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I libri dell’estate

Un po' di libri da leggere al mare, in montagna, in campagna, scelti dalla redazione e da alcune firme di Studio.

Dopo le prime sei puntate annuali dei “libri del mese”, la rubrica si prende una pausa per lasciare spazio ai consigli per le letture estive. Che non sono, questa volta, ultime uscite, ma libri che ben si adattano alla stagione. Per le ambientazioni, per lo spirito o, più praticamente, per la loro lunghezza. Buona lettura, e buone vacanze.

James A. Michener – La baia (e/o), trad. G. Lanzillo
Longo«Una cosa gli consentì di sopravvivere: l’amore appassionato che era nato in lui per la terra e i fiumi». La letteratura americana nasce come racconto dell’innamoramento tra un uomo e un nuovo territorio. Con mezzelune in cielo, querce, aceri, eucalipti, fiumi, isole da esplorare cariche di promesse, oche che all’improvviso riempiono il cielo per migrare, pini altissimi, castagni, zanzare, granchi e fuochi da accendere all’aperto, l’America è vista come luogo straordinario, luogo di pace e speranza, paradiso in terra. Ogni volta che uno scrittore statunitense si è messo a scrivere un romanzo che attraversa le epoche della storia americana ha finito per comporre frasi come: «Quando un uomo si insedia in un posto nuovo, e prende una nuova moglie si lega per sempre alla sorte di quel luogo ed è obbligato a difenderlo in guerra e guidarlo in pace». Oppure riporta dialoghi e frasi come: «Stiamo costruendo la nostra fortuna!». James A. Michener ha scritto tanti romanzi monumentali sull’America, dai titoli brevi e inequivocabili come: Hawaii, Alaska, Texas (tra la fine degli anni quaranta e gli anni novanta). La casa editrice e/o per l’estate ha ripubblicato La baia. È un romanzo gigantesco, ambizioso, che copre un arco di vita del continente dal 1600 al Watergate. Lo fa raccontando principalmente tre famiglie, ma la narrazione è onnivora e dentro finisce di tutto, le tribù indiane con donne misteriose e bellissime, le lotte dinastiche inglesi, la guerra tra cattolici e protestanti – con torture, processi, abiure e impiccagioni –, l’Africa e i neri che vengono portati a lavorare il tabacco. Compaiono innumerevoli matrimoni e nascite, in una scrittura epica, romantica, che unisce sentimenti e terra: «Si sposarono prima che cadesse la prima neve», scrive Michener. Ha ragione: «Nessuno dovrebbe restare lontano dalla propria terra». Soprattutto se si nasce scrittori in America. (Francesco Longo)

Elizabeth Winder – La grande estate. Sylvia Plath a New York, 1953 (Guanda), trad. E. Banfi
MazzoleniDa una settimana circola la notizia che Kirsten Dust, nelle inedite vesti di regista, ha intenzione di trasformare in film l’unico romanzo scritto da Sylvia Plath, La campana di vetro. La protagonista, e cioè l’alter ego di Sylvia, che nel libro si chiama Esther Greenwood, sarà interpretata da Dakota Fanning. Le riprese cominceranno nel 2017 e sarebbe quindi bene prepararsi rileggendo il romanzo pubblicato nel 1963, magari affiancandolo alla bellissima pubblicazione Adelphi de I diari di Sylvia Plath. Una combo impegnativa, intensa, dolorosa, ricca di ferite e abbagli, euforie, paranoie, mostri, che non consiglierei come lettura da spiaggia nemmeno al mio peggior nemico. Suggerirei quindi di rimandare il difficile ripasso alla stagione autunno/inverno, più adatta a elucubrazioni e tormenti, e iniziare a prepararsi con un godibile antipasto: il freschissimo La grande estate. Sylvia Plath a New York, 1953 di Elizabeth Winder (traduzione di Elisa Banfi, Guanda) uscito l’anno scorso. Un libro di non fiction che narra il periodo di stage che la giovanissima Sylvia trascorse alla redazione della rivista di moda Mademoiselle, appena prima dell’esaurimento nervoso che, una volta tornata a casa dei suoi, in un posto sfigato chiamato Wellesley, la condurrà al primo tentativo di suicidio. È proprio questo periodo a New York, isterico e scintillante, che ispirerà, appunto, l’inizio di La campana di vetro. La cosa che Winder riesce a fare bene nel suo libro è mostrare la poetessa dalla fama maledetta sotto una luce diversa dal solito: una luce rosa, molto girly, simile a quella che traspare dalle prime 100 pagine dei diari. Prima di essere – o diventare – un’artista straordinaria, infatti, Sylvia Plath era innanzitutto una ragazza ambiziosa, invidiosa della bellezza e del fascino delle sue amiche, stressata della competizione ma ossessionata dalla voglia di arrivare prima, avida di makeup e di vestiti, di sesso e di ragazzi, di denaro e di bellezza. Insomma: una di noi. (Clara Mazzoleni)

