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L’Europa a metà

«Macron ha evitato che morisse, ma c'è ancora molto da fare», ci ha raccontato il saggista francese Raphaël Glucksmann. Ecco cosa.

Le due cose che più si sono dette, dopo le elezioni francesi, sono che l’Europa non è morta e che la vera divisione politica, nel continente, non è più tra destra e sinistra, ma tra società aperta e società chiusa. Sono due cose vere, ma rappresentano soltanto una parte del quadro, racconta Raphaël  Glucksmann. Qualche giorno fa il saggista francese trentasettenne era alla Microsoft House di Milano per partecipare al dibattito “Da Londra a Parigi: è tornata di moda l’Europa?”, il primo appuntamento di Conversazioni Estere, un ciclo di incontri sulla politica internazionale nato da una collaborazione tra Corriere della Sera, Studio, Il Foglio, Radio Popolare e la fondazione Oasis e organizzato da una squadra di giornaliste.

Glucksmann non ha mai fatto mistero del suo sostegno a Emmanuel Macron: «Ha salvato l’Europa» aveva dichiarato al Corriere della Sera. Però, in una chiacchierata informale con Studio subito dopo il dibattito, mette in guardia contro un entusiasmo prematuro e, soprattutto, contro le semplificazioni ideologiche. La vittoria de La République En Marche! alle elezioni presidenziali e a quelle legislative è soltanto l’inizio di un percorso difficile, dove nulla va dato per scontato: «Diciamo che l’Europa non è morta, Macron ha evitato che si staccasse la spina, però la malattia resta tutta e il paziente è ancora a rischio». Utilizzando un altro genere di metafora, «se immaginiamo l’Europa come un naufrago che stava annegando, allora possiamo dire che l’abbiamo tirata fuori dall’acqua ma non ancora portata sulla terra ferma».

French President Emmanuel Macron Meets Angela Merkel In Berlin

La tenuta dell’Unione, certo, non dipende soltanto dalla Francia, ma da una serie di nodi che, secondo Glucksmann, si possono e si devono risolvere con una maggiore integrazione tra i Paesi membri: «Il problema è che abbiamo fatto tutto a metà. Abbiamo aperto le frontiere, ma non abbiamo ancora costruito una solida sicurezza comune e così quei confini aperti hanno permesso ai terroristi di spostarsi da un Paese all’altro, come s’è visto con gli attentati di Parigi del 2015, che erano stati pianificati in Belgio. Abbiamo fatto il mercato unico, ma non abbiamo una politica economica comune decisa da leader eletti, e il risultato è un deficit di democrazia». In altre parole, «ci ritroviamo in un limbo»: per uscirne serve più Europa, non meno Europa.

Però in Francia Macron deve affrontare una sfida che, in un certo senso, è anche quella di altri leader filo-europei: «Se si guarda alla cartina dei risultati elettorali, è evidente che Macron è stato eletto dai vincenti della globalizzazione. Il suo futuro dipenderà da quanto riuscirà ad andare al di là di questa sua constituency», dice Glucksmann. Che aggiunge, senza mezzi termini: «È stato un voto di classe». Il che ci porta a uno dei temi più cari al saggista francese: «Si dice spesso che la distinzione tra destra e sinistra è finita. Io non sono del tutto d’accordo. O, meglio, credo che la contrapposizione tra destra e sinistra sia destinata a ritornare. A volte dimentichiamo che in politica possono esserci più di una linea di separazione. Dunque, sì, c’è la linea tra società aperta e società chiusa, ma ci sono anche altre linee di demarcazione».

In questo momento, nota Glucksmann, una delle sfide della sinistra filo-europea sta nella difficoltà a parlare anche agli sconfitti della globalizzazione. Per prima cosa, bisogna ammettere che gli sconfitti della globalizzazione esistono: «C’è questa idea che, se solo si sollevassero gli ostacoli e tutti fossero più liberi, allora tutti avrebbero modo di cavarsela meglio. Però non è così. Se prendiamo una classe di bambini a scuola, anche se li trattiamo tutti in modo uguale, ci sarà sempre chi se la passerà meglio e chi invece fa più fatica. Nulla di male, però è importante fare in modo che anche gli alunni che fanno più fatica riescano a sentirsi parte della classe. Lo stesso vale per la società aperta: tutti devono avere la possibilità di sentirsene parte».

French President Emmanuel Macron Meets Angela Merkel In Berlin

Il secondo passo è ammettere che qualcosa, agli sconfitti della globalizzazione, deve essere dato: «Mi rendo conto che sia un termine che è passato di moda, ma credo che dovremmo riprendere a parlare in termini seri di social-democrazia», dice. Che non significa chiusura rispetto al mercato, ma una presa d’atto che il welfare è un contrappeso necessario per tutelare i più vulnerabili davanti alle leggi del mercato. In certi circoli liberal, potrebbe sembrare un’idea passé. Ma altri, invece, negli stessi ambienti, si stanno rendendo conto che l’unico modo di salvare la società aperta potrebbe essere offrire più paracaduti a chi ha meno da guadagnarci: qualche tempo fa il liberalissimo Economist elogiava il premier canadese Justin Trudeau per avere trovato il giusto equilibrio tra mercato libero e la protezione dei più deboli, spiegando che «la sua sanità pubblica ridimensiona il terrore di perdere il lavoro» a causa della globalizzazione e della flessibilità, e che il Canada ha dimostrato che «la formula centrista funziona, quando c’è la volontà politica di portarla avanti».

Ed è precisamente di questo, del ritorno della politica a fianco del mercato, di cui l’Europa liberale avrebbe bisogno, nella visione di Glucksmann: «A un certo punto la sinistra s’è resa conto che il mercato non poteva essere fermato, e questo va benissimo, perché la sola idea di bloccare la globalizzazione è ridicola, oltre che sbagliata. Il problema è che questa cosa in alcuni casi s’è tradotta nel pensare che esistono soltanto le leggi del mercato, quasi la politica non esistesse. Beh, non funziona così, c’è una logica del capitalismo e c’è una logica della democrazia: sono due sistemi che possono convivere tra loro oppure entrare in collisione. Mantenerli in equilibrio sta alla buona politica».

Nelle foto: Emmanuel Macron e Angela Merkel a Berlino, il 15 maggio scorso (Getty Images)
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