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In America l’uomo dell’anno è l’autore di un musical

Cosa ha da dire oggi l'unico genere che l'imperialismo culturale americano non è riuscito a esportare, a cominciare dall'acclamato Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton.

Gli Obama si erano insediati nella Casa Bianca da appena sei mesi, quando organizzarono un incontro con alcuni giovani artisti che incarnavano, secondo loro, «l’esperienza americana». Tra gli invitati, c’era Lin-Manuel Miranda, un ventinovenne di New York, autore di un musical di discreto successo ambientato nella comunità dominicana della città. Gli organizzatori si aspettavano che cantasse un brano dello spettacolo che l’aveva reso semi-famoso, però Miranda vuole fare ascoltare un assaggio di un altro progetto a cui sta lavorando, «un concept album di hip hop, che parla di un uomo che ha incarnato lo spirito dell’hip hop: il segretario del Tesoro Alexander Hamilton (1755-1804)». Il video della serata mostra qualche risata in sala, in molti trovano l’idea assurda, ma non Obama: lui sorride, annuisce, ha afferrato l’idea.

Oggi Lin-Manuel Miranda è sulla copertina di GQ, quello che avrebbe dovuto essere un «concept album» ha invece preso la forma di musical, che ha fatto del suo autore uno dei personaggi più discussi e osannati dai media americani. Uscito Off-Broadway nel 2015 e a Broadway l’anno successivo, Hamilton non ha soltanto fatto il pienone in teatro (i biglietti, peraltro introvabili, costano tra i mille e i novemila dollari) e vinto ogni premio che un musical può vincere (11 Tony, un Grammy, un Pulitzer) ma, soprattutto, è stato uno degli eventi culturali e musicali più rilevanti nell’America del 2016. Miranda è stato re-invitato da Obama per un freestyle in difesa della riforma sanitaria, è stato intervistato da Emma Watson per l’iniziativa HeForShe (lui la costringe a beatboxare, ed è subito meme), è stato ospite del carpooling di James Corden, ha duettato con Jennifer Lopez e vanta Beyonce tra i suoi fan. Miranda è una star, e lo è diventato con uno spettacolo che soltanto poche migliaia di spettatori economicamente privilegiati hanno potuto vedere, appartenente a un genere che al di fuori degli Stati Uniti non ha praticamente alcuna rilevanza.

The 58th GRAMMY Awards - "Hamilton" GRAMMY Performance

Un mio conoscente ha definito i musical «l’unica cosa che l’imperialismo culturale americano non ha fatto passare». Ogni altro aspetto della cultura pop statunitense, e in particolare di quella zona grigia di ciò che sta tra l’intrattenimento per le masse e le cose-fatte-bene-che-piacciono-alla-gente-che-ne-sa, oramai è entrato sotto la pelle del pubblico italiano al punto che talvolta ci scordiamo che il prodotto culturale che stiamo consumando è importato dall’altro capo dell’Oceano: ci sentiamo toccati da ogni nuovo singolo di Beyoncé, abbiamo introiettato il modello delle serie tv americane al punto di averne preteso un’estensione nostrana, guardiamo i film dei fratelli Coen senza quasi renderci conto di quanto strettamente nordamericani siano alcuni riferimenti. I musical, invece, non sono cosa nostra, non li capiamo o non sentiamo l’esigenza di capirli. Da noi ci sono Cocciante che mette in scena Notre Dame de Paris e Lorella Cuccarini che fa la strega cattiva di Rapunzel: nulla di male, per carità, ma difficile descriverli come un prodotto d’impatto per il dibattito culturale.

Sarà forse per ragioni storiche: noi abbiamo l’opera lirica, altro prodotto culturale di lusso che nei suoi anni d’oro, quelli di Verdi, ha saputo trascinare le masse, che in fondo si basa un linguaggio non diverso da quello dei musical, il «recitar cantando», e che ora ha esaurito il suo ruolo di centralità. O forse sarà perché nel nostro Paese l’arrivo del musical è stato mediato dai film della Disney. Fatto sta che l’idea che è passata è che è soltanto intrattenimento per famiglie: è arrivato il modello del Re Leone, non quello di Hamilton, che è un po’ come dire che di letteratura è arrivata Bridget Jones e non Franzen: anche qui, nulla di male, ma sono due cose diverse.

