Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

L’isola di Bergman

“…Il taxi alla fine ci portò ai faraglioni nella parte settentrionale dell’isola. Stavamo in piedi nel mezzo della tempesta e guardavamo, con gli occhi lucidi, queste figure misteriose, divine, che alzavano le loro fronti contro le onde e l’orizzonte che si oscurava […]. Non sono sicuro di cosa accadde a questo punto. Se volessi essere solenne, potrei dire di aver finalmente trovato paesaggio ideale; la mia vera casa. Se volessi essere divertente, potrei parlare di amore a prima vista…”

Così Ingmar Bergman descrive la sua prima visita a Fårö nella sua autobiografia Lanterna Magica del 1987. Mentre cercava una location per Through A Glass Darkly nel 1960, cercò per mesi di convincere la casa di produzione svedese a girare nelle isole Orkney, al largo della Scozia. Voleva un paesaggio desolato, freddo e inospitale, vicino al mare, e avendo sorvolato tutte le coste della Svezia in elicottero, si era convinto che non avrebbe mai trovato niente di simili nel suo paese. Questo fino a quando non raggiunse l’isola di Gotland, e un isolotto al largo della sua estremità settentrionale chiamata Fårö.

Situata al centro del mar Baltico, a metà strada tra Svezia, Russia e le repubbliche Baltiche, la natura di Gotland e Fårö non è paragonabile a nessun altro luogo in Svezia. Le fitte foreste di conifere, le cave di calcare e i famosi faraglioni creano affascinanti panorami durante l’inverno, mentre le lagune sabbiose e l’acqua cristallina ne fanno un paradiso d’estate. Dopo aver terminato le riprese, più tardi durante quell’estate, Bergman decise di trasferirsi a vivere a Fårö per il resto della vita. Costruì una casa vicino a dove aveva girato Through A Glass Darkly e nella decade successiva realizzò ancora in quel luogo alcuni dei suoi film più leggendari, tra cui Persona nel 1966, La Vergogna nel 1968 e Scene da un Matrimonio nel 1973. Da allora, Bergman ha ispirato innumerevoli artisti che hanno visitato Fårö, come Andrey Tarkovsky e il suo Sacrificio del 1986, e un certo numero di altri registi svedesi che tutt’ora girano film in quel luogo

Dal 2004 un festival lungo una settimana si tiene a Fårö ogni anno, per onorare Bergman e il suo lavoro. Con proiezioni, letture, relatori internazionali e altri eventi speciali, come spettacoli nel cinema privato del regista e l’incredibile Bergman Safari, è possibile affacciare lo sguardo sul suo lavoro e sulla sua vita di ogni giorno. Oltre alle solite informazioni che si possono trovare in biografie e documentari, questo comprende racconti rari e personali da parte di abitanti dell’isola e amici con i quali Bergman era solito lavorare. Una di queste storie racconta di come Bergman, al termine dei suoi giorni, spiegava la sua fascinazione per i tv-drama dicendo che erano un po’ “come scopare”, mentre produrre un film era più un “fare l’amore”. Insomma, una settimana indimenticabile in un luogo davvero magico.

Tra i relatori di quest’anno c’era il regista Istvàn Szàbo, il direttore della fotografia di Von Trier Manuel Alberto Claro e il regista russo Andrey Zvyagintsev, direttore de Il Ritorno, che vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 2003, The Banishment, nominato per la Palma d’Oro nel 2007 e più recentemente Elena, che ha vinto il premio speciale della giuria questa primavera a Cannes. Personalmente, non vedevo l’ora di incontrare Mr Zvyagintsev. Dopo aver comprato una copia pirata de Il Ritorno durante un viaggio scolastico a Roma nel 2004 e averne amato ogni singola scena, Zvyagintsev è diventato uno dei miei registi contemporanei favoriti. E, seppur ammirando il suo stile personale sviluppato fino a oggi, sono sempre stato affascinato dai punti in comune che ha con Bergman: il ricorrente ritratto di padri deboli, codardi; lo stretto uso di luca naturale, quasi senza ombra; e la mancanza di riferimenti allo spazio o al tempo, che carica la mistica in maniera perfetta nei suoi primi due film. Poi una notte, dopo che Il Ritorno era stato proiettato in un vecchio fienile riadattato a cinema, uno spazio degli anni ’50 con ancora i poster originali appesi ai muri, siamo riusciti a sederci e parlare dei suoi film, dei suoi attori e del suo amore per l’avventura – «L’Avventura!» urla lui.