Suso Cecchi D’Amico, Suso a Lele. Lettere (Dicembre 1945-Marzo 1947) (Bompiani)
Carzaniga
Suso è colei che diventerà la sceneggiatrice di film minori: I soliti ignoti, Rocco e i suoi fratelli, Il gattopardo, pure di Mariti in città, che sarà il caldo ma m’è venuta voglia di rivederlo tipo subito. Lele, figlio di Silvio D’Amico, è il marito ricoverato in un sanatorio sulla montagna incantata, e già più che “una storia vera” sembra un romanzo bellissimo. Lei gli scrive tutte le notti come una pazza, lo chiama “ponci” e gli racconta della Roma del dopoguerra, delle cene con Flaiano e compagnia di giro cinematografaro, dell’ottobrata a Natale, e via così. Lui è lontano, perciò la corrispondenza diventa il diario di una donna che vuole lavorare a tutti i costi, e pure un saggio su come si fa il cinema, su come si diventa amici e di chi e perché, su come si tengono insieme le coppie. Prima dei dibattiti sessisti, degli equal salary, delle eterne rinascite e dei Jeeg Robot. Prima di tutto e un po’ ancora come oggi: «Bisognerebbe proprio che venisse fuori qualcosa di buono. Questi articoletti mi pagano giusto le sigarette». (Mattia Carzaniga)

Lev Tolstoj – Anna Karenina (Einaudi), trad. C. Zonghetti
Viola
«L’hai letto?» è il saluto classico in società quando si parla di capolavori comuni, solo a una decina di libri al mondo invece è concesso l’onore della domanda: «Da quanto non lo rileggi?»: Anna Karenina è sempre stato il primo. Se però ti chiedono di cosa parla, le cose si fanno più difficili: tolta la guerra russo-turca e la recensione di “quadro formidabile della borghesia dell’Ottocento” e dimenticando che ha il sigillo del più grande romanzo di tutti i tempi, il ricordo su cui il lettore fa affidamento, insieme alla vergogna di ammettere che si ricorda solo quello, è che Anna Karenina racconta in realtà la storia di due donne, Anna e Kitty. Se sei tra i felici che già conoscono i romanzi russi, questa è la tua estate: di Anna Karenina adesso esiste una nuova edizione. Se invece non frequenti la letteratura nei mesi caldi e questa tendenza a desiderare libri a fine luglio viene da circostanze sventurate (t’hanno lasciato), hai disdetto il mare e l’unica ambizione è restare in penombra ad amareggiarti in casa fino a settembre, la situazione è davvero ideale per iniziare a leggerlo. Per dieci motivi.
– Perché quando avrai finito Anna Karenina, gli altri non li chiamerai neanche libri.
– Perché non basteranno mille pagine a farti decidere se Lev Tolstoj ha una scrittura chiarissima o difficile: confondere anche sui giudizi minori è una specialità del genio.
– Perché ogni nuova traduzione (l’opera è di Claudia Zonghetti) è un lavoro straordinario. Considerato che il russo è uno dei figli illegittimi del greco, questa si può chiamarla impresa.
– Perché Anna Karenina è una rassegna in otto capitoli di ogni stato d’animo possibile. Tolstoj è riuscito a prevedere perfino i dolori moderni di un divorzio, e il metodo è insuperabile: più complessa è la riflessione sull’umano sentire, più la similitudine la cerca semplice.
– Perché a pagina 327 c’è la migliore descrizione dei cinque minuti più belli della vita: quando eri infelice, ma poi l’amore è passato: «Era come colui che si fa togliere il dente che lo tormenta: dopo il dolore – tremendo – e la sensazione che qualcosa di enorme, di più grande di tutta la testa gli sia stato strappato dalla mandibola, il malato sente che quanto avvelenava la sua esistenza e pretendeva ogni attenzione è sparito, non c’è più, e per qualche attimo stenta a credere di poter tornare a vivere, a pensare e a interessarsi di qualcosa che non sia il suo dente».
– Perché a pagina 543 c’è la migliore descrizione dei cinque minuti più amari della vita: quando eri felice, ma poi l’amore è passato: «Quei suoi desideri esauditi erano solo una briciola della felicità in cui aveva sperato. Tanta soddisfazione aveva avuto vita corta. Vronskij si era presto reso conto che il suo cuore aveva desiderio e nostalgia d’altri desideri».
– Perché finalmente un libro chiarisce che ai tempi di “Omnia vincit amor” non ci stavano dando una buona notizia: ogni volta in cui l’amore decide di vincere, sta anche scegliendo uno che deve perdere.
– Perché se ti trovi nel vicolo cieco sentimentale dei respinti, ti convincerai che è stato meglio così. Tolstoj ci impiega mille pagine ma alla fine ti convince a rassegnarti: l’amore non corrisposto fa ammalare (Kitty), ma d’amore corrisposto si muore (Anna).
– Perché è la più grande arringa mai scritta contro i sentimenti, ma non ti fa perdere tempo neanche se sei una persona che legge per imparare: riesce a essere anche un romanzo storico.
– Perché è vero che non esistono casi di libri che hanno migliorato il lettore, qui però succede qualcosa: verso la fine ne sai un po’ di più. Di te. (Ester Viola)

Françoise Sagan – Bonjour tristesse (Tea), trad. M. L. Vanorio
GuglieriL’estate è una ragazza imbronciata che fuma in una stanza vuota. Fuori, i riflessi del sole sul mare come su un paio d’occhiali a specchio rendono tutto indistinto. Ma la stanza è in penombra, c’è un giradischi (un mangianastri, un cd, le cuffie di un iPhone a seconda dell’epoca) che suona sempre le stesse canzoni, e la luce che filtra dalle persiane taglia il fumo delle sigarette. La guardi e non la capisci, l’estate: il fatto di guardarla è fondamentale, perché altrimenti, se non sapesse di essere guardata, se non pensasse di essere desiderata, l’estate non si atteggerebbe così.  Il romanzo che racconta l’estate ragazzina è Bonjour tristesse, esordio di Françoise Sagan del 1952. Una villa sul Mediterraneo, Cécile ha diciassette anni e, anche se dell’amore conosce solo i primi appuntamenti e qualche bacio, si atteggia a malinconica e sentenziosa esperta. L’ingenuità trasformata in arroganza, la malinconia in disperazione. Il tutto con la naturale e consapevole sensualità che le resta addosso come sabbia sulla schiena nuda. È in vacanza col padre, vedovo dongiovanni, quando li raggiunge una donna, un’amica della madre morta, con cui l’uomo ha deciso di sposarsi: è laltra che si inserisce nel rapporto esclusivo tra Cécile e il genitore. La gelosia – che, come ogni sentimento a quell’età, è assoluta – la spinge a ideare un piano manipolatorio: le sfuggirà di mano e finirà in tragedia. «Non so se fare il bel nome solenne di tristezza al sentimento sconosciuto che mi tormenta con i suoi affanni e con la sua dolcezza. È un sentimento così assoluto e egoistico che quasi me ne vergogno, mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non sapevo cosa fosse, avevo provato solo noia, rimpianto, più raramente rimorso». Cécile è il primo personaggio di ragazza moderna, esemplare perfetto di quella generazione uscita dalla guerra che inventò la gioventù contemporanea. In particolare lei è quel mix che abbiamo conosciuto tutti fatto di ammiccamenti, maledettismo, seduzione, ricerca della bella frase e della sentenza fatale, cliché che l’ignoranza scambia per originalità, noia, cinismo di chi non ha nessun problema tranne l’essere giovani. E tutti, in qualche estate, ci siamo rimasti sotto: poi capisci il suo gioco e ti fa anche un po’ tenerezza. Quel periodo della vita in cui capisci il suo gioco si chiama, per convenzione, autunno. (Francesco Guglieri)

Natsuo KirinoLa notte dimenticata dagli angeli (Neri Pozza), trad. G. Coci
shadow_image_104161In tutta la mia scipita esistenza ho letto quattro noir e/o gialli (c’è una differenza, lo so e me l’hanno anche spiegata, però non l’ho capita e così continuo a metterli nella stessa categoria). Di questi, due sono della giapponese Natsuo Kirino. Tutti e quattro li ho sempre letti d’estate, tutti e quattro li ho letti a Milano, e ora che ci penso una ragione c’è. Questo luglio ho letto La notte dimenticata dagli angeli di Kirino, di cui s’è detto un gran bene (e a ragione), ambientato nella Tokyo degli anni Novanta, in un mondo a cavallo tra la yakuza e l’industria del porno. Come Le quattro casalinghe di Tokyo, della stessa autrice, è un mix di sangue, sesso e girl power, condito da qualche excursus in certe oscure fantasie che a prima vista si coniugano ben poco col girl power ma forse raccontano una complessità della psiche umana meno lineare di quanto non piace pensare ai sociologi da salotto (rivedasi il dibattitone mediatico su Cinquantasfumature e lo si cestini, please). M’è parso un po’ meno curato nella lingua, dove non mancano le frasi stereotipate, rispetto alle Quattro casalinghe (forse una questione di traduzione?), ma la cosa non m’è dispiaciuta più di tanto. Come tutti, non leggo i noir per il bello stile. A differenza di altri, però – e qui s’arriva al dossier estate – non li leggo neppure perché m’appassioni scoprire chi è l’assassino. Leggo i noir, e li leggo d’estate, perché assai più dei romanzi non-di-genere che hanno valenze universali, sono un’immersione in un luogo e in un tempo. Hanno una dimensione antropologica – il ritratto di una città, di un quartiere, di una classe sociale – che difficilmente trovo altrove e che appaga il mio voyeurismo intellettuale. Il noir è l’anticipazione, o un surrogato, del viaggio. Per quest’estate, il mio consiglio è di viaggiare a Tokyo. (Anna Momigliano)

Judith Schalansky – Atlante delle isole remote (Bompiani), trad. Francesca Gabelli
CoppoMi piace andare in vacanza sulle isole: in primo luogo perché c’è il mare; in secondo luogo perché c’è il mare tutto intorno. Non parlo, naturalmente, di viverci, ma di brevi periodi da dedicare all’ozio, alla pigra esplorazione, al nuoto, alla lettura, al cibo. Non avere la totale libertà di movimento, essere cioè confinati. E quindi, come si dice, “mettersi l’anima in pace”. In poco tempo, sulle isole, si mappa tutta la superficie: le strade interne per passare da una costa all’altra, le strade costiere a strapiombo sul mare, le spiagge. Il legame affettivo che si crea con il luogo è forte e immediato. Si prova una sensazione simile a quella del possesso. Dev’essere stato bello, per esploratori e scopritori, dare il nome a un’isola. L’Atlante delle isole remote parla di tutto il contrario di questo fascino: le protagoniste sono solo isole microscopiche e isolate, a tratti inabitabili, irraggiungibili o, se raggiunte, impossibili da lasciare. Sulle carte queste isole sono punti in mezzo agli oceani, spesso distanti migliaia di chilometri dalla costa più vicina. Distanza che non si misurano in metri, ma in emozioni, in paura: quella dei naufraghi, quella degli esiliati, quella degli autoctoni al primo contatto con il fuori. Le isole di questo Atlante parlano quindi di malattie, bombe, pazzia, cannibalismo. Sono un romanzo di terrore e avventura che raccontano storie vere. Meno male che ci sono le vacanze. (Davide Coppo)