Negli Stati Uniti invece può capitare che alcune delle cose più interessanti possano essere dette sotto forma di musical, e che i musical – beh, un certo tipo di musical – diano il là a una discussione su scala nazionale. Non si tratta di cultura pop in senso stretto, come spiegava Adam Gopnik, in un pezzo sul New Yorker dedicato proprio al caso Hamilton, bensì di una reazione a catena, dove in molti si approprino di uno spettacolo visto da pochi: «Con grande dolore di chi come me pensa che sia la più bella forma d’arte americana, il musical di Broadway non è più cultura pop. È troppo costoso, spesso disneyzzato, oppure per palati specializzati. In qualche rara occasione però un musical può diventare centrale per quella che definirei la nostra cultura cerimoniale. Così uno show della Quarantaseiesima strada ogni tanto tocca profondamente qualche preoccupazione del momento, e anche se in pochi riescono a vederlo dal vivo, diventa il cuore di una celebrazione nazionale». Ci sono le colonne originali scaricabili su iTunes, ci sono i video su YouTube (di Hamilton circolano anche degli animatic fatti dai fan), le celebrities che si fanno riprendere mentre cantano dei brani, le parodie, gli assaggi dei Tony Awards. Tutti ne parlano e dunque è come se tutti avessero visto lo show, tutti vogliono dire la loro. (Per scrivere questo pezzo, confesso, ho scaricato tutta la colonna sonora e visto ogni video a disposizione).

"The Book Of Mormon" Broadway Opening Night - Arrivals & Curtain Call

Ma c’è dell’altro: se i musical, certi musical, sono così centrali, è perché hanno qualcosa da dire, qualcosa di nuovo che arriva al momento giusto. Hamilton, parafrasando Gopnik, tocca temi assai contemporanei anche se è ambientato più di due secoli fa, al tempo della Rivoluzione americana. È la storia, prevalentemente rappata e interpretata da un cast afroamericano, del meno noto dei padri fondatori, figlio di una puttana dei Caraibi divenuto prima eroe di guerra, poi giurista e intellettuale polemico, infine ucciso in un duello di pistole dal suo acerrimo rivale, il vicepresidente Aaron Burr, «l’altro vicepresidente che ha sparato a un amico durante il suo mandato», ha scherzato Miranda, e il riferimento a Dick Cheney era evidente.

A prima vista, sembra una semplice operazione di riappropriazione della storia: i neri d’America che fanno loro il mito fondante di una nazione dove i protagonisti erano bianchi. Molto zeitgeist-y, verrebbe da pensare, ma anche forse un po’ troppo facile, mettere in scena un George Washington di colore quando alla Casa Bianca c’è Obama e mentre gli studenti di sinistra protestano nei campus perché appesi alle pareti e sulle copertine dei libri ci sono «solo maschi bianchi morti». La rielaborazione della Rivoluzione Americana in chiave nera e hip-hop però ha anche altre dimensioni meno scontate: com’è stato notato da più parti, è un modo di cogliere lo spirito di un momento storico ribelle («I’m just like my country, I’m young scrappy and hungry» canta il protagonista) anche se discapito della fedeltà pedissequa ai dettagli. Il cast multietnico, che include anche immigrati, messo insieme da Miranda non è un semplice multiculturalismo spicciolo, fine a se stesso: è il ritratto di un Paese come un work in progress e di un’identità nazionale che è un progetto, un qualcosa a tendere («And so the American experiment begins. With my friends all scattered to the winds»).

Hamilton esplora in modo consapevole il confine non troppo sottile tra eventi e narrazione: «Who dies who lives who tells your story?» si domanda il coro. Poi c’è il romanticismo di certe rivalità testosteroniche, a volte deliziose (come quando un comprimario rappa «Lock up your daughters and horses of course/it’s hard to have intercourse over four sets of corsets») ma più spesso distruttive. È la bromance fallita tra un protagonista testa calda e idealista e l’uomo di potere disilluso che avrebbe dovuto essere il suo mentore: «Quando ho letto di come Burr ha sparato ad Hamilton mi sono detto, wow, praticamente come Tupac», ha detto Miranda.

Per quanto inusuale nella forma, Hamilton non è un caso così isolato. Qualche anno fa c’è stato The Book of Mormon, prima ancora Wicked con il suo «defying gravity», una discesa negli inferi che ha anticipato Breaking Bad e ispirato, per vie bizzare ma neppure troppo traverse, Frozen. Quindici anni fa c’era Avenue Q, che con «it sucks to be me», «everybody is a little bit racist» e «the Internet is for porn» è stato uno dei primissimi ritratti di Millennials come generazione di falliti digitalizzati. Più di una volta i musical hanno dimostrato di essere luoghi d’innovazione, dove mettere sul piatto idee, format inediti e testarli fino allo sfinimento. Poi, certo, c’è Lorella Cuccarini che fa la strega.

Nelle immagini: Broadway, New York (foto di Neilson Barnard/Getty Images), una scena di Hamilton e una di The Book of Mormon
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