Mentre insieme ci allontanavamo da cinema, io ancora immerso nel misticismo de Il Ritorno, Mr Zvyagintsev comincia immediatamente le sue “avventure” del giorno. Ha piovuto tutto il giorno e la macchina che sta usando durante questa settimana, la Volvo 242 del 1970 di Bergman, non offre prestazioni eccezionali nel cattivo tempo. Guidando il più veloce possibile per arrivare al cinema in tempo per il suo discorso di presentazione prima de Il Ritorno, i tergicristalli si sono rotti, costringendolo a guidare alla velocità di una lumaca per paura di distruggere l’auto. Ancora sopraffatto dall’eccitazione, continua a urlare «L’Avventura, L’Avventura, it was L’Avventura!» nel suo stentato inglese. «È stata davvero un’avventura!» Poi, spiegandomi come ha visitato la vecchia abitazione di Ingmar Bergman, mi mostra alcune foto che ha scattato di nascosto con il suo iPhone: il famoso salotto del regista, la sua sedia da lettura, il suo studio e la sua scrivania, e un notevole ritratto di August Strindberg, dipinto da Edward Munch a fine ‘800. Più avanti, mi racconta che scoprì per la prima volta i film di Bergman quando aveva 17 anni e viveva a Novosibirsk. Quando, allora, uscì dal cinema dopo aver visto Sinfonia d’Autunno, realizzò che la sua maglietta era bagnata fradicia, e capì che aveva pianto per l’intera durata del film. Senza voler esagerare, è decisamente emozionato a essere qui, oggi.

Mr Zvyagintsev è un uomo paziente. Mentre realizzava Il Ritorno, incontrò personalmente 500 bambini prima di scegliere il protagonista finale. Ci mise poi tre anni per trovare Maria Bonnevie per The Banishment, e successivamente aspettò un altro anno che lei finisse un progetto a cui stava lavorando. Dopodiché, l’attrice dovette “solamente” imparare il russo. «È stata un’eroina. Nella scena finale fa un monologo di pianto di quattro minuti, tutto in un ciak. Nessuna pausa, nessun suggerimento, niente. È stata incredibile». Mi spiega che riuscire a trovarla fu un segno del destino. «Mi innamorai di lei dopo averla vista in I am Dina, ma ero convinto fosse francese, quindi non sarebbe stata capace di interpretare il ruolo. Poi, quando venni in Svezia a ritirare un riconoscimento per Il Ritorno, era più o meno ovunque. Alla mia prima sera uscimmo a cenare in un ristorante, e alzando gli occhi dal mio posto vidi un suo ritratto appeso proprio sopra la mia testa. Poi, alla cerimonia del giorno dopo, la vidi entrare tra la folla. Mentre si avvicinava alla mia fila mi dissi “se si siede alla mia destra o alla mia sinistra mollo tutto, ma se si siede di fronte a me allora lavoreremo insieme”. E lei…lo fece!» Senza dubbio, la sua pazienza era stata ricompensata. Bonnevie fu acclamata da tutti per il suo ruolo nel film, mentre la sua controparte Konstantin Lovronenko, che recita il ruolo di protagonista ne Il Ritorno, vinse il premio come Miglior Attore a Cannes.

