e sex symbol da cinema non ancora Mibac e approcci balneari però timidi (Motta promuoveva anche un panettone ricoperto di cioccolato fondente, Tartufone, con un attore nero invece molestato da signore milanesi bionde, dunque altri razzismi?).

Su altre spiagge, il massimo industriale italiano disprezzava invece il prodotto nazionale – lo ricorda Marco Ferrante in Casa Agnelli, Mondadori: «Ogni tanto arrivava Gianni, piaceva ai nipoti. Una volta dette dieci lire a uno dei maschi più grandi e disse: “Vatti a comprare un bel gelato di merda”»;  ma in anni più tardi lo stesso Avvocato per nemesi e per Eugenio Scalfari sarebbe diventato «di panna montata», a significarne l’inconsistenza.

Però gelati interclassisti, e anche la distinzione, su cui si sono lette finora poche analisi sociologiche, tra il gelato turgido e industriale di Francesca Pascale e quello artigianale del ministro Madia – pure così evidente – lascia il tempo che trova; del resto anche il Calippo ha un suo pedigree filologico e araldico; è Algida (oggi marchio Unilever, con sede legale in Olanda, come la Fca), azienda creata nel 1945 da un Italo Barbiani già lavorante della pregiata gelateria del quartiere Esquilino, Fassi, fornitrice non solo di casa Savoia ma anche di Mussolini. Mentre oggi Fassi con gran clamore è stata rilevata dai coreani, e  l’epicentro dei tiramisù romani, Pompi, è passato ai cinesi (e le uniche merger e acquisition e notizie di qualche rilevanza economica riguardano solo il gelato, nella capitale).

Mentre a Milano, oggi, il gelato di governo Grom (coi commessi briffati a rimestare esageratamente nei paioli per creare file artificiali a significare successo, e giù metafore e similitudini) campeggia in Galleria, la stessa galleria dove Carlo Emilio Gadda riceveva dall’alto traumi primari, con i piccioni che centravano un suo cono appena preso da Savini, e mai più ricomprato dai genitori.

Ma tra Milano e Roma, già la fine della cosiddetta prima repubblica era segnalata, molto più che da pensosi articoli, da una strepitosa parodia non garantista di uno spot per Antica Gelateria del Corso, marchio un po’ leopoldo oggi di proprietà Nestlè. Lì, il gelato prendeva parte alla temperie giustizialista, declinando una intera gamma di prodotti (“l’Appaltato al caffè corrotto con Cioccolato tangente”; “i fragranti Ligresti”; “gli Approfiterol”) in previsioni anche giudiziarie che si sarebbero dimostrate molto di lungo periodo.


 

Nell’immagine via Pinterest, una vecchia locandina del Calippo

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