Bob Woodward – Wired  (Simon & Schuster)
shadow_image_101799Dodici anni dopo il Watergate, è il 1984, uno dei più noti giornalisti americani fa uscire questa biografia di un grande maledetto di Hollywood. John Belushi, comico tra i più brillanti di sempre, morto nel 1982 allo Chateau Marmont di Beverly Hills per una overdose di speedball. Sono troppo romantico, lo so, se dico che ho trovato questo libro in un negozio dell’usato, colpito innanzitutto dalla copertina così anni Ottanta e poi dai due nomi che vi campeggiano. Non sapevo neanche fosse uscito in italiano (con il titolo allucinante Chi tocca muore, Frassinelli, 1985). È un libro corposo ma che si legge con facilità, anche in inglese. Dentro si respira l’aria di una Hollywood che non esiste più, ma si ripercorre con precisione e acume giornalistico anche una parabola tramandata di morte in morte fino a oggi: quella del successo tragico, dell’eccesso senza freni e senza lieto fine. È il libro che ho iniziato a leggere e che leggerò quest’estate. Dopo i libri di viaggio e i libri di mare, le biografie sono a mio avviso il format perfetto per una lettura da vacanza. C’è più tempo non solo per dedicarsi a leggere ma anche per considerare le cose, le vite, quelle altrui e la propria. (Cristiano de Majo)

Bill Dedman, Paul Clark Newell – Dimore vuote (Neri Pozza), trad Maddalena Togliani
shadow_image_109566Chi è Huguette Clark? Nel 2009 il giornalista premio Pulitzer Bill Dedman, impegnato a cercare una casa in cui trasferirsi con la propria compagna, si imbatte per caso nella villa più costosa di tutto il Connecticut, ribattezzata «Le Beau Château»: 1300 metri quadrati totali, uniti a 21 ettari di bosco, a un fiume con cascata privato e a un lusso fuori portata per chiunque. È soltanto una delle tre «dimore vuote» (le altre sono una villa a picco sull’oceano a Santa Barbara e tre appartamenti sfarzosi sulla Quinta strada) di proprietà della misteriosa ereditiera Clark, che da vent’anni vive da reclusa in un ospedale newyorkese. Figlia di William Andrews Clark, magnate delle ferrovie, politico più corrotto della sua epoca secondo Mark Twain e tra i fondatori della città di Los Angeles, Huguette – scopre Dedman – è stata allevata in una villa di 121 stanze e in saloni «delle dimensioni di una casa intera» arredati con oggetti appartenuti a Maria Antonietta. Ma ha scelto di rifuggire la notorietà e le sue infinite risorse economiche per trascorrere un’esistenza paradossalmente anonima e povera. Il libro inchiesta di Dedman e il cugino di Huguette, Paul Clark Newell, caso letterario del 2013, si può leggere come una storia affascinante di nobiltà decaduta e, forse soprattutto, come un racconto del Novecento piacevolmente distorto dalle lenti dell’opulenza e delle contraddizioni di una delle famiglie più ricche ad aver mai calpestato il suolo americano. (Davide Piacenza)

Nell’immagine in evidenza, una donna legge sulla spiaggia di Benalmadena (David Ramos/Getty Images)
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