Avendo studiato e lavorato come attore a lungo prima di iniziare a girare, Mr Zvyagintsev sa bene come interagire con il cast. «Gli attori some come bambini, devi solo dargli molto affetto», scherza. Mr Zvyagintsev sa anche come creare scene da toglierti in fiato. Ha lavorato con il cameraman Mikhail Krichman in tutti i suoi tre film, e ogni volta la fotografia era sbalorditiva. «Per Il Ritorno cominciammo a girare in Vyborg, tra San Pietroburgo e il confine finlandese, poi ci muovemmo a est, verso Ladoga. Ma il budget era di soli 400.000 dollari e non ci potevamo permettere nessun effetto speciale. Era tutto riprese in luce naturale». The Banishment è ambientato in un splendida vecchia casa circondata da campi di un giallo intenso, nel periodo del raccolto estivo, e montato intervallando scene scure, spaventose, della perfieria industriale della città. «Avevamo la possibilità di cercare ovunque in Europa… Sardegna, Inghilterra, Francia. Ma non fui soddisfatto finché non arrivammo a Cherleroi e in Moldova», spiega. «Avevo bisogno di qualcosa che assomigliasse a Fresno e alla vecchia San Francisco, come nella sceneggiatura originale. Non volevo girare in Russia e non potevamo arrivare fin là negli Stati Uniti, quindi credo di aver trovato un posto che fosse più o meno in mezzo a queste due cose», dice ridendo.

Sono curioso di sapere qualcosa di più su Elena, ma Zvyagintsev è riluttante e spiega: «Quando vedo un film non voglio sapere assolutamente niente di niente prima, e nello stesso modo non voglio rovinarti niente». Mi dico d’accordo, ma cerco di prenderla per il largo e cominciamo a parlare di luci e ambientazione. Funziona: «In una scena di Elena siamo riusciti a trovare la “luce magica” per una delle scene finali del film. Quella luce sarebbe rimasta solo mezz’ora scarsa, e nella scena i dodici personaggi devono camminare per dieci minuti. Quando qualcosa andava storto, non solo tutti gli attori e il team dovevano ricominciare da dove erano partiti, ma la luce era anche totalmente cambiata. Ci volle un po’ di tempo per finire».

Elena è il primo film di Zvyagintsev ambientato nella sua attuale città di residenza, Mosca. Descritto a Cannes come “a drama between social classes”, si svolge nel quartiere benestante di Ostozhenka ed è la storia di un’anziana coppia. Il marito, in punto di morte, viene da un ambiente molto ricco, mentre la famiglia della moglie è molto povera. Mr Zvyagintsev si fa una risata e dice, «Potrebbe essere il mio primo film a raggiungere un certo successo nel mio paese, è appena stato comprato da un distributore che di solito si occupa di cose tipo Terminator». Più avanti, spiega che «Il film parla della Russia di oggi. La Russia è cambiata, è molto più pericolosa ora».

Mentre mi accingo a chiedere qualcosa di più sulla “Russia di oggi”, un temporale scoppia all’improvviso proprio sopra di noi. Ci affrettiamo a correre al riparo, e un momento dopo l’elettricità se ne va. Anche se è luglio inoltrato e ci sono più o meno 24 ore al giorno di luce, è quasi buio pesto fuori, e un cameriere ci porta subito qualche candela. La pioggia continua a martellare sul soffitto e ogni minuto un fulmine squarcia il cielo. Mi rendo conto che probabilmente la serata termina qui e che non riuscirò a scucirgli nessun consiglio per un viaggio in Russia. Siamo gli unici clienti rimasti nel ristorante e dobbiamo cercare un modo per tornare a casa. Realizzo anche che l’ultimo traghetto per Fårö partirà a breve, ed essendo a piedi devo trovare un modo di arrivare fino al porto, o mi troverò in mezzo a “L’Avventura” prima di quanto possa immaginare. Ma l’avventura arriva, in una maniera che non mi sarei mai aspettato: Zvyagintsev e il suo interprete si offrono di accompagnarmi in macchina fino al traghetto, nella vecchia Volbo 242 di Ingmar Bergman. Senza dubbio una vera “L’Avventura”! Ci affrettiamo alla macchina e salto nel sedile posteriore, notando immediatamente che puzza come solo le macchine degli anni ’70 sanno fare. È magico. Mentre guidiamo tra i boschi, l’ultimo tergicristalli rimanente lotta con la tempesta. Le deboli luci della macchina non servono quasi a niente nella pioggia, ma ci vengono occasionalmente in aiuto i fulmini. A quaranta all’ora raggiungiamo appena in tempo il traghetto. Anche se sollevato, avrei voluto che in qualche modo quel viaggio in macchina non fosse mai finito. Avrei potuto passarci l’intera notte, in quella macchina.

 

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg