Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

L’ingegnere delle Rose

A casa di Giorgio Rosa, il creatore dell'Isola delle Rose, l'isola-nazione che si proclamò indipendente nel 1968.

La notizia più chiacchierata dell’anomalo settembre 2012, a 44 anni di distanza, è quella dell’Isola delle Rose, l’avventura dell’ingegnere bolognese Giorgio Rosa. Un’isola artificiale nata nel 1968 al largo di Rimini, dichiaratasi indipendente, e infine abbattuta con una delibera appoggiata sia dalla Democrazia Cristiana che dal Pci. Il merito della riscoperta va al (ex) segretario-scrittore Walter Veltroni e al suo ultimo libro, storia liberamente ispirata a quei lontani giorni romagnoli, ambiziosi, spensierati e infine frustrati.

La narrazione della storia dell’Isola, della costruzione, della dichiarazione di sovranità, della fine dell’utopia, tutto questo è uscito dall’oblio con una rapidità sorprendente. Quello che piuttosto voglio raccontare è l’incontro avuto con lo stesso Giorgio Rosa, nella primavera dello scorso anno. L’idea che mi era balzata alla mente era – guarda un po’ – di scrivere un lungo articolo su quel progetto così folle e così bello, e mi ero messo alla ricerca del contatto. Rosa – o meglio, suo figlio – diedero la massima disponibilità. Perché ne scrivo solo ora? L’articolo venne rimandato, per varie contingenze, e quasi finì nel dimenticatoio. Fino a un mattino di poche settimane fa, quando un collega mi accoglie con un quotidiano in mano. Sopra, c’è una delle prime recensioni del libro di Veltroni. Ecco, mi hanno bruciato la storia, ho pensato. Poi ho pensato meglio: Ecco, Walter Veltroni mi ha bruciato la storia.

*

La casa dei Rosa è una vecchia villa, nascosta in un gomitolo di vie, muri e alberi, a fianco ai giardini Margherita. È una Bologna che non conosco, riservata ai bolognesi, ricca, silenziosa, elegante. Io e Andrea Boscardin, il fotografo che mi accompagna, arriviamo a piedi dalla stazione centrale senza troppi problemi, puntuali all’appuntamento concordato con Lorenzo, il figlio dell’ingegnere. Ci accoglie la cameriera (celeste e bianca nel grembiule) e siamo introdotti nel salotto: tappezzeria floreale, grandi quadri ad olio incorniciati in cornici dorate, specchi eleganti. Giorgio, l’ingegnere, 87 anni, aspetta a capotavola. È uomo imponente, con gli occhi piccoli e sempre attivi, in abito e cravatta perché gli ospiti li si riceve così. Si dice contento, ancorché sorpreso, l’ingegnere, del ritorno in auge mediatico di quell’impresa eccezionale di quasi mezzo secolo fa. È dal 2008, dice, che i giornalisti hanno ricominciato a far suonare il telefono e il campanello. «Ma non chiedetemelo neanche, anzi, ve lo dico subito: niente più isole!», dice. Al suo fianco la moglie, che conduce la conversazione, bacchetta il marito – lui senza freni, vulcanico e goliardico, lei comunque fiera e divertita –, gli aggiusta la giacca che a fatica si chiude sulla pancia, «ci sono ospiti, mettiti un po’ a posto», gli dice. Poi rinuncia: «Ma Giorgio, guarda che pancia che t’è venuta».

Tenere a bada l’ingegner Rosa è difficile. È lui che conduce il discorso, alterna ricordi, avventure, dettagli tecnici di quel progetto che di avveniristico aveva anche il brevetto, opinioni politiche, umane. Si anima sulla sedia, arrossisce, ride. «Giorgioooo, non puoi dire tutto quello che ti passa per la testa!», dice lei. E invece Giorgio prosegue, ride sarcastico, e l’affondamento della sua piattaforma-isola è così un atto incostituzionale (una guerra offensiva), nonché – l’amarezza passata si tramuta in riso, forte – «l’unica guerra vinta dall’Italia! Abbiamo fatto figure da cioccolatai in tutta la storia, in Grecia, in Albania, e però con me ce l’hanno fatta!».

giorgio-rosa

«L’indipendenza», racconta, «fu una scelta completamente naturale: c’era la possibilità di poter avere il carburante senza gli oneri del governo. Puntavamo molto sul turismo, dovevamo essere una zona franca». Nessuna scelta veramente politica, non nel senso peggiore del termine, non nel senso più diffuso. Un po’ di praticità, e un pizzico di filosofia. Le accuse di favoreggiamento all’Unione Sovietica, figlie forse di quell’estate calda, della vicinanza alla Jugoslavia, furono solo fango. Rosa sta costruendo il secondo piano, nulla più che un bar, quando lo Stato sequestra l’Isola. Cosa spinge, allora, alla creazione di un’isola artificiale in acque internazionali, con bandiera, moneta, lingua ufficiale (esperanto)? Giorgio Rosa tentenna, minimizza: è normale, sembra voler dire. «La libertà. Io sono sempre stato un liberale, e purtroppo, soprattutto in questo paese, devo ammettere di non aver incontrato grande seguito. Successivamente, nel mio salotto, sono venuti moltissimi giornalisti stranieri, meno italiani. Dopo che i preti me l’affondarono (ancora: «Giorgioooo!») la notizia ebbe sì una certa risonanza, poi si acquietò, e nessuno la tirò più fuori. E ho dovuto pagare tutto io, anche la demolizione. Meno male che avevamo qualche proprietà».

Oltre alle foto, l’ingegnere mostra dei francobolli. Vi è ritratta una carta dell’Italia, con l’ubicazione, nell’Adriatico, della piattaforma. Una scritta nera copre l’illustrazione: “Itala okupado”, occupata dall’Italia. Li stampò dopo essere stato espulso dalla sua stessa casa, ma non fu l’ultima serie emessa. Quella venne realizzata addirittura dopo l’esplosione dell’Isola, e mostra una detonazione che investe la struttura, fedelmente riprodotta. Sotto, l’eloquente motto che Giorgio Rosa ripete fiero: «Hostium rabies diruit opus non ideam», la violenza dei nemici ha distrutto l’opera, non l’idea. Perché all’Idea, o all’ideale, Rosa non ha rinunciato. Solo, non ha più le forze, le energie. Un cruccio, ancora, ce l’ha. Ed è un’idea che non mi aspetto, da un eccentrico, poliedrico e geniale anarchico della libertà come lui: «C’è una domanda che mi faccio spesso: perché sono nato? E cosa lascerò dopo?». Dice, pacato: «Tra duecento anni non ci sarà più nessuna traccia di nulla, mi va giusto bene che ho la tomba di famiglia alla Certosa, altrimenti neanche quella ci sarà». L’Isola doveva essere il suo monumento.

Ci congediamo, e Rosa mi dona un set di francobolli originali che, una volta rincasato, provvedo a incorniciare. Agli ospiti, racconto spesso questa stessa storia e sono orgoglioso di mostrare il cimelio. È una storia rara, una storia incredibile, e faccio sempre bella figura.

 Foto di Andrea Boscardin
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg