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L’Europa, il governo, il Pd

Il 25 maggio si avvicina e la campagna elettorale per le europee non risparmia colpi. Ma qual è la vera posta in palio di queste elezioni? La chiave per il premier Renzi, ancora una volta, è l'approvazione dell'Italicum.

A parte le europee, a parte il voto sulle capolista, a parte il voto sulle idee di Europa esposte in questa campagna elettorale da Matteo Renzi, su quali altri aspetti meno evidenti si voterà il prossimo 25 maggio? E su cosa, in un modo o in un altro, gli elettori che andranno alle urne domenica prossima esprimeranno la propria preferenza? Proviamo ad affrontare il tema seguendo alcuni punti. In un certo senso, il più importante messaggio politico che verrà ricercato da Renzi alle elezioni europee riguarda un tema che costituisce il vero punto di debolezza dell’esecutivo guidato dal segretario del Pd: la legittimazione popolare. Lo scarto che ci sarà tra il Partito democratico e il Movimento 5 stelle avrà naturalmente un suo peso, condizionerà il cammino del governo e il Pd non potrà accontentarsi di migliorare la sua imbarazzante performance dello scorso anno, quella incassata ai tempi di Bersani, e dovrà invece certificare con un risultato rotondo il suo aver cambiato verso e il suo aver inscritto il cammino in un percorso nuovo capace di giustificare i sacrifici richiesti agli elettori nel dover accettare una strana maggioranza come quella che oggi sostiene il governo – e se sentirete usare parole come “abbiamo fatto meglio delle ultime europee” (26 per cento) e “abbiamo fatto meglio delle ultime politiche” sappiate che i vostri interlocutori stanno tentando di arrampicarsi su uno specchio per nascondere qualcosa.

Ma a parte la distanza numerica ciò che Renzi dovrà dimostrare è che gli elettori hanno scelto di premiare il partito del capo del governo nonostante il fatto che il capo del governo sia arrivato a Palazzo Chigi con un giochino parlamentare e facendo rotolare la testa del suo predecessore nella famosa direzione del Pd di febbraio. È tutto qui il punto: la capacità che avrà Renzi di incidere sulle riforme dipenderà da quanto gli elettori perdoneranno al segretario del Pd di essere arrivato a Palazzo Chigi senza essere prima passato dalle elezioni. Nonostante il presidente del Consiglio dica in queste ore che il voto di domenica non sarà un voto sul governo, quello del 25 maggio sarà in realtà un voto, un referendum, sull’operato del governo Leopolda. E più i partiti che fanno parte di questa esperienza verranno premiati (Pd, Ncd e anche Berlusconi) più avranno la forza e la legittimità di governare. Semplice no? Meno semplice invece è capire quale sarà il destino del governo, quanto è destinato a durare l’esecutivo guidato da Renzi, quali cartucce potrà utilizzare il presidente del Consiglio. Giugno sarà un mese importante, Renzi ha promesso che verrà presentato e approvato il testo sulla riforma del Senato (10 giugno), il testo sulla riforma della Pubblica amministrazione (13 giugno), il testo sulla riforma della giustizia (entro giugno) e la forza che avrà il presidente del Consiglio di tagliare con le cesoie le catene che tengono imprigionata non solo la sinistra ma tutta l’Italia sarà direttamente proporzionale alla distanza che il Pd riuscirà a ottenere da Grillo: e su questo non ci piove.

Renzi, se dovesse andare particolarmente bene, potrebbe essere tentato dal rompere tutto, dall’andare al voto, dal far cadere il governo e provare a farne uno nuovo a sua immagine e somiglianza. Ma il grande impedimento del rottamatore, in quel caso, si chiamerebbe Consulta, coinciderebbe con il profilo della legge elettorale disegnata dalla Corte costituzionale per sostituire in maniera transitoria il Porcellum, e con quella legge, ultra proporzionale, Renzi sarebbe probabilmente condannato a governare a vita con una grande coalizione a trazione berlusconiana. E per un leader arrivato a guidare il suo partito promettendo di rottamare le larghe intese non sarebbe il massimo, diciamo. Proprio per questo – a parte la riforma del Senato, a parte la riforma della Pubblica amministrazione, a parte la riforma della giustizia – la capacità di Renzi di governare sarà legata anche alla velocità con cui riuscirà a ottenere una nuova legge elettorale. Se Renzi avrà in mano la sua legge sarà più credibile nel minacciare elezioni anticipate, nel caso in cui non gli venga permesso di governare. Senza una nuova legge ogni minaccia di Renzi, ogni ultimatum, avrà un peso relativo e verrà osservato con un sorriso distaccato, se non direttamente con molte pernacchie.

Sotto questa luce, le Europee saranno un voto utile a decifrare anche quale sarà il destino della legge elettorale: dal punto di vista razionale un sistema elettorale come l’Italicum dovrebbe convenire a tutti i partiti di centrodestra e di centrosinistra perché favorirebbe le coalizioni e penalizzerebbe il Movimento 5 stelle. Ma quel birichino del Cavaliere potrebbe essere tentato dal far saltare tutto per costringere Renzi ad avvicinarsi alle politiche con il sistema della Consulta (che garantirebbe a Berlusconi la certezza quasi matematica di essere decisivo nel prossimo governo, a meno che Renzi non voglia fare un governo con Grillo…). Accanto a questi elementi sarà utile osservare la percentuale di astensione che verrà registrata alle europee e anche questo dato sarà importante per capire qualcosa in più rispetto al lavoro di Matteo Renzi. Domanda: riuscirà davvero Renzi a essere una risposta politica all’anti politica? Riuscirà davvero Renzi a conquistare il popolo dell’astensione e a portare il Pd oltre la soglia storica del 33 per cento? I sondaggi dicono che la forza di Renzi di attirare nuovi elettori non è ancora molto elevata e che il lavoro del presidente del Consiglio permetterà al Pd di riconquistare i vecchi elettori ma non quelli nuovi. E se fosse vero che i voti dei delusi dal berlusconismo e i voti dei delusi dal centrodestra saranno indirizzati verso il Movimento 5 stelle e non verso il Pd non ci vuole molto a capire dove Renzi, anche se dovesse vincere le elezioni, sarà costretto a mettere il bisturi per far risorgere il centrosinistra e permettergli, un domani, di governare senza giochini strani.
 

Nella foto: i leader europei il 6 marzo a Bruxelles, Belgio, per discutere della crisi Ucraina. Yves Herman – Pool/Getty Images

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